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Milano: Boeri si dimette, anzi no

– Ci sarà anche “un problema di fiducia” verso Boeri, come laconicamente Pisapia ha fatto mettere a verbale venerdì scorso durante la riunione di giunta, ma dopo un weekend di silenzio e un lunedì da teatrino della politica con dichiarazioni quasi tutte inneggianti a un’armonia di fatto inesistente, c’è anche un problema di comunicazione. Dov’è finito il sindaco in grado, col suo sorriso spontaneo, di attrarre la simpatia di tutti?

Si è chiuso a riccio e non ha voluto parlare pubblicamente della vicenda, se non affidando il suo pensiero a un comunicato stampa che non spiega molto. Al consiglio comunale di lunedì non s’è fatto vedere. Ha mandato il suo vice, Maria Grazia Guida (Pd), che ha preso la parola solo dopo molte sollecitazioni, non ha mai nominato Boeri e si è aggrappata a una teoria dell’armonia che è solo la fotografia di quanto accaduto nelle ore precedenti: il lavoro per la ricomposizione della frattura che ha impegnato consiglieri e assessori del Pd.
Lavoro riuscito, peraltro. Boeri, con tante scuse, è tornato a fare l’assessore. Delle quattro deleghe, però, gli sono state riconfermate solo cultura, moda e design, mentre l’Expo 2015 sarà gestita da un “comitato interassessorile” al momento non meglio precisato. In tal modo Boeri, se si esprimerà pubblicamente, lo farà a titolo personale e non ci sarà più un problema di percorsi unitari e di immagine da parte della giunta. Che finora era riuscita a mantenere le divergenze su altri temi (ad esempio la congestion charge) all’interno della sala ovattata, anche se tutti sanno che tra Maran (delega all’ambiente) e D’Alfonso (delega al commercio) i litigi non sono stati pochi.

Che Pisapia e Boeri non si amino è nelle cose. Alle primarie si erano affrontati a viso aperto e non avevano affatto la stessa idea di città. E uno che nella vita è abituato a vincere e a dirigere non prende bene le sconfitte, soprattutto quando aveva già la vittoria in tasca (l’appoggio ufficiale del Pd). Nelle ultime ore, infatti, Boeri, chiedendo scusa al sindaco, ha detto: “Nel modo in cui faccio politica ho portato molto del mio lavoro: un progettista lavora spesso in solitario. Ma capisco che la mancanza di collegialità in una giunta sia un errore”.

Tra i due motivi di polemica tra Boeri e la giunta della scorsa settimana (la localizzazione del museo di arte contemporanea e l’accusa a Pisapia di essersi appiattito sulle posizioni formigoniane rispetto ad Expo) è ovvio che, a bruciare di più al sindaco, sia stata l’accusa d’appiattimento, altrimenti definita “feeling particolare con Formigoni”. E tuttavia va chiarito un punto. Quello che deve interessare alla città, riguardo ad Expo, non è tanto quali iniziative si realizzeranno nello specifico o se il parco agroalimentare si farà o no, bensì la gestione del valore aggiunto della manifestazione. Expo, in quanto “grande evento”, serve a calamitare su Milano l’attenzione mondiale di turisti, imprenditori, investitori, management, creatori d’idee, artisti e intellettuali. E’ molto meno rilevante che cosa si andrà a realizzare nello specifico.

C’è però da dire che Giuliano Pisapia ha su di sé la “responsabilità” della vittoria. Farsi eleggere sindaco significa dimostrare ogni giorno di essere all’altezza del mandato, rispetto alle promesse non tanto elettorali quanto metodologiche. La vittoria di Pisapia si è costruita intorno all’entusiasmo eccezionale che si è mobilitato intorno alle bandiere arancioni, intorno alla sua figura di alto borghese che non sembra tale, intorno alla sua “forza gentile”, come lo slogan che lo accompagnò in campagna elettorale. Pisapia deve ora dimostrare che la forza gentile è davvero tale, che il suo fare rassicurante si specchia nella sua gestione della città. Il sindaco non vuole diventare un primus inter pares e non vuole instaurare dualismi, prima di tutto perché, se fallisce, è lui a farlo. Così come è stato soprattutto lui a vincere, più della coalizione. E i suoi comportamenti sono in questa direzione.

La notte della seduta-fiume del consiglio comunale sul bando di vendita di Sea e Serravalle è un chiaro esempio. Pisapia, quella notte, l’ha passata tutta in aula, per ore e ore unico sugli scranni della giunta, per difendere la delibera dall’opposizione ostruzionistica del Pdl e della Lega e da quella più istituzionale del Nuovo polo.

Forse, nella vicenda della remissione delle deleghe da parte di Boeri, Pisapia si è mostrato più forte che “gentile”. Ma è probabile che il suo timore sia rivolto soprattutto alla prospettiva dei cinque anni di governo e alla preoccupazione che il ruolo di battitore libero, ancorché tenuto da chi ha realmente idee da elargire e 12mila voti di preferenze alle spalle, sia incompatibile con il messaggio unitario della vittoria, con il Pd (inizialmente pro Boeri) sceso in campo forsennatamente a sostegno di Pisapia. Le visioni sul futuro di Milano saranno state diverse nel 2010 ai tempi delle primarie, ma ora “il vento è uno solo”, scrivono in tanti su Facebook e Twitter.

Tuttavia una domanda serpeggia tra i corridoi di Palazzo Marino, e serpeggia talmente tanto che un consigliere comunale del gruppo del Pd ma autonomo perché del Psi (Roberto Biscardini) la esplicita: “Sarà anche vero che Boeri dice cose fuori dal coro, ma molte possono essere anche giuste”. Già: e se le sue idee fossero, talvolta, giuste?


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

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