di CARMELO PALMA – Da un certo punto di vista, è bene che nei rapporti tra l’esecutivo e le forze politiche si torni alla normalità. Per neutralizzare le tensioni, mentre il governo si metteva in piedi e allacciava sul piano interno e internazionale le relazioni necessarie a governare una transizione terribile, si è scelto consensualmente di giocare dentro uno schema inedito – il governo non faceva e il Parlamento non chiedeva – girando al largo dai problemi e quindi anche dalle soluzioni.  Questa prudenza ha permesso a Monti di fare il proprio gioco, soprattutto a Bruxelles, e alle forze politiche di studiare il da farsi, prendendo le misure all’eccezione di un esecutivo extra-parlamentare.

Ora, siamo al dunque. Non c’è affatto da capire cosa il governo debba fare, ma se possa farlo. Né cosa le forze politiche e sociali possano chiedere, ma piuttosto cosa sappiano rispondere alle richieste dell’esecutivo. Il vantaggio (per così dire) della situazione italiana risiede in questo: nella sostanziale assenza di alternative. Un altro governo non c’è, né può esserci. Un altro “programma” neppure. Per i partiti guadagnare spazio di manovra prendendo (e perdendo) tempo non è più possibile. Lo stato di necessità rende paradossalmente libero l’esecutivo e prigioniera la sua compagine parlamentare.

L’opposizione al governo è insidiosa più dentro che fuori i confini della maggioranza. Nei prossimi giorni Monti dovrà tornare a parlare il “linguaggio della verità” e ad essere quindi più sconveniente che conciliante. Da un esecutivo “di scopo” ci si può attendere che sia più fedele al proprio obiettivo che al proprio destino e che così affermi una propria, tutt’altro che disprezzabile, “politicità”. Monti non può, neppure se lo volesse, campare di rendita e questo lo rende più forte e libero di smantellare le rendite di cui l’Italia sta crepando.

D’altra parte, delle riforme che dovrà realizzare non ce n’è alcuna che i ritardi accumulati in quasi vent’anni di “vorrei, ma non posso” non abbiano reso più gravosa.  Dei sacrifici che dovrà esigere, non ce ne sono di peggiori di quelli che la “politica” ha risparmiato ai figli e imposto ai figliastri e che occorre ora ripartire secondo un criterio di equità ed efficienza.

La “trattativa”, cui i suoi interlocutori politici e sociali vorrebbero costringerlo, non aiuterebbe l’esecutivo. Le “trattative” sono il metodo di cui i guai che il governo deve fronteggiare sono il merito.  Sulle pensioni, per dire, non c’è di che “trattare” con i sindacati ma di che lottare – sul piano politico, culturale e perfino morale – contro l’idea delle pensioni di anzianità per i cinquantottenni come “valore non negoziabile”.

Stare sul piano della “trattativa” significa, nella migliore delle ipotesi, fare cose inutili, illudendosi che servano a fare quelle necessarie. Come, sempre per stare sul piano degli esempi, ci pare l’ipotesi dell’aumento dell’Irpef sui redditi alti, che non guadagnerà affatto al governo una maggiore disponibilità dei sindacati sui “dossier sociali”.