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Gli arabi votano l’islamismo ma temono l’effetto Iran

– Ci siamo sempre chiesti che cosa sarà dei Paesi della sponda Sud del Mediterraneo dopo le rivoluzioni della Primavera Araba. Abbiamo sempre temuto che potessero finire dalla padella alla brace e noi (che siamo a due passi) assieme a loro. Purtroppo le notizie di questi giorni sembrerebbero confermare le più oscure previsioni.

Il fenomeno che prevale, dopo le rivoluzioni, ha già un nome provvisorio: “onda islamica”. Ovunque votino, le popolazioni arabe scelgono i più fondamentalisti fra i partiti islamici.

In Egitto la gente ha appena finito di depositare il proprio voto nelle urne. Il processo elettorale sarà ancora molto lungo. Ma è già lecito fare previsioni. La parte laica e democratica della rivoluzione è in Piazza Tahrir al Cairo, a boicottare le elezioni. Il resto dell’Egitto, la maggioranza silenziosa, ha affollato i seggi elettorali. Evidentemente, questa maggioranza silenziosa non si identifica con la protesta laica e democratica. E’ qualcos’altro. E cos’altro sarebbe, se non un consenso islamico? Certi numeri parlano già chiaro: i due terzi degli egiziani, in un referendum, hanno ribadito il carattere religioso della costituzione, in cui la shariah (legge coranica) è suprema fonte di diritto. Nelle ultime elezioni parlamentari (non libere) i Fratelli Musulmani, pur se banditi e perseguitati, hanno ottenuto più del 20% dei consensi.

Dà l’esempio il Marocco, finora considerato come una monarchia moderna e secolarizzata. In Marocco, le prime elezioni dopo la riforma costituzionale dello scorso autunno, hanno dato la vittoria ai fondamentalisti islamici. Il re Muhammad VI ha dato l’incarico al primo premier islamista: Abelillah Benkirane. Il suo partito, il Pjd (Giustizia e Sviluppo) ha ottenuto 107 seggi parlamentari su 395, la maggioranza relativa. Benkirane ha subito dichiarato la sua moderazione, affermando di voler agire secondo i principi di «democrazia e buon governo».

E’ successo anche in Tunisia, la più laica delle nuove repubbliche, con la strepitosa vittoria del partito Ennahda. La formazione guidata da Ghannouchi ha ottenuto il 41% dei voti in casa, più del 50% di quelli dei tunisini all’estero (Italia compresa). Ghannouchi dovrà dare l’esempio, fornire un modello. Ha scelto la via morbida, quella di Recep Tayyip Erdogan, premier turco, leader del partito islamico moderato Akp, la “democrazia cristiana” dell’Islam. Ma nel passato di Ennahda ci sono brutti episodi di estremismo armato e terrorismo. Difficile credere che sia tutto seppellito nel passato. Diciamo piuttosto che in Tunisia (e in Marocco e ancor più in Turchia) esiste ancora un’opposizione laica molto forte e non potrebbe fisicamente essere effettuata una trasformazione rivoluzionaria, calata dall’alto, come quella dell’Iran sotto Khomeini. L’esempio stesso della lotta combattuta dall’Iran contro il resto del mondo (musulmano e occidentale) scoraggia analoghi colpi di testa.

Proprio il regime di Teheran, in queste due settimane, si sta ulteriormente isolando. Ha respinto la proposta di ispezioni dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. E lo ha fatto subito dopo che il rapporto dell’organismo internazionale elenca prove e indizi inequivocabili sui lavori iraniani a un programma nucleare militare segreto. Alle sanzioni approvate da Regno Unito, Canada e Usa, contro gli istituti bancari che finanziano questo programma, Teheran fa rispondere la piazza e il parlamento. Il Mejlis (il legislativo iraniano) vota una risoluzione che congela parzialmente i rapporti con Londra. La folla di basiji (i giovani guardiani della rivoluzione, gli stessi che spaccavano le teste degli studenti dell’Onda Verde) dà l’assalto all’ambasciata britannica e a un altro compound inglese. Fra documenti distrutti o trafugati, si teme che i basiji possano portar via con loro anche sei ostaggi. Sarà la polizia iraniana a liberarli, per evitare il peggio. Parallelamente va avanti quella che appare sempre più chiaramente come una guerra segreta sull’atomica iraniana. Un deposito di missili, non lontano da Teheran, è saltato in aria due settimane fa. Un impianto nucleare a Isfahan (uno dei più importanti assieme ad Arak e Natanz) ha registrato una forte esplosione due giorni fa. Il regime è sicuro che si tratti di azioni di sabotaggio e punta il dito su Israele.

E’ proprio vedendo questi esempi di conflitto politico, diplomatico, anche militare, che nessun nuovo partito islamico vuol seguire l’esempio dell’Iran. Anche se un eventuale test di un’arma nucleare della Repubblica Islamica, sarebbe, in sé, il segnale di inizio di una nuova rivoluzione. Per ora, ai nuovi governi della mezzaluna conviene presentarsi nel modo più democratico e pragmatico possibile. Per dimostrarlo, sia Libertà e Giustizia in Egitto che Ennahda in Tunisia si sono separati dalle loro ali più oltranziste, quelle dei salafiti. Sono gli ultra-fondamentalisti che proprio ieri hanno inscenato l’occupazione dell’università di La Manouba a Tunisi e sequestrato il preside della facoltà di lettere, reo di aver accettato la decisione votata dal Consiglio di facoltà di interdire alle studentesse il niqab. Sono sempre i salafiti che, ancor prima del voto tunisino, hanno tentato di dar fuoco alla sede di Nessma Tv, colpevole di aver trasmesso “Persepolis” il noto cartone animato franco-iraniano tratto dai fumetti di Marjane Satrapi. Ora il direttore di Nessma Tv è sotto processo, rischia fino a 3 anni di carcere. Per aver trasmesso “Persepolis”. Quanto sono anti-sistemici questi salafiti? E quanto, invece, sono una parte del nuovo sistema? L’ala radicale, i “compagni che sbagliano” (ma sempre utili da sguinzagliare) del nuovo partito di governo?

In Libia questi dilemmi non si pongono ancora. Non sono state costituite le nuove istituzioni del Paese uscito dalla dittatura di Gheddafi. Ma i primi segnali fanno già temere qualcosa di ancora peggiore dei partiti islamici in Egitto, Marocco e Tunisia. E’ stato lo stesso Jalil, presidente del Consiglio Nazionale di Transizione, ad affermare che la shariah sarà il fondamento della nuova legge, che lo Stato libico sarà “islamico”. Ora, è lo stesso Jalil che ha mandato un emissario in Turchia a trattare con i ribelli siriani. Vuole fornire loro aiuti e volontari per l’insurrezione contro il regime di Bashar al Assad. Tutto bene, sulla carta. Ma chi ha mandato in Turchia? Lo rivela il quotidiano britannico Telegraph: Abdelhakim Belhaj, leader del consiglio militare di Tripoli, un ex leader di Al Qaeda, “vittima” di Guantanamo, successivamente internato in Libia e liberato da Gheddafi nel 2010 nell’ambito di un programma di “riabilitazione e perdono” dei terroristi islamici. Una delle sue prime dichiarazioni nella Tripoli liberata è stata una richiesta di risarcimenti a Usa e Regno Unito, per il trattamento riservato durante l’internamento. Ora è lui che va a negoziare l’invio di soldi, armi e volontari ai ribelli siriani. Non per esportare la democrazia, probabilmente, ma l’ideologia in cui ha sempre creduto: quella jihadista. Dalla padella alla brace, appunto. E noi stiamo alla finestra a guardare, a volte anche ad applaudire.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

4 Responses to “Gli arabi votano l’islamismo ma temono l’effetto Iran”

  1. Luca scrive:

    Sulla Tunisia sarei più ottimista. Ennahda è altro rispetto ai salafiti e un governo di coalizione composto da forze laiche come il CPR ed Ettakol può mettere nei giusti binari il paese e porre un freno alle eventuali spinte fondamentaliste di Ghannouchi e Jebali.

  2. Stefano Magni scrive:

    Sulla Tunisia sono abbastanza ottimista. Finché ci saranno forze laiche (come CPR ed Ettakol, che giustamente lei nomina) che faranno azione di contenimento/controllo, esattamente come avviene in Turchia. Invece non sono così certo che Ennahda e salafiti siano poi così diversi. Hanno tattiche diverse, un diverso grado di intelligenza, ma i fini sono gli stessi.

  3. Stefano scrive:

    Il nordafrica sta rispondendo alla sfida della modernità e della globalizzazione richiudendosi in se stesso come un riccio. Hanno un grande futuro dietro di loro.

  4. autores scrive:

    Ogni modo tutto non e’ nato per donare tutta all’Iran,sia ben chiaro,ma anche se purtroppo sembrerebbe proprio che tutto sia destinato al potere del’Iran dalla sua Anti democrazia altamente mortale ed alla sua Pena di morte ostinata a tutti. Nonostante questo ottimo dono che ha l’Iran e’ l’Iran stessa ad essere stanca e di pretendere per il proprio cambiamento se fosse possibile e non e’ che l’Iran non capisca l’ottima occasione che gli viene donata. Sono proprio stanchi e vorrebbe cambiare in molto oltre a non volere di ottenere quello che sta possedendo se volesse.L’Iran e’ molto chiaro in proposito anche se molti non si sono interessati in sembrerebbe che il conflitto non dipenda dai Presidenti o dai governatori etc,etc ma dalla politica in cui e’ il popolo a credere per la quale un Presidente diventa il burattino da giostrare.

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