Se questo è un Governo dell’emergenza, si occupi dei diritti civili

– Si spera che il governo in carica vari, operativamente sin dalle prossime settimane, un pacchetto di misure economiche, idoneo a sanare il preoccupante stato di allerta che gira intorno alle vicende politiche italiane. Nel dibattito degli ultimi mesi, si sono alternate proposte di varia natura, più o meno convincenti, più o meno affrettate, e non è qui il caso di prender partito per i numerosi propositi manifestatisi: probabilmente, ben poche delle ambiziose riforme tratteggiate dagli editorialisti avranno la fortuna di esser tradotte in leggi e decreti (il che potrà, persino, essere un vantaggio, per non dover affrontare l’ulteriore trauma di nuove norme con destinatari poco propensi alla loro applicazione).

La linea morbida, concordata e bipartisan va bene finché non distoglie dagli obiettivi, non li farcisce di ulteriori chiacchiere e più persistenti instabilità: un ossimoro tipico del gioco politico all’italiana. Perciò è bene prendere posizione per quelle riforme che, pur non pervenute nel largo confronto, pur appena tratteggiate dai più lungimiranti, hanno comunque traduzione piena e concreta sul piano economico: se è questa l’unica moneta spendibile, vi sono misure che possono risultare favorevoli, sebbene non coinvolgano direttamente gli equilibri contabili del Paese.

Sono sempre più realistici e nutriti gli studi che spingono all’antiproibizionismo come duplice strumento di contrasto al fenomeno delinquenziale e di implementazione del prelievo statuale. Questi argomenti da soli non bastano, ma già vogliono dire qualcosa: la logica del proibire tout court è una logica statalista e dispendiosa. I soldi che si spendono per la repressione non sono soldi meno cospicui di quelli che si spendono per l’erogazione degli stipendi: si tratta in ogni caso di risorse finanziarie ingenti. La decriminalizzazione di almeno alcune sostanze stupefacenti non ne determinerebbe ex se una più imponente circolazione e una più marcata diffusione; semmai, potrebbe più da vicino colpire gli interessi di chi lavora proficuamente nel settore, su sponda illegale.

Si è parlato anche di legalizzazione della prostituzione. È vero: il ragionamento morale potrà pur sempre sconsigliare misure di questo tipo; tuttavia, esse potrebbero avere un qualche merito, nel garantire un meno facile sfruttamento di massa (specie, quando a danno di minori) e nel ristabilire un parametro sanitario minimo, chiaramente inconsistente nella concreta realtà dell’oggi. Sarebbero due obiettivi così strampalati e partigiani? L’impressione è che aggredire il mercato del narcotraffico e della tratta degli esseri umani non potrà più avvenire soltanto con strumenti unidirezionali (siano o di draconiana e spesso non effettiva repressione, oppure di liberalizzazione spinta e contraddittoria): perciò, il cantiere delle discussioni va considerato aperto, apertissimo.

L’attuale governo ha un visibile profilo di alta formazione, spesso proveniente dal circuito universitario privato-confessionale: in sé, questa osservazione certifica semplicemente un dato e certi commenti, dalla Sinistra (ora) extraparlamentare fino alla Destra (un tempo marcatamente) filogovernativa, non paiono molto più elaborati che scentrati gesti d’accusa. Invece, è bene chiarire che un governo tecnico, anche d’alto spessore autonomistico rispetto alla società dei partiti, è un governo che va in Parlamento a cercare consenso e fiducia su misure concrete e specifiche: sarebbe così fuor di luogo riproporre una disciplina aggiornata del rapporto tra conviventi? Essa avrebbe vari, positivi, effetti: far piazza pulita di talune, non sempre precise, proposte delle passate legislature (Cus, Pacs, Didore… e chi più ne ha, più ne metta), munire di una specifica disciplina un ambito dell’agire sociale che da vicino investe i principi della solidarietà e della sussidiarietà, aggiornare la normativa italiana a quei minimi parametri già diffusamente, per quanto non univocamente, emersi nella prassi giurisprudenziale.

Sulla scorta di questa medesima esigenza, connaturata a qualunque ordinamento giuridico – l’adeguamento del diritto vigente al diritto vivente, il tentato ravvicinamento progressivo di legislazione e produzione giurisprudenziale – non sarebbe un… peccato… rimettere mano alla stessa legge sulla fecondazione medicalmente assistita, sì da armonizzare le disposizioni esistenti col modo di interpretarle, largamente più evoluto, manifestatosi nella giurisprudenza.

Da più parti, anche tra quanti si dichiarano fautori di uno svecchiamento delle categorie sulle quali ci stiamo misurando, si è notato che un governo investito di un mandato necessariamente a termine (o per anticipato scioglimento delle Camere o per conclusione della legislatura: sempre poco c’è di mezzo), di priorità lavorative nettissime (la crisi economica, l’adeguamento a spesso incomprese direttive di marca comunitaria) e di urgenze sostanziali palesi (messa in moto di meccanismi per la crescita, tutela dei territori, ridimensionamento dell’apparato burocratico), meglio farebbe a non legiferare sugli aspetti riformatori sin qui accennati: la maggioranza che in concreto ne voterebbe i provvedimenti resta eterogenea come poche, fatta da pezzi di schieramenti, a loro volta facilmente sotto stress nell’affrontare la questione dei diritti civili.

Una prudenza siffatta ha molte frecce al proprio arco. Ma la prudenza diametralmente opposta, il procedere a riassetti normativi che proprio le circostanze non favorevoli hanno reso più urgenti, non ne ha di meno acuminate con cui pungolare lo stato del dibattito ius-politico in Italia.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

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