Il pareggio di bilancio in Costituzione: una chance per il lungo periodo (comunque vada nel breve)

di PIERCAMILLO FALASCA – La Camera dei deputati approva oggi in prima lettura una modifica della Costituzione tesa a sancire il principio del pareggio di bilancio:il nuovo dettato dell’articolo 81 della Carta assegna allo Stato il compito esplicito di assicurare l’equilibrio tra entrate e uscite annuali, ammettendo il ricorso all’indebitamento «solo al fine di considerare gli effetti del ciclo economico e, previa autorizzazione delle Camere adottata a maggioranza assoluta dei rispettivi componenti, al verificarsi di eventi eccezionali». In un regime parlamentare bipolare, la previsione del quorum della maggioranza assoluta non comporta necessariamente la condivisione della scelta dell’indebitamento  tra maggioranza politica e opposizione,potendo la prima fare da sé. Sarebbe probabilmente stato più opportuno fissare l’asticella più in alto, chiedendo un quorum dei tre quinti o dei due terzi dei componenti delle Camere (come aveva ad esempio richiesto il Terzo Polo), ma è già positivo che il nuovo testo imponga al Parlamento una discussione e una votazione ad hoc. Non sfugge come l’elemento chiave sia la definizione degli «eventi eccezionali». La riforma assegna ad un provvedimento da approvare non oltre il 28 febbraio 2013 il compito di fissare i paletti della “eccezionalità”: l’auspicio è che le maglie della “normalità” del ciclo economico non siano troppo larghe,consentendo di fatto ai governi futuri di ricorrere all’indebitamento senza l’autorizzazione del Parlamento.

A ben guardare, il vizio di fondo delle procedure di bilancio della Repubblica Italiana risiede nell’uso di tecniche incrementali nella costruzione dei bilanci e nella mancata adozione di una metodologia  zero based budgeting per l’elaborazione delle previsioni. Detto in altri termini, per costruire il bilancio annuale in Italia si parte dal bilancio dell’anno precedente, correggendo le diverse poste di spesa in aumento o in diminuzione: non a caso,si parla di “manovre” e di “correzioni” rispetto alla cosiddetta legislazione vigente. Altri paesi adottano un sistema molto diverso: annualmente si stimano le entrate a disposizione e si finanziano le diverse voci di spesa, grandi o piccole che siano. E’ un principio di buon senso, a cui l’Italia fa prevalere la sua affezione per i “diritti acquisiti”: se una certa spesa viene istituita nel 2011, coperta da una specifica entrata, tale spesa sopravvive anche per il2012 e per cancellarla ci vuole una legge. Ad ogni modo, torniamo alla riforma in discussione. Se anche i media sapranno fare bene il loro mestiere, assegnando all’autorizzazione delle Camere all’indebitamento il giusto “pathos”, la modifica costituzionale produrrà buoni frutti. In caso contrario, essa andrà ad ingrossare gli archivi plurisecolari delle grida manzoniane.

Lavorando per la modernizzazione della Costituzione (per evitare in qualche modo che i vizi del passato si trascinino anche in futuro), il Parlamento occupa questi giorni di febbrile attesa per il Consiglio deiMinistri del 5 dicembre, quello durante il quale saranno presentate le prime importanti misure di correzione dei conti pubblici e – si spera – di  liberalizzazione dell’economia. Sarà il primo passo di un percorso giocoforza lungo e accidentato, per il quale tra l’altro l’Italia sa ormai di non bastare a sé stessa. Senza il sostegno di un prestatore di ultima istanza ed essendo ormai entrata in recessione, secondo Nouriel Roubini l’Italia ha ormai bisogno di ristrutturare il suo debito pubblico, offrendo agli investitori la scelta di scambiare i loro titoli con obbligazioni a più lunga scadenza o una riduzione del valore di almeno il 25 per cento. Che ciò avvenga o meno, è innegabile che il dibattito interno ed internazionale sulle sorti dell’economia italiana ha ormai compiuto un salto di qualità sostanziale: ne è passata di acqua sotto i ponti da quando gli autorevoli ministri del governo Berlusconi assicuravano che il nostro paese era «messo meglio degli altri».


Autore: Piercamillo Falasca

Vicepresidente di Libertiamo. Nato a Sarno nel 1980, si è laureato in Economia alla Bocconi e ha frequentato il Master in Parlamento e Politiche Pubbliche della Luiss. E' fellow dell’Istituto Bruno Leoni. Ha scritto, con Carlo Lottieri, "Come il federalismo può salvare il Mezzogiorno" (2008, Rubbettino) ed ha curato "Dopo! - Ricette per il dopo crisi" (2009, IBL Libri). Ha scritto anche, nel 2011, "Terroni 2.0", edito sempre da Rubbettino.

2 Responses to “Il pareggio di bilancio in Costituzione: una chance per il lungo periodo (comunque vada nel breve)”

  1. Massimo74 scrive:

    E il tetto alla spesa pubblica di cui si parlava che fine ha fatto?No
    perchè non potendo più fare deficit a causa del vincolo costituzionale,chi ci garantisce che per continuare ad alimentare la spesa pubblica clientelare la nostra classe politica irresponsabile non porti la pressione fiscale(già oggi altissima) all’80%?

  2. Mario Giardini scrive:

    Nessuno. Infatti non è il pareggio di bilancio da includere in costituzione, ma il divieto, per lo stato, di spendere più del 30% del PIL.

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