– Pubblichiamo il testo dell’intervento pronunciato da Benedetto Della Vedova durante il dibattito alla Camera dei Deputati sulle comunicazioni del governo in ordine ai provvedimenti economici.

Signor Presidente del Consiglio,

il sostegno di Futuro e Libertà e del Terzo Polo al suo progetto di Governo da qui al 2013 non è e non sarà acritico o rinunciatario. E’ e sarà pieno e leale, che è cosa diversa. Il suo progetto è il nostro progetto, dal momento che abbiamo la comune consapevolezza che in gioco c’è la salvezza del nostro paese, l’Italia tutta.

Ci sentiamo pienamente partecipi e pienamente corresponsabili, consapevoli che la partita si giocherà non solo nelle sedi governative, ma anche, e per molti aspetti soprattutto, nelle aule parlamentari. Il peso delle misure di questo decreto è soprattutto il peso dei ritardi che vari governi hanno accumulato negli ultimi vent’anni.

Negli anni buoni in cui l’euro ha pagato un dividendo al bilancio dello Stato in termini di bassi tassi di interesse sul debito pubblico e l’economia mondiale non era attraversata da crisi drammatiche, non abbiamo saputo ristrutturare la finanza pubblica come pure eravamo impegnati a fare e riformare l’economia.

Altri paesi lo hanno fatto, penso in primo luogo alla Germania, e per questo oggi hanno titolo per chiederci impegni gravosi prima di accedere alle richieste – fondate e ragionevoli e nell’interesse di tutti – di uno sforzo di solidarietà comune europea, per mettere in sicurezza il debito sovrano degli stati più fragili, tra i quali l’Italia.

La crisi di oggi rende tutto più difficile, ma anche più urgente e necessario.
Con questa manovra l’Italia si rimette credibilmente in carreggiata e Lei avrà titolo, già nei prossimi giorni, per spingere risolutamente l’Europa ad affrontare con spirito comunitario una crisi che se deflagrasse non lascerebbe sul terreno nessun vincitore, nemmeno nei paesi che più hanno goduto dei vantaggi del mercato unico e della moneta unica.  Mai come oggi il destino europeo è un destino comune.

Siamo consapevoli che le misure che lei ci ha presentato sono oggi molto impopolari. Ma sappiamo che l’impopolarità di oggi può servire a scongiurare da qui a pochi mesi una situazione drammatica in cui a pagare di più e per primi sarebbero gli italiani più deboli, cioè proprio i pensionati, i redditi bassi, i giovani e le donne. Il vero nodo della manovra era quello di provvedere all’ennesima emergenza finanziaria senza deprimere il potenziale di crescita del Paese.

Non era possibile evitare i “sacrifici”. Era necessario che fossero ripartiti in modo equo e efficiente, senza gravare in modo insostenibile sul bilancio delle famiglie e senza frenare la ripresa del sistema economico. Che il governo non abbia toccato l’Irpef, e anche noi chiedevamo di non farlo, e abbia ridotto l’Irap e fiscalmente incentivato la ricapitalizzazione delle imprese è un messaggio chiaro. Il vantaggio fiscale – ora e ancor più in prospettiva – va alla produzione, alle persone che lavorano e alle imprese che investono. Nella sostanza a chi continua a scommettere sull’Italia e non sul suo declino.

Il ritorno ad una robusta tassazione del patrimonio immobiliare è una scelta dura ma importante: chiediamo attenzione sulle rivalutazioni delle rendite catastali, che fatte i maniera automatica rischiano di creare significative iniquità di trattamento. In prospettiva dovrà servire a ridurre il carico fiscale sul lavoro.

La manovra offre garanzie tangibili per la stabilità del sistema bancario. Dovrebbe essere chiaro, ma è bene ripeterlo: l’obiettivo di queste misure è quello di favorire il credito alle famiglie e alle imprese. Ha consolidato la tenuta e migliorato l’equità del sistema previdenziale. Questa scelta non strapperà applausi. Ma era necessario farla. E’ una questione di equità nei confronti delle giovani generazioni. Ma è anche una questione di equità in generale: meno spesa per le pensioni dovrà servire ad aumentare i capitoli della spesa sociale sulla povertà, sulla disoccupazione, sulla casa, sulla maternità che oggi è a livelli drammaticamente inadeguati.

L’equità, oggi, significa ridurre il costo del debito pubblico ed evitare che risorse crescenti servano per pagare il debito pubblico. Nessuna facile illusione, ma i dati di oggi sugli interessi sono un primo segnale incoraggiante. Quella del debito e del suo costo è una partita decisiva per il futuro dell’Italia. Equità significa aumentare il potenziale di crescita della nostra economia, perché questa è la condizione essenziale a sostenere il peso del debito e a dare una speranza concreta di lavoro e di reddito a milioni di persone. Insieme ad alcune liberalizzazioni, le misure in favore delle imprese sono la prima iniezione di dinamismo nell’economia. Siamo solo all’inizio, ovviamente. Su questo dobbiamo correre per recuperare il tempo perduto.

Signor Presidente, potremo con lealtà e franchezza discutere, e discuteremo, su quello che c’è e su quello che ancora manca (penso alla spesa pubblica non previdenziale dove sarà necessario intervenire in modo nuovo ed efficace), ma oggi bisognava rimettersi in carreggiata e io credo ci stiamo riuscendo. Noi vogliamo lavorare per un paese libero, dove la legalità sia la regola, la corruzione un cancro da estirpare, la concorrenza il principio dell’efficienza economica, il merito il valore principale, e la nazione un sentimento comune. E dove i privilegi non siano fonte di invidia, ma di censura.

Su questo punto la classe politica è chiamata a dare segnali forti ed inequivoci. Io penso che chi fa politica con passione non debba né considerarsi, né essere considerato un peso economico per il paese. Ma sta a noi, sgombrare il campo dalle polemiche che hanno fondamento. Grazie anche alla positiva azione dei Presidenti di Camera e Senato vedrà la luce una riforma radicale dei vitalizi dei parlamentari, con allungamento dell’età minima e il passaggio ad un sistema contributivo come per la generalità dei lavoratori. E’ un passo dovuto ma importante. Le misure del Decreto sulle province inoltre rispondono ad un obiettivo largamente condiviso.

Da qui alla fine della legislatura dovremo, in Parlamento, mettere in pratica la riduzione del numero dei Parlamentari nazionali, razionalizzando la rappresentanza nelle assemblee legislative a livello statale e regionale. Signor presidente, abbiamo tutti tanto da fare. Non ci sono pasti gratis, non sarà facile, ma non abbiamo alternativa alle riforme.