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Anche per l’amico Vladimir è arrivato l’inverno russo

– In questo 2011, i dittatori muoiono, le seconde repubbliche finiscono e anche in Russia non stanno troppo bene. La coppia al potere, Vladimir Putin al governo, Dmitri Medvedev alla presidenza, pareva imbattibile, forte della maggioranza dei due terzi dei consensi. Tanto imbattibile che i due avevano addirittura annunciato pubblicamente, lo scorso 24 settembre, che si sarebbero scambiati i ruoli. Medvedev sarebbe stato il nuovo premier, Putin di nuovo presidente. Per sei anni. Perché forti della maggioranza del 64% in parlamento del loro partito, Russia Unita, avevano potuto allungare di due anni anche il termine del mandato presidenziale. Ma, appunto, in questo rivoluzionario 2011 tutto cambia. Anche la maggioranza parlamentare. Le elezioni legislative di questa domenica 4 dicembre hanno dato risultati sorprendenti: Russia Unita ha perso il 15% dei voti. E’ un crollo verticale di consenso. Dal 64% che aveva, oggi ha un più realistico 49,5% e si prepara a occupare, a fatica, la metà dei seggi parlamentari.

Chi guadagna dal loro calo? Tutti, dall’estrema destra all’estrema sinistra. Il Partito Comunista di Gennadij Zijuganov, proprio nel ventesimo anniversario del crollo del regime sovietico (1991), porta a casa un successo insperato: ha raddoppiato i suoi voti, dall’11,6% del 2007 oggi ha il 19%. All’estremo opposto dello spettro politico, il Partito Liberaldemocratico (che in realtà è nazionalista e slavofilo, guidato dal pittoresco Vladimir Zhirinovskij) aumenta i suoi voti dall’8% del 2007 al 11,6% attuale. La novità politica è rappresentata da un altro partito di sinistra, Russia Giusta, il cui acronimo, SR, è lo stesso del partito del laburista Alexander Kerenskij, cancellato dalla Rivoluzione d’Ottobre 1917 dopo una breve esperienza di governo democratico. Il nuovo SR, guidato dall’ex putiniano Sergej Mironov, ha poco a che vedere con i Socialisti Rivoluzionari di allora, ma è nato come “gamba sinistra” del sistema di potere di Vladimir Putin nel 2006, molto fedele all’operato del presidente. Nel corso degli anni ha assorbito nel suo schieramento diversi piccoli partiti, di natura eterogenea, dai nazionalisti di “Rodina” al Partito dei Pensionati. Avrebbe voluto fondersi anche con il Partito Comunista, ma Zijuganov, per difendere la sua identità marxista-leninista, ha respinto l’invito, irridendo la sbandierata natura di sinistra della nuova formazione.

Russia Giusta ha finora svolto un ruolo di opposizione selettiva, sostenendo le modernizzazioni proposte dal presidente Medvedev, ma bocciando sistematicamente tutte le manovre finanziarie del governo. Nel suo programma leggiamo che non è contrario al libero mercato, ma contro gli oligarchi. Non è contrario alla proprietà privata, ma contro la flat tax e a favore di una ridistribuzione più “equa” delle risorse attraverso imposte progressive. Non è contro il presidente Medvedev, ma contrario agli abusi di potere, a favore di una maggior tutela dei diritti umani. Ci sarà da fidarsi? I russi si fidano e hanno dato ai nuovi SR il 13,2% dei voti, quasi il doppio rispetto al 7,7% delle scorse elezioni legislative. Attualmente Russia Giusta è il terzo partito. E i liberali? Il partito che più li rappresenta è sempre Yabloko (“La Mela”, formazione democratica di sinistra), che nel 2007 era quasi inesistente (1,6%, nessun deputato) e oggi ha un più dignitoso 3,3%.

L’opposizione è cresciuta, ma resta frammentata. Da un punto di vista ideologico, ciò vuol dire che i russi sono stanchi del duo al potere Putin-Medvedev, ma non sanno con cosa sostituirlo. I voti persi da Russia Unita sono equamente distribuiti fra nazionalisti, comunisti, socialdemocratici e liberali. O bruciati: l’astensionismo, in queste elezioni, è arrivato al 40%, circa il 4% in più rispetto alle elezioni del 2007.

Il fatto che non vi sia stato un successo travolgente di Russia Unita, non vuol dire che le elezioni siano state più regolari, eque e trasparenti. Il Cremlino ha impiegato tutte le sue risorse propagandistiche a favore della campagna elettorale del partito di governo. Poco prima delle elezioni, le autorità di Mosca hanno vietato manifestazioni dell’opposizione. Ma hanno autorizzato, senza alcun dubbio, quelle di Nashi, il movimento giovanile pro-Putin. I governatori regionali, tutti nominati dal Cremlino, hanno fatto quanto fosse in loro potere per assicurarsi una nuova vittoria della maggioranza uscente. Una delle prime notizie ricevute su queste elezioni è stata la sorprendente affluenza a Rostov sul Don (nel Sud): ha votato il… 146% degli aventi diritto al voto, stando alla Tv di Stato russa, di cui il 58,99% va a Russia Unita. Può darsi sia solo una gaffe televisiva, anche se fa pensare a qualche strana manipolazione statistica. Un video su YouTube, piuttosto, mostra un gruppo di giovani andare da un seggio all’altro di Mosca per dare un voto di gruppo, multiplo e seriale alla lista del premier e del presidente. Nonostante questi “mezzucci”, il malcontento era evidentemente troppo alto per regalare una nuova maggioranza bulgara alla leadership russa.

E una cosa è certa: per la prima volta nella storia post-comunista del Cremlino, la stella di Putin è in declino. Finora lo abbiamo visto solo in ascesa e poi stabilmente dietro le quinte di Medvedev. E’ tutto da vedere come reagirà a questa perdita di consenso prima delle elezioni presidenziali del prossimo marzo. Probabilmente darà la colpa alla leadership “debole” del presidente, per ripresentarsi come uomo forte pronto a tornare sulla scena. L’attuale premier non ha rivali degni di nota. E gli oppositori temono moltissimo un giro di vite nella repressione poliziesca, prima delle elezioni di marzo. Ma i russi staranno al gioco? Putin stesso, tre settimane fa, è stato fischiato allo stadio Olimpiski di Mosca, dopo un match di arti marziali. Non ci sono (ancora) grandi ondate di protesta, o rivoluzioni come nel Medio Oriente, ma piccole contestazioni crescono, più che negli anni scorsi: si difende una foresta a Khimki contro gli abusi edilizi, si protesta per lo strapotere della polizia stradale…


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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