Le metamorfosi della borghesia italiana alla ricerca di una coscienza di sè

– Nel gennaio del 1909 «La Voce» di Prezzolini pubblica un articolo di Salvemini, Cocò all’Università o la scuola della malavita, dove la descrizione delle vicende di un giovane diventa un pretesto per un’analisi dell’italietta giolittiana, ma anche per cercare di capire i motivi per i quali la borghesia italiana invece di riscattare il Mezzogiorno dalla sua secolare «arretratezza», ne abbia subito un processo di omologazione. Per lo storico pugliese «la corruzione della borghesia meridionale arriva a Roma e da Roma impesta tutta l’Italia», ma è altrettanto vero per lui «che le province settentrionali presidiate da una borghesia non indegna della sua funzione politica e sociale, e forti di una vigorosa vita autonoma, reagiscono contro l’infezione della Città Eterna, e bene o male fanno la loro strada».

Solo uno spunto, un accenno, ad una questione, quella relativa alla borghesia italiana, alla sua capacità di essere “centrale” per lunghi segmenti della storia nazionale, di rivestire un ruolo fondamentale non solo in ambito sociale, ma anche politico ed economico, a partire dall’età comunale. E che forse in absentia ancora lo é, come dimostra la cronaca politica. Come indiziano le parole di Carlo Calenda e Andrea Romano, scritte alla fine di settembre nell’editoriale d’apertura di Italia Futura, l’associazione presieduta da Montezemolo. Un articolo che riservava spazio non irrilevante alla borghesia, da un lato notando come «il risveglio della borghesia italiana é brusco, salutare ma ancora parziale». Dall’altro, sottolineando come «c’é qualcosa che non funziona nel rapporto tra la borghesia italiana e il potere politico».

Così l’indagine sullo stato attuale della borghesia diventa l’occasione per risalire ai guasti del presente, alla situazione degenerata nella quale ci agitiamo pericolosamente. Un’indagine che ha maggiori possibilità di essere esaustiva nelle sue conclusioni, passando in rassegna alcune fasi cruciali della storia italiana. Fasi nelle quali i temi, ad intermittenza causa ed effetto, s’intrecciano tra loro, contribuendo in ogni  modo a disegnare un quadro in continua evoluzione ma abbastanza nitido del Paese. Quanto ciò sia vero, quanto cioé la realtà indagata attraverso la lente della borghesia, costituisca un continuo work in progress, lo testimonia il pamphlet, L’eclissi della borghesia, pubblicato recentemente da Giuseppe De Rita e Antonio Galdo. Una indagine che riparte dall’Intervista sulla borghesia, il libro caposaldo sull’argomento, scritto nel 1996 dagli stessi autori.

La “borghesia” ha perduto quell’accezione di parte di quel conflitto di classe al quale ancora, in un certo qual modo, allude Piero Calamandrei nel febbraio del 1954, quando intervenendo sulla crisi industriale del Pignone, che a Firenze rischiava di far perdere il lavoro ad un gran numero di operai, presentava la vicenda come un conflitto tra il privilegio borghese e la miseria del proletariato.
La nostra non è mai stata qualcosa che assomigliasse alla borghesia inglese, già adombrata nella Magna Charta, artefice della Rivoluzione industriale, celebrata da Marx come motore del capitalismo e della futura globalizzazione nel Manifesto del Partito comunista.

La borghesia é sinonimo di classe dirigente, di élite intellettuale. Parte importante di un tutto al quale appartiene il ceto medio, massa anonima ed indifferenziata, con l’aspirazione di un miglioramento. Le differenze tra le due categorie, non contrapposte, risultano dunque numerose, a partire dal dato numerico. Pochi i borghesi, molti gli altri. Ai primi, fin dal Risorgimento quando  protagonisti, moderati o democratici, appartenevano in larga misura agli ambienti delle professioni liberali, dei commerci, degli impieghi o della scuola,  sono affidati ruoli di primo piano nella guida del Paese. Una borghesia che aveva coniugato il principio di libertà dello Statuto albertino con quello di nazionalità europeo. A questa in stagioni politiche diverse erano seguite borghesie con proprie peculiarità. Prima quella realista e pragmatica giolittiana, che aveva portato a compimento lo Stato centrale. Poi, quella del 1915, divisa fra interventisti e anti-interventisti ma accomunati dall’ ideale del completamento della missione risorgimentale. Poi nel 1922 la frattura. All’epoca del fascismo, l’egemonia borghese pur non perdendo i suoi connotati, segna il passo. Occupando i pochi spazi liberi. Riflessi significativi di quel lungo scorcio sono le pagine de Gli Indifferenti di Moravia, nel quale la decadenza e lo sfacelo della società borghese sono i veri protagonisti, ben al di là delle vicende umane dei mediocri personaggi che vi compaiono.

Ma é soprattutto nel “complicato” dopoguerra, con il Paese impoverito e depresso, e dunque la necessità di ricostruire, che la borghesia produce le migliori personalità. Figure come quelle di Pasquale Saraceno, Raffaele Mattioli, Adolfo Tino, Ezio Vanoni e,  in politica, di Alcide de Gasperi, Luigi Einaudi, Pietro Nenni e Palmiro Togliatti. Qui, alle soglie del boom economico degli anni Sessanta la borghesia comincia la sua parabola discendente. A partire da questo momento si assiste ad un duplice fenomeno, l’uno non disgiunto dall’altro. Innanzitutto vanno scemando i caratteri fondanti della classe dirigente passata. Ma al contempo comincia, in maniera prepotente ad emergere, acquistando sempre maggiori spazi,  il ceto medio. Non quello che potremmo definire risorgimentale e fascista, ma uno quasi del tutto nuovo, avido di una ricchezza mai raggiunta, pronto a consumi fino a poco prima inimmaginabili. Un nuovo centro della società, sospinto in gran parte dal Nord, alimentato pericolosamente dalla generosità dello Stato sociale e legittimato dalla politica, in altri ambiti contrapposta, dei due partiti più popolari, la Dc e il Pci. Le qualità borghesi della visione non particolare e volta il più possibile agli scenari futuri, sono spazzate via, obliterate dall’egocentricismo, dall’interesse preminente all’attualità.

Come non ricordare gli articoli di fondo di Indro Montanelli sul Giornale, dal 1974 alla metà degli anni Ottanta, nei quali si rivolgeva alla borghesia italiana, specialmente milanese, senza riuscire a nascondere di disprezzarla. La considerava senza coscienza di classe, opportunista, ondivaga, incline ad amoreggiare con la sinistra, nella speranza di sopravvivere o di essere uccisa per ultima, nell’eventualità di un ribaltone.

Questo processo a lungo proseguito, sì é andato intensificando nell’ultimo quindicennio fino a provocare la perdita della leadership. La classe dirigente italiana si è dissolta, pian piano, nell’apatia indotta dal consumo di massa.
Il saggio di De Rita e Galdo ha il merito anche di suffragare le differenti argomentazione con una copiosissima  serie di dati. Dalla loro lettura, anche corsiva, appare di tutta evidenza del perché si sia lentamente perso il senso dello Stato. Le statistiche sull’evasione fiscale, sull’occupazione del potere e, ancora, sul senso del peccato e del reato danno ragione dell’ “eclissi”. Non solo della borghesia, ma  dello Stato al quale avrebbe dovuto fungere da puntello.  Siamo giunti ad un’altra frattura come quella del 1922, ma forse, rispetto ad allora, mancano figure carismatiche, e la necessaria vitalità politica.

La ricca bibliografia sull’argomento in anni recenti certifica come il tema risulti nodale. Tra i diversi titoli, in Che fine ha fatto la borghesia? Dialogo sulla nuova classe dirigente in Italia, del 2004, ad esempio, Massimo Cacciari si chiedeva, in presenza di un capitalismo sempre più impersonale, se la borghesia vivesse ancora il proprio «essere-proprietario» come un obbligo e una responsabilità, mentre Aldo Bonomi traccia gli attuali perimetri di una «neoborghesia» sul territorio, individuandone profili inediti: dalle piccole-medie imprese diffuse all’area della net economy.

Ora sembra offrirsi una nuova chance. Per riacquistare la leadership smarrita, per ritrovare sé stessa, in fondo per riabilitare un “noi” da tempo scomparso, soffocato dall’”io”. Perchè l’operazione possa riuscire occorre ricominciare ad avere una visione molto più estesa di quella recente, che consenta di scrutare l’ “alto”, senza disdegnare il “basso”.

Forse basterebbe ritornare a Luigi Einaudi, recuperare le parole pronunciate nel maggio del 1911, in occasione dell’apertura del congresso della società di resistenza: «Sono … borghesi gli imprenditori e gli agricoltori che lottano per far progredire industria e agricoltura e vorrebbero tenere per sé tutto il maggior prodotto ottenuto; e sono borghesi gli operai che lottano o sacrificano denari e tempo e energie per strappare agli imprenditori e agli agrari una parte di questo maggior prodotto … Nessuna collaborazione fu destinata ad essere feconda di tanto bene quanto quella risultante dalla competizione delle classi imprenditrici e lavoratrici. Purché sappiano vedere che il loro maggior nemico non é nella classe contro cui combattono ma nelle oscure forze della reazione statale. Combattano pure tra di loro gli uomini attivi; ma per vincere l’avversario non si diano … in braccio agli uomini ignavi che vorrebbero instaurare in terra la morta pace delle leggi e dei regolamenti». Alla nuova borghesia, parte fondante della società italiana, servono gli ideali della vecchia politica. A lei e al Paese servirebbe un nuovo Luigi Einaudi.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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