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Tassazione ‘rosa’. Perché sarebbe ingiusta e pericolosa

– Se, come abbiamo scritto, l’obiettivo delineato da Monti nel suo discorso programmatico di creare le condizioni per una maggiore presenza femminile nel mondo di lavoro è di per sé più che condivisibile, desta preoccupazione la possibile introduzione di una tassazione preferenziale per le donne che lo stesso premier ha prefigurato.

Rispetto ad altre ricette a sostegno dell’occupazione femminile, quali un riorientamento del welfare per un maggior sostegno alle famiglie con bambini o anziani non autosufficienti, una simile soluzione avrebbe un’evidente valenza discriminatoria ed in questo senso farebbe a pugni con le stesse linee guida alle quali il nuovo governo ha promesso di ispirarsi, cioè il superamento del carattere “duale” del mercato del lavoro e la rimozione dei “privilegi” di determinati gruppi sociali.

Nella pratica, un’eventuale “tassazione preferenziale per le donne”, che altresì potrebbe essere definita “tassazione più punitiva per gli uomini”, potrebbe essere attuata in modi diversi. In primo luogo in termini di aliquote fiscali più alte per gli uomini, in una vera e propria “tassa di genere”, mirata a “compensare” le donne in termini complessivi dell’attuale dislivello medio tra le retribuzioni maschili e femminili.

Un tale regime andrebbe persino oltre il concetto socialista di “uguaglianza dei risultati” declinato a livello individuale, in quanto un uomo nei fatti si troverebbe a guadagnare meno di una donna, a parità di lavoro, abilità e mansione. Mirerebbe ad un più complessivo obiettivo di “uguaglianza a livello di statistiche” che non terrebbe conto che le ragioni del wage gap sono molte e complesse e che spesso – più che avere a che fare con la “discriminazione maschilista” – sono il prodotto delle scelte individuali del lavoratore o della lavoratrice.

Se ci si pensa, se davvero oggi le donne fossero pagate meno “a parità di lavoro”, alle aziende converrebbe assumere pressoché solo donne, dato che questo comporterebbe meno costi per produrre gli stessi risultati. Un’azienda che assumesse uomini sarebbe buttata fuori dal mercato da un’azienda che assumesse donne. Nella pratica quando gli uomini guadagnano di più, ciò non avviene “a parità di lavoro”.

Come ben spiega il sociologo Warren Farrell, le ragioni del maggior reddito medio degli uomini dipendono da carriere di studi più in linea con le esigenze del mondo del lavoro, dalla disponibilità a compiere lavori più rischiosi, ad accettare posizioni meno stabili, a garantire una maggiore continuità di prestazione oltre che a lavorare per orari maggiori – cosa che non si traduce solo proporzionalmente in “più ore – più soldi”, ma apre anche la strada a maggiori occasioni di socializzazione professionale.

Un’altra argomentazione che viene portata a favore degli sconti fiscali per le donne è quella che i suoi esiti sarebbero nella direzione dell’interesse generale (o per lo meno nell’interesse dello Stato). Ad esempio secondo Alberto Alesina ed Andrea Ichino, i principali teorici della tassazione “sessuata”, le basi economiche della tassazione preferenziale femminile si fondano sul fatto che l’offerta di lavoro femminile è più elastica di quella maschile e pertanto più sensibile al livello delle paghe. Tassando meno le donne le si incoraggiano a lavorare, piuttosto che a stare a casa ad accudire i figli. Invece l’offerta maschile di lavoro risulta più rigida – gli uomini scelgono di lavorare comunque. Quindi tanto vale spremerli il più possibile.

Questo approccio puramente utilitaristico, tuttavia, conduce ad esiti assolutamente insostenibili. Estrapolando più in generale il concetto di “tassazione ottimale” di Alesina ed Ichino, si potrebbe arrivare a dire che va tassato di più proprio chi ha più bisogno di lavorare. Tanto per fare un esempio, a parità di reddito, una madre single dovrebbe pagare più tasse di una donna sposata, perché al contrario della seconda non ha l’opzione di non lavorare.

Per analogia i prodotti di prima necessità – che vengono acquistati in ogni caso – dovrebbero essere tassati di più dei beni voluttuari. Ammesso anche che la tassazione sessuata non abbia controindicazioni in termini di efficienza – e ne ha molte – la politica non può basarsi su considerazioni puramente utilitariste, pena la potenziale giustificazione in nome del benessere comune di qualsiasi violazione dei diritti individuali.

Basti pensare che nel paper di Alesina ed Ichino si arrivano a considerare “ottimali” persino dei rapporti di 2 a 1 nel livello di tassazione tra i due sessi, cosa che renderebbe gli uomini a tutti gli effetti cittadini di serie B. Il principio della neutralità della legge è un cardine della democrazia liberale che non dovrebbe essere messo in discussione nemmeno come esercizio accademico.

Dal punto di vista giuridico la discriminazione fiscale positiva delle donne non è affatto pacifica alla luce dello stesso diritto comunitario. Pochi ricordano infatti che la sentenza della Corte di giustizia europea che aprì la strada all’equiparazione dell’età pensionabile tra uomini e donne nella pubblica amministrazione stabilì che la differenziazione dell’età pensionabile violava il principio della parità retributiva fissata dall’art. 141 del Trattato CE. E se è incompatibilmente discriminatoria sotto il profilo retributivo una diversa disciplina previdenziale, non lo è a maggior ragione una diversa tassazione del reddito da lavoro?

Nei fatti una tassazione più alta per i maschi colpirebbe il tenore di vita degli uomini single, delle coppie di omosessuali uomini e delle famiglie in cui è l’uomo a guadagnare di più. Sarebbe quindi un dispositivo punitivo e discriminatorio rispetto al sesso (nei confronti degli uomini), rispetto all’orientamento sessuale (nei confronti dei gay) e rispetto alle scelte culturali (nei confronti delle famiglie che optano per una ripartizione dei ruoli “tradizionale”).

Bisognerebbe poi ricordare che, anche con l’attuale tassazione gender neutral, gli uomini hanno già oggi, mediamente, un ritorno inferiore rispetto alle donne per i soldi che nel corso della loro esistenza versano nelle casse dello stato – se non altro in virtù della minore aspettativa di vita e quindi del minor numero di anni per i quali in media percepiscono l’assegno pensionistico.
E’ evidente che spostare ulteriormente il peso fiscale sui maschi rischierebbe di fare degli uomini e delle donne rispettivamente una classe di tax payers ed una classe di tax consumers.

Peraltro, anziché attraverso la differenziazione delle aliquote IRPEF, il concetto di tassazione preferenziale per le donne potrebbe essere implementato per mezzo dell’introduzione di oneri fiscali diversificati per le aziende per i dipendenti dei due sessi. In un tale sistema la discriminazione sarebbe meno evidente ai lavoratori, in quanto non influirebbe direttamente sul netto in busta paga, ma se possibile sarebbe ancora più pericolosa, dato che forzerebbe le aziende a discriminare a monte gli uomini nelle assunzioni e poi anche nel livello salariale concesso.

Dato che le aziende perseguono obiettivi di efficienza economica, quando acquistano forza lavoro cercano il best value for money. Quindi in un sistema gender neutral non hanno interesse a discriminare sulla base del sesso, in quanto l’obiettivo è quello di massimizzare l’output rispetto all’input – e allora tenderanno ad assumere la migliore persona per un certo lavoro.

In caso di oneri fiscali differenziati per i due sessi, invece questo ragionamento viene viziato e le aziende vengono spinte verso equilibri subottimi, in quanto il best value for money lo si otterrà magari assumendo una donna meno qualificata anziché un uomo più qualificato, con conseguenze negative sulla competitivà complessiva del sistema.

Ora, come notano Alesina e Ichino, l’offerta di lavoro maschile è più “rigida”, così che difficilmente gli uomini decideranno di smettere di lavorare o di cercare lavoro, anche a fronte di un regime discriminatorio che dovesse colpirli. Tuttavia occorre riflettere sugli scenari innescati dalla collisione tra il modello sessuale maschile, il ruolo millenario di breadwinner, ed un’improvvisa penuria di opportunità lavorative per gli uomini. Tra gli uomini più qualificati, alcuni potrebbero decidere di emigrare, secondo le medesime dinamiche in cui in Sudafrica molti bianchi di talento stanno lasciando il paese a seguito del rigido sistema di affirmative actions.

Espulsi dal mercato del lavoro ufficiale, molti maschi potrebbero essere costretti a scegliere la strada del lavoro nero, magari accettando condizioni vessatorie e pericolose, come unica possibilità di rimanere “competitivi” rispetto al regime privilegiato del lavoro femminile. In certe aree del paese le sacche di disoccupazione maschile diverrebbero realisticamente bacini di arruolamento per la criminalità organizzata, che da sempre prospera sul bisogno maschile di guadagnare soldi che non si riuscirebbero a guadagnare in altri contesti.

Gli esempi di altri paesi, tra cui la Francia, hanno inoltre mostrato che una delle fasce sociali più a rischio sono gli immigrati maschi di seconda generazione, che in genere hanno molta più difficoltà delle ragazze ad integrarsi nel substrato sociale locale. Chiudere ulteriormente le porte del sistema produttivo agli immigrati maschi vuol dire necessariamente prepararsi a massicci fenomeni di rivolta sociale.

Infine le particolari condizioni di stress per gli uomini dovute allo iato tra aspettative sociali che ricadono su di loro ed effettive opportunità professionali a loro disposizione dovrebbero farci mettere in conto anche un aumento del numero di suicidi. Già adesso, del resto, un disoccupato uomo ha 6 volte più probabilità di suicidarsi di una donna senza lavoro.

In definitiva l’idea di una tassazione “rosa” appare iniqua ed all’atto pratico anche socialmente pericolosa –  un esperimento di ingegneria sociale che oltre a violare i diritti individuali è destinata a generare disagio e conflittualità. La difesa dell’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge contro ipotesi di tassazioni sessiste e discriminatorie è un dovere liberale ed una moderna battaglia per i diritti civili.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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