– Dal Ministero dello sviluppo economico, retto da Corrado Passera, parte una proposta per risolvere l’annosa questione dei ritardi dei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni verso i propri fornitori: pagare i debiti con titoli di stato. Quindi con titoli di debito.

Come faceva giustamente osservare Silvio Boccalatte, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, tecnicamente una soluzione di questo tipo non è molto diversa da un default. È un soggetto insolvente quello, non riuscendo ad onorare i debiti, rinnova e contrae nuovi debiti per pagare i pregressi.

Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, condivide la proposta: “I debiti pregressi dello Stato e della Pa nei confronti delle aziende è enorme e lo è a maggior ragione adesso che siamo in pieno credit crunch”. Le imprese che vantano crediti dallo stato, cattivo pagatore, per un ammontare complessivo di 80 miliardi di euro. Molte di queste falliscono in attesa di riscuotere i crediti che hanno verso le pubbliche amministrazioni. Sicuramente oggi che molte imprese sono alla canna del gas, alcuni fornitori sarebbero felici di esser pagati anche con carta straccia, pur di veder un qualche ritorno economico per le prestazioni erogate.

Giustamente Giuliano Poletti, presidente LegaCoop, osserva che per le imprese una tal situazione sarebbe accettabile se poi le imprese creditrici potessero effettuare altri pagamenti con i medesimi titoli; quanto meno per i versamenti delle imposte e dei contributi.

Facciamo il caso di un’impresa che per fornire i mobili ad un ente pubblico ha fatto debiti con chi gli ha venduto le materie prime e, in attesa di veder saldato il debito con l’amministrazione, deve pagare i dipendenti, i relativi contributi INPS e l’anticipo IVA. Per non fallire o non cadere tra le fauci di Equitalia esigerà per lo meno di poter girare i BOT e i BTP avuti in pagamento all’Agenzia delle entrate e all’istituto previdenziale.

E perché non ai suoi fornitori di materie prime? Certo, può sempre vendere i BOT sul mercato secondario; se questo nuovo modo di collocare i titoli di stato funziona e allenta la tensione sui mercati, magari riesce a recuperare una buona cifra, ma potrebbe trovarsi il proprio credito svalutato. Meglio sarebbe per lui che anche il falegname accettasse il BOT in pagamento.

E se le imprese vengono pagate in titoli di stato, perché lo stesso meccanismo non potrebbe funzionare per i fornitori di prestazioni lavorative? Sì, insomma, i dipendenti pubblici?

Ma a maggior ragione i dipendenti pubblici per sopravvivere chiederanno di poter pagare anche la spesa al supermercato con piccoli tagli di BOT e BTP.

Magari i creditori, illuminati da un profondo spirito di patria, cominceranno ad accettare pagamenti in BOT e BTP, senza manco rivolgersi ai mercati finanziari per convertirli (e già in uso il termine “convertirli”) in moneta sonante.

A quel punto avremmo in circolazione una massa monetaria allargata ai titoli di debito pubblico.

Certo; alcuni creditori potrebbero essere ancora riottosi all’idea di farsi pagare con un debito. Basta un decreto che stabilisca il corso forzoso del BOT e ogni dissidenza si placa. BOT e Euro, chi paga sceglie la valuta secondo il proprio attaccamento alla bandiera o le proprie possibilità.

Con tutta questa nuova moneta in circolazione, dato che la produzione non aumenta ed anzi, in recessione, decresce, i prezzi cominciano a volare. Il potere d’acquisto crolla, ma la tassa occulta dell’inflazione agisce in modo discreto, come se l’avesse portata il vento. L’inflazione sale a due cifre come un tempo, quando lo stato stampava le banconote da centomila lire per finanziare il suo debito.

A volte la storia si ripete e non c’è BCE ed Euro che tenga.