Pubblichiamo, per gentile concessione dell’autrice, il testo dell’intervento pronunciato dalla professoressa Elena Bein Ricco lo scorso 22 novembre al Quirinale, durante l’udienza riservata dal Presidente della Repubblica ad una delegazione della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI), in occasione del convegno “Il Protestantesimo nell’Italia di oggi. Vocazione Testimonianza Presenza” dedicato al 150° anniversario dell’Unità d’Italia.

Il tema della laicità è tornato al centro dell’attenzione: tutti parlano di laicità, tutti si dicono laici, attribuendo però alla parola “laicità” dei significati molto diversi. E questo perché il concetto di laicità non è un’idea fuori dal tempo, sempre uguale a se stessa, ma nasce nella storia e nella storia cambia, assumendo forme differenti a seconda dei contesti.

Nello specifico, la domanda dalla quale vorrei partire è la seguente: qual è il modello di laicità più adatto per le democrazie del nostro tempo, destinate a diventare, a causa dei flussi migratori, sempre più multiculturali, multietniche e multireligiose?
Mi sembra che occorra scommettere su un’idea di laicità ripensata e arricchita rispetto alla concezione liberale classica, che pur rappresentando una delle conquiste più alte del mondo moderno a cui il protestantesimo ha dato un contributo significativo, si dimostra oggi per alcuni aspetti inadeguata a rispondere alle sfide della nostra contemporaneità.

L’idea guida su cui si basa questa versione storicamente originaria della laicità è quella della separazione tra lo Stato e le chiese, tra le leggi civili e i codici religiosi, così che lo Stato non può privilegiare nessuna concezione religiosa o non religiosa, ma deve garantire uguali diritti a tutti i cittadini. Lo Stato laico sorto nella modernità, per proteggersi dall’ingerenza delle istituzioni ecclesiastiche e per porsi al riparo dai conflitti di religione, sposta le convinzioni etico – religiose nella sfera dell’esistenza privata e le considera un “affare di coscienza” senza rilevanza sotto il profilo politico; lo Stato è neutrale, non interferisce nelle scelte di ciascuno, ma tali scelte non sono oggetto di un pubblico dibattito e di conseguenza la sfera pubblica appare come una scena indistinta e vuota, “cieca” alle differenze culturali e religiose.

Questo modello di laicità ha indubbiamente il grande merito di garantire il diritto alla libertà di coscienza e l’universalismo della cittadinanza, basato sull’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, indipendentemente dalle loro appartenenze identitarie e da quali credenze esse abbiano. Ma ecco il suo limite: nel momento in cui estromette dallo spazio pubblico la pluralità delle culture e delle religioni, finisce per sacrificare la ricchezza delle differenze e per rendere impossibile lo scambio interculturale e interreligioso. Sotto questo aspetto il modo tradizionale di intendere la laicità si rivela uno strumento debole per far fronte alla grande sfida del multiculturalismo cui sono esposte le democrazie del nostro tempo, nelle quali coesistono gruppi identitari di diversa provenienza e caratterizzati da visioni del mondo e da sistemi di valori spesso contrastanti.

Si tratta della sfida della convivenza non facile tra diversi, resa più ardua dalla tendenza sempre più marcata a chiudersi nelle “piccole patrie” identitarie, in comunità omogenee in cui ciascuno incontra solo il simile a sé fino a rivendicare il valore esclusivo della propria tradizione e delle proprie radici, come si va ripetendo in modo quasi ossessivo. Tale ripiegamento identitario è rafforzato dal ritorno delle religioni spesso nella forma dei fondamentalismi, che contribuiscono ad alimentare la logica della contrapposizione al diverso da sé, visto come una minaccia da cui difendersi. Ora, se le identità vengono estromesse dalla sfera pubblica e ricacciate nella chiusura comunitaria, si rischia di irrigidirne le posizioni e di acutizzare i contrasti multiculturali, con il pericolo che il tessuto civile si frantumi in tanti gruppi identitari separati, indifferenti gli uni verso gli altri o peggio tra loro ostili. Allo stesso modo, se non vogliamo che le religioni tornino ad essere causa di conflitti, occorre che esse non siano confinate nella dimensione privata, ma vengano messe a confronto in un dibattito pubblico che ne permetta la conoscenza reciproca.

Per fronteggiare questi fenomeni nuovi, mi sembra che il modello della laicità liberale debba essere storicamente aggiornato: ciò che va mantenuto ben fermo, come punto di non ritorno, è il principio per il quale la società politica è tenuta a garantire i diritti di tutti senza discriminare né privilegiare nessuno, così come deve essere conservata la distinzione delle diverse funzioni tra lo Stato e le comunità di fede, senza confusione di ambiti e di competenze; esso invece va corretto là dove relega le convinzioni morali e religiose nella sfera della vita privata, a vantaggio di una forma di laicità che prospetti un nuovo modo di intendere lo spazio pubblico, non più vuoto ma affollato di presenze culturali e religiose di vario tipo, che si confrontano e anche si scontrano, arricchendo il dibattito della società civile.

Ecco che la laicità non è più una laicità di esclusione delle identità dall’arena pubblica, ma diviene in positivo la strategia del confronto pubblico tra le differenze e assume la forma del pluralismo attivo, basato sul metodo dialogico dello scambio interculturale e interreligioso. Ciò significa fare della sfera pubblica un ambito di interlocuzione in cui l’identità di ciascuno non sia più vissuta come una fortezza in cui rifugiarsi e una piccola “patria” da difendere, ma come un patrimonio storico-culturale da far interagire con altri modi di rappresentarsi il mondo, in base all’idea secondo cui le differenze possono convivere democraticamente senza ghettizzarsi e senza confliggere solo se vengono coinvolte in una discussione aperta e costante e poste nella condizione di contribuire alla costruzione della città comune.

In questa prospettiva, anche la neutralità dello Stato si arricchisce di un nuovo significato: non è più, per così dire, una neutralità passiva, bensì attiva, perché lo Stato democratico laico non rimuove a priori le diversità dallo spazio pubblico, anzi le valorizza, promuovendo l’interazione tra fedi, valori, tradizioni differenti, ed è neutrale nel senso di garantire, come arbitro imparziale, che tutte le concezioni possano partecipare al dibattito, impedendo al tempo stesso che una prevarichi sulle altre.

E proprio in quanto arbitro imparziale, lo Stato democratico fissa le regole alle quali deve attenersi il confronto pubblico. Esso deve innanzitutto seguire la modalità della discussione democratica, cioè deve essere paritario: tutti hanno il diritto di esporre le proprie motivazioni, anche le motivazioni teologiche, ma nessuno può rivendicare una posizione di privilegio e di superiorità. Anche le chiese sono una voce tra le altre e non possono presentarsi nell’arena pubblica come se fossero depositarie di verità indiscutibili, pretendendo di rappresentare l’assoluto. Come protestante mi sento di contrapporre a questo atteggiamento la convinzione secondo cui l’assoluto appartiene soltanto a Dio, mentre nella storia non vi sono assoluti perché essa è il campo del relativo e del provvisorio.

Vi è poi un’altra regola cui deve sottostare il confronto pubblico, la regola laica per eccellenza: quando si passa dalla fase del dibattito a quella della vera e propria deliberazione politica che produce le leggi, allora nessuna posizione, nessuna religione e nessuna chiesa può arrogarsi il privilegio di veder tradotta in legge per tutti la propria concezione particolare, imponendola anche a coloro che non la condividono.

Questo risulta particolarmente chiaro se pensiamo alle spinose questioni della bioetica, in cui si scontrano diverse visioni morali. Come protestanti riteniamo che la via laica per legiferare su questioni eticamente controverse, sia ancora una volta quella di avviare un dibattito pubblico il più ampio possibile, aperto a tutti i punti di vista, fino a trovare – attraverso la pratica paziente della mediazione e del compromesso (inteso nel senso alto di “promettere insieme”) in cui ciascuno rinuncia a qualcosa in più per sé – un accordo su leggi democraticamente giuste, che sono tali in quanto non rispecchiano un’unica concezione religiosa, filosofica o morale (fosse pure quella della maggioranza) ma garantiscono a ciascuno la libertà di decidere responsabilmente i criteri del suo agire

In virtù di questo accordo fondato sul principio laico e democratico secondo cui le leggi, avendo validità obbligante per tutti, non possono basarsi su un sistema di credenze valido solo per qualcuno, ogni cittadino conserva il fondamentale diritto di assumere uno stile di comportamento conforme alla sua visione etica, ma, al tempo stesso, rinuncia a pretendere che la sua verità diventi la verità di tutti e che il suo sistema di valori venga imposto per legge anche a quanti non vi si riconoscono. Infatti, ciò che tiene insieme la società democratica non è un sistema di valori di una sola parte, di una sola tradizione, ma è l’insieme di quei valori fondanti della democrazia stessa – l’uguale dignità dei cittadini, l’universalismo dei diritti, l’autonomia individuale, il pluralismo – che sono incorporati nella Carta Costituzionale e devono essere da tutti rispettati, perché se fossero messi in questione, anche la democrazia sarebbe in pericolo.