di SIMONA BONFANTE – Caro padre se il mio presente è ansiogeno ed il mio futuro oscuro è perché il tuo passato ha del socialmente criminogeno. Caro padre il debito pubblico, insieme ad una pluralità di cose non tutte buone, me lo hai lasciato tu in eredità. E dunque mi appartiene, come mi apparterrà, un giorno, il patrimonio che ti sei costruito con parsimonia e  sacrifici. Come faccio ora che quel debito ci ha portato praticamente al default, a dire ‘no, io il (tuo) debito non lo pago‘?

Caro padre, in tempi ancora finanziariamente non sospetti ti invitavo a riflettere sul fatto che i tuoi ‘diritti acquisiti’ assomigliavano piuttosto a ‘privilegi estorti’. Tu non mi hai ascoltato. Mi dicevi che se non avevo protezioni la colpa era mia, ché invece di trovarmi un impiego fisso e sindacalizzato, lavoravo a progetto – un po’ qua e un po’ là. Ora però che hai visto anche tu quanti di quelli con l’impiego fisso e sindacalizzato il lavoro non ce l’hanno più, cominci a capire che la colpa non era mia allora e non è mia manco adesso, e che sostanzialmente invece la colpa è della tua bulimia laburistica alla quale tu – e i tuoi coetanei – avete bellamente ceduto. Lo capisci, ora, che quel ricco ‘menu di diritti’ al quale ti eri accostumato non era per lo più che un metabolicamente insostenibile insieme di pretese à la carte?

Caro padre,  forse oggi non staremmo qui – io  e te – a fantasticare di un modo per garantire questa tua sfortunata figliuola di non restare in braghe di tela quando arriverà al suo limite anagrafico-contributivo. Quel modo, caro padre, per quelli come me che hanno cominciato a lavorare nell’era dell’ubiquità ed atemporalità professionale, alle condizioni attuali non c’è. E non c’è a dispetto del fatto che per molti di quelli come me i festivi siano da sempre solo giornate diversamente lavorative, che non si abbia mai beneficiato di congedi malattia né di vacanze stipendiate e che dunque dal concetto di produttività si sia imparato a far dipendere sostanzialmente tutto quel (poco) cui siamo in grado di provvedere.

Caro padre la tensione affettuosa e partecipe che ti procura questa mia condizione così ineluttabilmente precaria – a dispetto delle incommensurabilmente maggiori opportunità che mi ha concesso il benessere che tu mi hai dato (e che tu non hai avuto) – non potrà mai essere alleviata dalla generosità con cui proponi l’aiutino periodico, il supporto semi-ordinario alle spese impreviste.  Non è quello il modo di fare il mio bene, caro padre. Il modo migliore per fare il mio bene, la cosa per la quale ti sarò grata in aeternum, è che tu stia con me adesso per impedire a quelli che minacciano guerra al governo Monti di sabotare la riforma del welfare che mi darebbe per la prima volta la possibilità di essere cittadina adulta anch’io.

Caro padre, se vuoi il mio bene, restituisci la tessera di quel sindacato (e quel partito) che ti si dice amico e che invece non ha sino ad ora fatto altro che lucrare sul mio futuro.