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Se ci salveranno, faremo le riforme? Un po’ di sano pessimismo

– In questi giorni di incertezza sul destino dell’Europa monetaria sono sempre di più quanti parlano dell’euro come di una «moneta senza Stato» dal destino, per così dire, segnato. In effetti è ormai evidente a tutti che, se non proprio un’unione politica dell’Europa, sarebbe stato per lo meno necessario avere fin dall’inizio una Banca centrale degna di questo nome, capace di fare da prestatore di ultima istanza (come la FED, per capirci) e un ministero del Tesoro europeo, garante del debito di tutti gli Stati, e in grado di assicurare condizioni di indebitamento e rischiosità dei debiti sovrani omogenee per tutta l’area.

Per salvare l’euro serve una riforma dello statuto della BCE e occorre varare gli eurobond. Ciò è tanto vero che, nelle ultime settimane, in Europa ci si incontra e scontra essenzialmente sul se, come, e soprattutto a che condizioni si debbano sciogliere questi due nodi fondamentali. E le scelte che si impongono altro non sono se non il rimedio, forse tardivo, a quel «peccato originale» di una moneta nata senza Stato.

La crisi dell’euro, quindi, non è responsabilità dell’Italia e di altri paesi, per così dire, indisciplinati. Peraltro, non fu l’Italia a volere che la moneta unica nascesse “senza Stato”, cioè senza istituzioni politiche e monetarie in grado di governare le tensioni dell’area euro in modo efficiente. Sono d’accordo con chi sostiene che il prestatore di ultima istanza (….e gli eurobond) ce lo dovremmo comunque meritare e che avremmo già dovuto meritarcelo, non solo adottando la giusta disciplina fiscale (sulla quale tra l’altro non siamo stati più laschi di altri), ma anche e soprattutto dimostrando di sapere realizzare quelle riforme strutturali, della spesa pubblica e dell’economia reale, che avrebbero sicuramente dato respiro al sistema paese migliorandone il potenziale di crescita.

Certo è che il prestatore di ultima istanza non ci verrà regalato. Non lo abbiamo meritato fino a oggi, quindi lo pagheremo in denaro sonante. La posizione che emerge ormai chiaramente è che prima del prestatore e degli eurobond si debba fare una sorta di “unione fiscale”. In altri termini, dopo la sovranità monetaria verrà ceduta in toto all’Europa la sovranità fiscale. Accetteremo l’estensione della disciplina fiscale teutonica al resto dell’area euro, e in cambio i tedeschi accetteranno di condividere il rischio sovrano di tutti quei paesi che fino a oggi si sono mostrati indisciplinati nella politica di bilancio. Si cederà all’Europa il potere di tassare, o quanto meno di stabilire quanto tassare e magari ci verrà lasciata la possibilità di decidere il nome da dare alle imposte. Potremo ancora decidere l’estetica e lo stile della tassazione! Scherzi a parte, pagheremo un prezzo altissimo. Il potere di tassare è uno dei principali poteri in capo a uno stato sovrano. Ma se serve a porre rimedio al famoso «peccato originale» e a salvare l’euro …..che sia.

In ogni caso rimane un grosso problema. Dopo aver pagato in denaro sonante il servizio del prestatore ed esserci salvati dal baratro, tutte quelle riforme strutturali che servono a ridare vitalità alla nostra economia, resteranno comunque a nostro carico. Continueranno ad essere la vera sfida da affrontare. Perché è inutile farsi delle illusioni sulle presunte «capacità salvifiche» della disciplina fiscale «teutonica». Tra l’altro, essa probabilmente riguarderà i saldi finali, ma non la composizione della spesa pubblica. Esattamente come è stato fino a oggi. E noi oltre che di ridurre la spesa, abbiamo bisogno anche di ristrutturarla e riqualificarla.

A pensarci bene è la stessa sfida che abbiamo di fronte da almeno quindici anni. Sfida che fino a oggi non ci siamo dimostrati capaci di vincere. Anche all’inizio degli anni ’90 l’Italia si è trovata molto vicina all’orlo del burrone. Allora, con un debito pubblico del 120 per cento del PIL, pagammo l’ingresso nell’euro e la salvezza da un possibile default (solo nostro in quel caso) rinunciando in toto alla «sovranità monetaria» e accettando i vincoli del Trattato di Maastricht sulla politica di bilancio. Ma non dobbiamo dimenticare che accettammo anche un rapporto di cambio tra lira ed euro che, secondo molti, avrebbe penalizzato il paese negli scambi intra-UE per gli anni a venire. Pagammo in denaro sonante, dunque, consapevoli di avere anche di fronte la sfida delle riforme strutturali. Il cambio sfavorevole in questo senso avrebbe dovuto essere lo sprone giusto. Avrebbe dovuto costringere un paese come il nostro, che si era adagiato per lungo tempo sulle svalutazioni competitive, a fare finalmente le riforme strutturali. Ebbene, a distanza di quasi quindici anni, la sfida non può dirsi certo vinta.

Due considerazioni vanno fatte in proposito. La prima è che chi riscuoterà il denaro sonante della nostra sovranità fiscale, neanche questa volta piangerà per le nostre mancate riforme strutturali. Sarà più facile per il suo apparato produttivo e industriale confrontarsi con un concorrente che continuerà a non essere all’altezza della competizione economica.

La seconda, purtroppo, è che la sfida perduta delle riforme degli ultimi quindici anni incarna principalmente il fallimento di un centro-destra che era stato chiamato a guidare l’Italia sulla scorta di un programma liberale, fatto proprio di riforme strutturali per il rilancio dell’economia. Programma che invece non è stato poi in grado di realizzare. Questa volta, dimostreremo di meritarcelo, il prestatore, oppure, dopo averlo pagato con denaro sonante resteremo inerti, in attesa della prossima crisi? E poi, i governi di centro-destra impareranno finalmente a fare il proprio mestiere?


Autore: Amedeo Panci

Nato a Roma nel 1966, esperto di economia e politiche pubbliche. Ha svolto la sua attività prevalentemente presso osservatori e centri studi pubblici e privati, tra cui la Commissione tecnica per la spesa pubblica del Ministero dell'economia e delle finanze e il Centro studi di Confindustria. Ha coordinato le attività di ricerca del centro studi Economia Reale. Ha lavorato come esperto presso gli uffici di diretta collaborazione del Ministero dell'economia e delle finanze. E' stato responsabile legislativo del gruppo parlamentare di Futuro e Libertà al Senato della Repubblica. E' consulente economico giuridico del gruppo parlamentare API-FLI per il Terzo Polo e della VI Commissione permanente Finanze e Tesoro del Senato della Repubblica.

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