– Lucio Magri si è suicidato. Lo ha fatto con l’assistenza di un medico, richiesta e prestata secondo le regole “privatistiche” della Confederazione Elvetica. E’ stata una scelta meditata, con cui, da quanto riferiscono gli amici, Magri ha voluto porre fine ad una vita mortificata dalla depressione e da un senso irreparabile di solitudine, dopo la morte della moglie.

Trarre dall’esterno la “morale” di un suicidio è sempre oltraggioso e conformistico. Ma, a margine di una vicenda di cui ben poco può davvero comprendere chi non ne sia personalmente compreso, c’è un equivoco che va dissipato. La morte di Lucio Magri non può in nessun senso, né soggettivo, né oggettivo, rubricarsi alla voce “eutanasia”. Un suicidio medicalizzato non è per ciò stesso eutanasico.

Eutanasia è prevenire e lenire il tormento del morire, non la fatica e il dolore del vivere. L’eutanasia è morire bene, anziché male, non morire anziché vivere. E’ una forma di sollecitudine morale per i morenti, non di assistenza tecnica ai viventi perché muoiano, se lo vogliono. La libertà di morire è, più di quella di vivere, assoluta e naturale e, in senso stretto, indiscutibile. Ma quando dal piano assoluto della libertà si passa a quello relativo del diritto, distinguere e discutere le differenze non è solo necessario, ma doveroso. Tra l’insopportabilità del vivere male e quella del morire male e tra il rimedio che la morte medicalmente “amministrata” appresta all’una e all’altra non c’è praticamente nulla in comune sul piano dei fini, anche se il medico provvede ad entrambe con i medesimi mezzi.

Tra quanti chiedono che il diritto alla “buona morte” sia riconosciuto ai malati e quanti pretendono che sia esteso a tutti quelli che vogliono farla finita, c’è una differenza assoluta di “filosofia” e un senso diverso di responsabilità e impegno rispetto all’altrui morire. Non conta, ai fini del nostro discorso, cosa si pensi delle ragioni degli uni o degli altri. Conta che si riconosca onestamente che in base al principio della libertà umana essi pretendono dalla “legge” cose tutt’affatto diverse e forse neppure coerenti.