Categorized | Biopolitica

Il suicidio di Lucio Magri non è un caso di eutanasia

– Lucio Magri si è suicidato. Lo ha fatto con l’assistenza di un medico, richiesta e prestata secondo le regole “privatistiche” della Confederazione Elvetica. E’ stata una scelta meditata, con cui, da quanto riferiscono gli amici, Magri ha voluto porre fine ad una vita mortificata dalla depressione e da un senso irreparabile di solitudine, dopo la morte della moglie.

Trarre dall’esterno la “morale” di un suicidio è sempre oltraggioso e conformistico. Ma, a margine di una vicenda di cui ben poco può davvero comprendere chi non ne sia personalmente compreso, c’è un equivoco che va dissipato. La morte di Lucio Magri non può in nessun senso, né soggettivo, né oggettivo, rubricarsi alla voce “eutanasia”. Un suicidio medicalizzato non è per ciò stesso eutanasico.

Eutanasia è prevenire e lenire il tormento del morire, non la fatica e il dolore del vivere. L’eutanasia è morire bene, anziché male, non morire anziché vivere. E’ una forma di sollecitudine morale per i morenti, non di assistenza tecnica ai viventi perché muoiano, se lo vogliono. La libertà di morire è, più di quella di vivere, assoluta e naturale e, in senso stretto, indiscutibile. Ma quando dal piano assoluto della libertà si passa a quello relativo del diritto, distinguere e discutere le differenze non è solo necessario, ma doveroso. Tra l’insopportabilità del vivere male e quella del morire male e tra il rimedio che la morte medicalmente “amministrata” appresta all’una e all’altra non c’è praticamente nulla in comune sul piano dei fini, anche se il medico provvede ad entrambe con i medesimi mezzi.

Tra quanti chiedono che il diritto alla “buona morte” sia riconosciuto ai malati e quanti pretendono che sia esteso a tutti quelli che vogliono farla finita, c’è una differenza assoluta di “filosofia” e un senso diverso di responsabilità e impegno rispetto all’altrui morire. Non conta, ai fini del nostro discorso, cosa si pensi delle ragioni degli uni o degli altri. Conta che si riconosca onestamente che in base al principio della libertà umana essi pretendono dalla “legge” cose tutt’affatto diverse e forse neppure coerenti.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

13 Responses to “Il suicidio di Lucio Magri non è un caso di eutanasia”

  1. Giacomo Barelli scrive:

    Caro Carmelo non condivido per nulla il tuo articolo,
    ” vivere male” “morire male ” “il piano dei fini” “una differenza assoluta di filosofia (?)”
    locuzioni, giudizi di “valore” estranei( e devono rimanere tali) alla logica del diritto positivo che non si occupa ( e come potrebbe) del “foro interno” .
    “La frase l’eutanasia è morire bene anzichè male ” è inaccettabile per il diritto e lottero’ sempre perchè “la legge” non si occupi mai in questo caso, di come dici tu di “distinguere e discutere le differenze” che non solo non è necessario, ma anche sbagliato e dannoso nonche “assolutamente” (non relativamente) arbitrario.
    Sinceramente sul tema non mela sento come fai tu di “distinguere sul piano dei fini”
    un saluto giacomo barelli

  2. daniela scrive:

    Pur non condividendo tutte le riflessioni e le analisi dell’articolo, ringrazio Carmelo per aver sollevato una questione molto spinosa. Spesso indichiamo con il termine improprio “eutanasia” quello che in realta’ e’ suicidio assistito, in cui cioe’ all’interno di un determinato quadro legislativo (o nell’illegalita’) si forniscono ad un individuo che non se la sente, o piu’ comunemente che soffre di limitazioni fisiche, i mezzi per attuare il suicidio mediante un semplice gesto. Talvolta per la legge italiana si puo’ invece configurare il reato di omicidio di persona consenziente, se l’assistente compie tutto da solo (su persona che, nel pieno possesso delle facolta’ mentali, esprime il desiderio di morire, ma non compie materialmente il gesto suicida).

    Ben diversa e’ l’eutanasia, che implica la causazione del decesso in un individuo che non si esprime e non puo’ esprimersi, per esempio perche’ non cosciente, perche’ non in grado di intendere e volere, perche’ infante. Qui sono altri, e’ la collettivita’, e’ il tutore, non so chi potrebbe o dovrebbe farlo, in ogni caso sono soggetti terzi, che stabiliscono che sia preferibile interrompere per il bene dell’individuo questa (altrui) vita.

    Si tratta ovviamente di questioni di delicatezza e complessita’ inimmaginabili, ma che a mio avviso meritano di essere tenute separate, come separate sono le esigenze, le paure, le disperazioni.

    Ciao Lucio e grazie.

  3. Carmelo Palma scrive:

    Daniela,
    l’eutanasia “involontaria” non è la sola – esiste quella volontaria, che è quella di cui più si discute e si richiede la legalizzazione. Quella involontaria e coatta è il paternalismo medico portato alle estreme conseguenze. E’ l’altra faccia del sondino di Stato, caro a Sacconi.
    A fare la differenza tra l’eutanasia e il suicidio assistito non è il carattere volontario della scelta, ma la condizione del “richiedente”. Che nel primo caso è un malato, che la malattia sta conducendo (male) alla morte, e nel secondo può essere uno che vuole morire e basta.

  4. daniela scrive:

    Carmelo, dissento da te: la malattia di Lucio Magri era inguaribile dalla scienza medica contemporanea (le depressioni maggiori che la medicina ha curato completamente sono casi aneddotici, esattamente come le occasionali remissioni di tumori in stadio avanzato) ed era inoltre (a differenza dei tumori) incurabile dalla scienza medica contemporanea (che non e’ stata in grado di offrire a Lucio sufficiente serenita’ a voler vivere). In tale situazione, altri pazienti (per scelta personale o convinzione religiosa) desiderano vivere comunque, mentre Lucio ha ritenuto che la sua vita non avesse un futuro. Ne’ piu’ ne’ meno di un paziente che ha una distrofia muscolare (malattia fortemente e progressivamente invalidante ma non terminale) o un tumore. Alcuni pazienti si attaccano alla vita “ad ogni costo” e sollecitano terapie anche sperimentali, altri compiono scelte mediche diverse privilegiando la qualita’ della vita ma non desiderano affrettare deliberatamente la morte, altri ancora desiderano di morire. La depressione maggiore, che e’ una patologia gravissima, non e’ meno invalidante di un cancro, per il paziente e per chi gli sta vicino.

    Sei dunque contrario all’eutanasia di un paziente che non e’ piu’ in grado di intendere e volere, anche in presenza di precise volonta’?

  5. Carmelo Palma scrive:

    Sono contro l’eutanasia involontaria in genere e in specie quando, anzichè interpretare la volontà non formalmente espressa del paziente, il medico pretende di interpretarne il “bene” o “l’interesse” a prescindere dalla sua volontà.
    Sulla depressione, so bene che è una malattia gravissima e dolorosa. Ho però molti dubbi, sinceramente, che si possa stabilire il diritto a morire come diritto soggettivo, cioè come facultas agendi che “neutralizza” ogni altro obbligo giuridico e deontologico, in presenza di una malattia non mortale e non per scongiurare il dolore del morire ma quello del vivere.
    Sono a favore dell’eutanasia insomma, non della morte medicalmente assistita per chiunque la chieda.

  6. daniela scrive:

    Purtroppo l’intera medicina e’ un tentativo maldestro di interpretare alla meno peggio “il bene” del malato, e l’unica alternativa e’ di non ricorrervi del tutto. Se una persona in stato di ottima salute ritiene che non desidererebbe continuare a vivere in condizioni di grave disabilita’ (attenzione, non mi riferisco alle rianimazioni senza speranza talora attuate per ragioni, purtroppo, di rimborsi e quant’altro, e che siamo tutti d’accordo che sono una porcheria, ma che continuano; mi riferisco ad uno status quo in cui il paziente e’ ormai stabile, diciamo ai casi come quello di Eluana negli ultimi anni di vita) possiamo ritenere in maniera automatica che questa opinione sia ancora valida? Tanto piu’ che sappiamo come i pazienti in condizioni analoghe ma che rimangono coscienti, in percentuale significativa cambiano idea e ritengono che la vita in quelle condizioni abbia ancora un valore e un significato? D’altronde anche un buon numero dei suicidi falliti non ritentano piu’ il suicidio ed esprimono gratitudine per essere stati salvati. Io credo che la prima e fondamentale azione che la societa’ deve compiere e’ sbarazzarsi dei suicidi e tentativi di suicidio *eliminabili*, che non nascono da un dolore esistenziale ma da una problematica contingente e risolvibile, e rendere la vita quanto piu’ possibile degna di essere vissuta. Se una persona ha un tumore avanzato deve avere terapia del dolore adeguata, ma si deve anche garantire a ciascun cittadino il minimo necessario alla sopravvivenza (hai presente la crisi economica quanti suicidi sta causando?) Fatto questo, siamo di fronte a un bivio. Possiamo dire al cittadino “La vita non e’ tua”: questa e’ la posizione di molte ideologie e religioni (non solo quella cattolica, e ricordo che nei paesi comunisti il suicidio era pesantemente stigmatizzato). Oppure possiamo decidere che l’individuo e’ padrone della propria vita con tutto cio’ che ne consegue (se ritiene di avvalersene). Il resto mi sembrano discussioni astratte. Quanto ai morenti, possono essere curati benissimo senza ricorrere all’eutanasia, la risposta e’ la terapia del dolore, e’ eventualmente la sedazione, e’ il consenso informato alle terapie per non creare queste situazioni contro la volonta’ dell’individuo e dei suoi familiari, sono gli hospice ed e’ l’assistenza domiciliare. Non ritengo che la scelta di voler morire perche’ si trova la vita insopportabile (alla fine, e’ questa la vera ragione) dovrebbe dipendere da quanto terrore il nome della malattia di cui si soffre suscita nell’elettore medio. Vorrei infine domandarti: se l’eutanasia fosse stata legale, tu avresti ritenuto opportuno negarla a Eluana (su richiesta di chi curava i suoi interessi, ovvio) con la motivazione che e’ “involontaria”? E invece sei favorevole o contrario all’interruzione dell’alimentazione su richiesta del tutore?

  7. creonte scrive:

    @Daniela:

    se uno è cosciente e fortemente invalidato, può avere idee diverse di quando stava bene, am se dice che non riesce a cotninuare, è un problema che dobbiamo porci.

    un malato di SLA, se acconsente alla tracheotomia,nnon vuol dire che poi riesce a proseguire a vivere. la mancanza di eutanasia costringe il malato a nona ccetr cure (ovvero la tracheotonmia) sapendo che se lo fa, poi non può più TORNARE INDIETRO.

  8. Carmelo Palma scrive:

    Daniela: penso che le volontà del malato vadano sempre rispettate, per come sono state espresse e per come è possibile intenderle e attualizzarle. E penso che a farlo non possano essere che persone che con lui hanno rapporti personali e profondi (non il medico di “turno”).

  9. daniela scrive:

    Creonte, io non nego che quello che tu poni sia un problema che vada discusso in una societa’ civile; dissento invece dalla affermazione che il caso da te descritto, di un malato di SLA cosciente che firma il consenso informato (magari informatissimo, supponiamo pure che sia un medico?) perche’ desidera vivere e vorrebbe provare a convivere con la tracheotomia, ma successivamente giunge a considerare insopportabile la propria vita e si pone la questione di come terminarla, sia radicalmente o intrinsecamente diverso da Lucio Magri, che con una consapevolezza e una lucidita’ che credo tutti ci auguriamo di possedere e mantenere (al di la’ della nostra opinione personale sul suicidio e in generale sulla vita) giunge a ritenere insopportabile la propria vita e si pone la questione di come terminarla.
    L’altra problematica che non possiamo negare e’ che spesso l’invalidita’ grave comporta la perdita della coscienza o comunque un deterioramento delle capacita’ intellettuali ad opera della malattia e/o dei farmaci.

  10. creonte scrive:

    @Daniela

    ma sicuro che Magri è una caso diverso.

    io volevo fare un lato in avanti nella discussione: il paziente può rifiutare un operazione chirurgica (tracheotomia), ma poi non può tornare in indietro ovvero il medico non può intervenire più: se decidi di vivere, puoi solo sperare in altre complicazioni se vuoi morire.

    la cosa è molto importante: penso alla donna diabetica che rifiutò l’amputazione di una gamba pur sapendo di morire per questa scelta. Se tale donna avesse avuto la certezza che in caso di pentimento, avrebbe avuto comunque una VIA DI FUGA, magari avrebbe acconsentito all’operazione.

    con questo voglio dire che l’eutanasia paradossalmente allunga la vita di alcuni pazienti,che sapendo che l’eutanasia è un loro diritto, accetano cure chirurgiche con più serenità

  11. daniela scrive:

    @Creonte ti do’ completamente ragione e vi sono anche studi statistici in tal senso. (Diverso il caso della signora che scelse di non farsi amputare per via di sue convinzioni religiose sulla integrita’ del corpo; la figlia che era l’unico familiare e che dissentiva, fece un esposto e da li’ la cosa fini’ sui giornali, ma le perizie ritennero la donna in grado di intendere e volere e la sua scelta venne rispettata.)

    Perche’ Magri e’ un caso diverso? Perche’ a vostro parere era “sufficientemente in salute”? Trovo terribile questo moralismo per cui una persona depressa a tal punto da desiderare di suicidarsi e pianificarlo con la massima lucidita’ e consapevolezza, dovrebbe essere costretta o forzata a vivere, mentre si ritiene accettabile la medesima scelta in una persona con problematiche fisiche evidenti.

  12. creonte scrive:

    una persona depressa si può sostanzialmente sempre curare, può sempre ritrovare uno scopo enlla vita… ma se sei legata a òletto e incapca di parlare e di alimentarti col sondino, le cose sono ben diverse…

    … oltre al fatto che si rischa uno scenario di “documentazioni false di depressione acuta” per potersi suicidare. E nonparlamo neppure di persone con difficoltà materiali

  13. michela scrive:

    vivere o sopravvivere?

    quest’uomo ha scelto di vivere la morte
    porto rispetto per questa scelta così intima
    non giudico…
    semplicemente cerco di capire

Trackbacks/Pingbacks