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La generazione Erasmus e la scommessa federalista

– La crisi europea attuale si spiega tutta qui: da una parte ci sono economia e finanza, transnazionali e sovrannazionali. Si muovono rapide e veloci, su orizzonti temporali brevissimi. I loro effetti sono immediati: e immediatamente riguardano una serie di Stati, e di popoli, tra loro interconnessi.

Dall’altra parte c’è la politica. Ancorata a interessi nazionali, offre “soluzioni” locali a problemi globali. È lenta, è guidata da uomini e donne spesso figli di un altro tempo e di altre logiche, risente dei meccanismi del consenso ideati quando il mondo era radicalmente diverso da ora. Cerca, attraverso istituzioni ibride come la Ue, di mettere in atto politiche che possano difendere gli Stati-nazione e continuare a dare loro un ruolo. Muovendosi però con una goffaggine e un’imperizia tali da sortire l’effetto contrario: indebolire il peso degli Stati, e dei popoli, a discapito dei mercati e della finanza.

Tutto ciò, secondo noi, ha un’unica soluzione, pena l’irrilevanza e la marginalizzazione, forse irreversibile, del Vecchio Continente: l’unione prima fiscale, poi economica e infine politica degli Stati europei. L’Europa federale, come tratteggiata da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi nel loro “Manifesto di Ventotene”.

Come ha scritto nei giorni scorsi Massimo Gramellini su “La Stampa”, a differenza degli ultimi anni, da alcune settimane a questa parte in Italia è tornata l’ideologia. È tornata la politica. Tutto ciò, paradossalmente, dopo il passo indietro fatto proprio dalla politica in favore dei professori guidati da Mario Monti: è come se gli italiani avessero, improvvisamente, preso coscienza di non essere al centro del mondo, scoprendo che i nostri problemi riguardano anche gli altri e che i problemi degli altri ci riguardano. E che, inseriti come siamo in un contesto europeo e internazionale, è venuto il momento di abbandonare la visione di una politica e di una società che guarda solo al suo ombelico; e di pensare in grande.

Tralasciando le piccole convenienze di bottega che hanno portato la Lega all’opposizione e l’Idv a una sorta di “appoggio esterno” (per quanto nell’esecutivo Monti non ci siano delegazioni di governo), il dibattito sul governo Monti si è sviluppato soprattutto attorno ai totem di “sovranità popolare” e “sovranità nazionale”. Parti della destra e della sinistra hanno infatti attaccato il nuovo esecutivo sostenendo che sarebbe, in sostanza, frutto di un “colpo di mano” (eufemisticamente parlando) della tecnocrazia europea, che a colpi di spread ha esautorato il precedente governo democraticamente eletto, costringendolo alle dimissioni e instaurando al suo posto un esecutivo senza alcuna legittimità democratica. Contro, appunto, la “sovranità nazionale” e la “sovranità popolare”.

A questo proposito, urgono alcune precisazioni. Fino a prova contraria, secondo la Costituzione, l’Italia è ancora una Repubblica parlamentare. Ci piaccia o no, secondo la nostra Carta, i governi li fa e li disfa il Parlamento e non gli elettori. I quali eleggono i parlamentari, senza vincolo di mandato. Il governo Monti è un esecutivo politico a tutti gli effetti, perché sostenuto da una maggioranza parlamentare e politica.

Ancora, ci tocca dare un dispiacere ai romantici difensori della nostra sovranità nazionale: l’abbiamo già persa da molto. Da quando è nata la nostra Repubblica. Indovinate per colpa di chi? Per colpa dei poteri forti? Delle banche? Del “complotto demoplutogiudomassonico”? La risposta è un’altra: l’abbiamo persa “per colpa” della Costituzione e del suo articolo 11, conosciuto soprattutto per la parte in cui si dice che “l’Italia ripudia la guerra”. Continuando nella lettura di quell’articolo possiamo leggere che si “consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”.

Non ci spingiamo a dire che gli interessi nazionali sono ormai un feticcio e che i popoli debbano fondersi in un indistinto “calderone” europeo, ma pensiamo che, se non fosse per i drammi che si porta dietro, per l’esercito dei senza lavoro, per le condizioni di vita drasticamente ridimensionate di milioni e milioni di persone, questa crisi può essere un’opportunità, e secondo noi lo è.

Le istituzioni europee, così come sono ora, non funzionano più: e il tandem Merkel-Sarkozy è insufficiente, per tenere dritto il volante nella notte piena di nebbia della crisi. Gli accordi intergovernativi non bastano più: non bastano più i vertici tra Capi di Stato e di Governo, così come non basta più questa Commissione e questo Consiglio Europeo e questo Parlamento.

Forse siamo degli ingenui utopisti, ma crediamo che sia venuto il momento di fare uno sforzo di fantasia e di coraggio, e di immaginare governi pronti a spiegare ai loro cittadini il perché dei sacrifici che vengono chiesti e l’orizzonte nel quale si inseriscono e il traguardo al quale ambire. Anche se sbagliate, dal nostro punto di vista, le resistenze della Merkel agli eurobond sono comprensibili: la Germania, che negli anni di Schroeder ha già fatto le riforme che ora vengono chieste a noi e anche per questo è uscita dalla crisi molto prima, non vuole farsi carico dei debiti degli Stati meno virtuosi.

Ed è per questo che gli altri governi, e gli altri popoli, devono sapere che, per salvarsi, l’unica via sono i sacrifici: il mondo non tornerà più come prima, lo Stato non sarà più la chioccia che si prende cura di noi dalla culla alla tomba, ma non è detto che, attaccando i privilegi di pochi per dare più diritti a tutti, non si possa comunque vivere in condizioni di dignità e di benessere. Questi sacrifici che ci vengono richiesti devono però avere uno scopo, oltre la mera sopravvivenza e il superamento dell’emergenza: scopo che secondo noi può e deve essere l’Europa federale, uno Stato abbastanza forte e plurale da sapere reggere l’urto dell’attacco dei mercati e della finanza senza tremare sotto i colpi dello spread, sotto il peso del debito, sotto l’incubo del default. Uno Stato forte perché espressione di una società forte e diversificata.

Davvero, se vogliamo salvarci, un’alternativa all’Europa Unita, ma unita per davvero, non c’è. Non c’è neanche per la Germania, figuriamoci per noi. Anche se noi crediamo che, in realtà, la linea di demarcazione non sia tra le società europee ma nelle società europee. L’Erasmus, tutti i progetti di studio e di formazione professionale all’estero, il boom delle linee aeree low cost, la moneta unica, la facilità potenziale di lavorare in un Paese differente dal proprio, sono tutte conquiste ormai acquisite per un’intera generazione: quella nata, approssimativamente, dalla seconda metà degli anni ’70 in poi.

Questa generazione, già da ora, considera non più il proprio Paese ma tutta l’Europa come palcoscenico nel quale muoversi e dentro il quale pensare la propria vita: è una generazione transnazionale che già da ora pensa, vive, mangia, ama europeo. Dentro una comunità dove tante sono le koinai: non solo l’inglese, ma anche il tedesco, lo spagnolo, l’inglese, l’italiano, persino il catalano servono, appunto, per comunicare, vivere, amare. Ed è normale e naturale, nelle grandi città europee, a Berlino come a Londra, a Barcellona come a Parigi, a Bruxelles come ad Amsterdam, vedere gruppi di giovani provenienti da vari luoghi del Continente che vestono, parlano, si muovono, pensano allo stesso modo, leggono gli stessi libri, ascoltano la stessa musica, senza che questo significhi massificazione e uniformazione. L’identità nazionale rimane forte, così come l’imprinting iniziale, ma avere un’identità di partenza chiara non esclude che quest’identità si possa evolvere, completare, mettere in comune. Un’identità mutevole e cangiante, che non procede per strappi né per sottrazioni, ma per addizioni, moltiplicazioni, valore aggiunto. Questa generazione reclamerà prima o poi spazi di rappresentanza nelle istituzioni anche per sé. Speriamo che, da quel momento in poi, niente sia più come prima.

Siamo dentro una crisi epocale e drammatica, ma bisogna dare alle cose il loro giusto peso. Settant’anni fa francesi e tedeschi, italiani e inglesi, si ammazzavano tra di loro durante la Seconda Guerra Mondiale, degenerazione finale e tragica di cinque secoli di conflitti. Nella storia dell’umanità settant’anni non sono niente. Soprattutto dopo secoli di guerre. Se in solo settant’anni siamo passati dal volerci annientare al volere andare a letto insieme, beh, non c’è ragione per non credere che questo status quo possa cambiare, e cambiare in meglio. Fate l’amore, non fate la guerra. E fate l’Europa.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

28 Responses to “La generazione Erasmus e la scommessa federalista”

  1. Se il criterio è l’andare a letto assieme (nonché vestirsi, comportarsi, ascoltare musica…), non mi pare un’attività limitata alle relazioni intra-europee. Perché no allora una “UE” estesa alle Americhe, alla Russia, alla Tailandia…?

    L’idea dell’Europa Unita ha un “piccolo” problema alla base: manca il DEMOS. Altrimenti la federazione europea esisterebbe già.

    Esiste una via d’uscita alternativa: rompere l’unione monetaria in modo ordinato e pianificato.

  2. MauroLIB scrive:

    Simone, a naso non sono d’accordo. Quel ‘fate l’Europa’ non mi piace tanto. Le comunità dovrebbero essere fatte dalle persone non dalle istituzioni o dai trattati. Abbiamo bisogno di essere più vicini a chi ci governa per poter controllare e vigilare. Un megastato va in direzione opposta.

  3. Simone Callisto Manca scrive:

    Mauro, io non credo più nello Stato Nazione ma credo nelle comunità, nella sussidiarietà. Quindi, non è detto che uno Stato europeo forte significhi che sia più lontano dai cittadini. E non è detto che la forma di quello Stato europeo debba essere per forza lo Stato che noi conosciamo o abbiamo conosciuto finora. Detto questo, l’Europa ha un deficit di democrazia: ma siamo sicuri che le nostre istituzioni nazionali non lo abbiano?

  4. Federico Mozzi scrive:

    Lo stato federale europeo andrebbe possibilmente creato senza deciderne a priori i limiti politici, né interrogarsi sull’esistenza o meno di un’opinione pubblica (senza parlare di una società) veramente europea ossia che abbia già trasferit…o la propria “fedeltà” politica dalle istituzioni statali a quelle comunitarie. Oltre a questo il processo andrebbe portato avanti in un’ottica emergenziale che riduca al minimo la possibilità di declinare il medesimo progetto in maniera funzionale o, per sfizio, chiedere alla popolazione cosa ne pensi tramite referendum. È quindi meglio che in questo momento la classe politica, rinomatamente carica di legittima fiducia da parte degli elettori che non l’hanno direttamente scelta, avanzi a spron battuto verso una scelta senza ritorno.
    Tuttavia cosa può un’Unione federale di fronte ai problemi del mondo? La soluzione alla crisi è da porre molto più in alto: unione mondiale con Assemblea direttamente eletta (la proposta è ironica ovviamente)

  5. Simone Callisto Manca scrive:

    Caro Philip: è evidente che la mia fine del mio articolo è una semplificazione e una frase a effetto. Per altro io sarei per Israele e la Turchia nella Ue, vedi un po’…

    Il discorso non è così semplice, e credo di averlo spiegato bene nel resto dell’articolo. C’è molto di più. E siamo sicuri che il DEMOS non sia pronto?

  6. marco scrive:

    concordo, ma non son così ottimista sulla “generazione erasmus”. ricordo invece l’affermazione di uno studioso europeo- di cui prima o poi ritroverò il nome – che affermava, dati demografici alla mano, che ormai gli abitanti delle grandi concentrazioni urbane sono più simili tra loro di quanto siano rispetto alle piccole città ed alla campagna delle loro rispettive “nazioni”. sarebbe allora forse il momento di rivendicare la possibilità di eleggere un parlamento europeo senza esser vincolati a candidati del paese di cui si ha la cittadinanza; un parlamento che abbia poteri sovranazionali.

  7. Simone Callisto Manca scrive:

    Federico, anche se la tua proposta era ironica ti rispondo seriamente. Da kantiano, l’Unione mondiale mi piacerebbe molto ma credo si debba andare per gradi. Prima l’Europa, poi il resto. Cerchiamo piuttosto di far funzionare meglio l’Onu e i Tribunali internazionali.

  8. MauroLIB scrive:

    No. Anch’io sono convinto di questo. Solo che ritengo che l’Europa sia un’amplificazione ulteriore dei nefasti effetti degli stati nazione. E vorrei aggiungere che il feticcio della democrazia da difendere sta portandoci esattamente nella direzione opposta a cui i ‘democratici’ aspirano.

    La democrazia è solo un mezzo, il fine è la libertà degli individui. La democrazia può funzionare solo in comunità piccole. I grandi stati l’hanno completamente svuotata facendone una religione da ‘adorare’ e da usare per gli scopi del potere.

  9. Federico Mozzi scrive:

    A serietà rispondo con serietà. L’idea di Kant è già stata smontata da H. Bull per le seguenti ragioni:
    1) è incoerente coi suoi presupposti: se l’intento è quello di superare la forma statale perché vediamo nell’ordinamento interno degli stati o nella semplice esistenza degli stati-nazione medesimi l’origine della guerra (falso, la scuola realista delle relazioni internazionali insegna che il conflitto è anche conseguenza di una sostanziale anarchia della società internazionale che esistano le città stato o i moderni stati nazione) una federazione mondiale può avere come basi solo un libero patto tra stati, dove per “libero” si intende senza costrizione o minaccia. Ma se un libero patto è così raggiungibile allora non si vede la necessità di arrivare a una federazione dato che gli Stati possono tranquillamente arrangiare trattati pacifici mantenendo la propria sovranità.
    2) proponendo semplicemente uno “stato più grande” il federalismo non costituisce in alcun modo una risoluzione alle problematiche esistenti. Le guerre tra comunità possono diventare “guerre civili”. Si cambia il nome ma la sostanza rimane. Chi vuole un’Europa politica dovrebbe iniziare ad essere contro l’indefinito allargamento della stessa altrimenti in futuro dovremo prendere le parti di ucraini e georgiani contro i russi senza avere gli strumenti per farlo (e poi sederci ad un tavolo per fare un governo. Chiediamo ai belgi come sta andando la loro esperienza.)
    3) la storia insegna che molto spesso i problemi si risolvono con la divisione non con l’unificazione (Kosovo Vs Serbia, Nord e Sud Sudan, India e Bangladesh, Impero Austro-Ungarico, Impero russo prima e Unione Sovietica poi ecc…)
    4) una federazione mondiale è una federazione che impone la sua Legge in ogni angolo del globo. Da uno stato del genere non c’è scampo, non c’è alternativa a parte l’emigrazione sulla Luna.

  10. nello scrive:

    Insegno inglese in un’università malandata, organizzata intorno al potere che ogni docente esercita e non certo per aiutare i giovani a crescere e imparare COME pensare per stare in questo mondo in rapida evoluzione.
    Qui gli studenti faticano a trovare informazioni, devono esercitare l’arte dell’agguato per parlare con un prof, spesso poco presente in facoltà, vengono trattati dall’alto in basso, i corsi sono datati se non antiquati, e riflettono solo il pensiero del docente senza neppure illustrare altri approcci e scuole di pensiero, i voti degli esami sono puramente soggettivi e non sempre corrispondenti al merito. Si corre a destra a sinistra, si deve “imparare” interi toni e non si ha mai un momento per vivere……..
    Le migliaia di studenti che ogni anno varcano le frontiere per studiare hanno tutte le possibilità di vedere come le cose funzionino diversamente altrove, ma quando tornano NESSUNO fra loro pensa di mettere insieme le loro esperienze e di organizzare un movimento per un radicale cambiamento dell’università. I tagli dei fondi sono l’ultimo dei problemi.
    Tu speri che questa generazione reclamerà spazi di rappresentazione.
    Ma qui in Italia i giovani sono convinti che non cambierà mai niente. Sono passivi e depressi e egoisti. Al massimo sperano di riuscire ad andare via.
    E quando vanno in rete, sono in pochissimi ad usarla per informarsi.
    Difficilmente reclameranno qualcosa se questo paese non tocchi il fondo.

    Non sarà colpa loro. Sono cresciuti in questi ultimi terribili anni.
    Ma non la vedo bene

  11. Non è che il demos “non sia pronto”, è che il demos europeo non esiste. Così come non esisteva il demos sovietico, così come non esiste il demos anglofono o ispanofono (che, distanze geografiche a parte, avrebbero già maggiori ragioni di esistere), così come non esiste il demos africano o quello asiatico.

    Per quanto ci possa essere un po’ di leghismo nell’animo di ogni italiano del centro-nord, quando si tratta di rifinanziare le amministrazioni del sud o di pagare per aiutare Napoli a smaltire la spazzatura (giusto per fare qualche esempio) gli Italiani sbuffano e protestano quanto vuoi, ma sanno di dovere e volerlo fare. Ed anzi il leghismo in noi individua semmai un demos che è parzialmente ancora più lontano dall’essere europeo: un demos ancora più locale.

    Non mi risulta che i Tedeschi siano pronti a tassarsi per aiutare noi o i Greci, mentre lo sono per aiutare l’ex-DDR. Né lo sono stati gli Inglesi e gli Olandesi per aiutare gli Islandesi. Né lo siamo stati noi verso gli Argentini dieci anni fa (e metà degli Argentini sono di discendenza italiana…).

    Ci sono stati dove convivono etnie diverse e che parlano lingue diverse. E ovunque sono convivenze in qualche modo problematiche.

    Chiedersi se il demos sia o meno “pronto” significa porsi come avanguardia illuminata di esso, salvo poi scoprire di esserne “out of touch”. Gli studenti che si fanno sei mesi di vacanza-studio Erasmus non sono rappresentativi dei loro rispettivi demos: perché è facile fare gli Europei da giovani, all’università, coi soldi di qualcun altro, ovvero in altre parole quando vedi il lato positivo di tutte le cose (le amicizie, gli amori, etc…). Lo è un po’ meno quando cresci, e l’erasmus diventa un ricordo, magari un contatto telematico per ricordare i bei tempi. E nulla più. E ognuno di loro torna ad essere un Italiano, un Francese, un Tedesco..

  12. Dino scrive:

    Turchia e Israele nell’Ue (sempre ammesso che ci vogliano ancora entrare…), io ero già per la Jugoslavia grande ed “unita” nell’Ue, anche se qualcuno a Berlino o Parigi negli anni 80/90 deve aver pensato diversamente. Sì perchè mi è venuto da ridere a sentire dire a Sarkozy che <>…. eh sì chissà perchè poi per Monsieur Sarkozy e Frau Merkel, Vukovar, Sarajevo e Srebrenica non siANO in europa.

  13. Karl scrive:

    Condivido in pieno l’articolo di Simone.
    La libera circolazione delle persone e dei capitali in Europa ha determinato un miglioramento della qualità della vita per chi ha saputo cogliere le nuove opportunità offerte; ma il livello di integrazione può e deve crescere. Probabilmente noi italiani tendiamo ad essere scettici perché il nostro modello di stato è assolutamente inefficiente e non è ancora riuscito ad integrare il nord e il sud Italia; ma questo non significa che non esistano stati efficienti e che non sia possibile una Europa federale che sia però uno stato unico!
    Aggiungo, per quelli che dicono che la vicinanza a chi governa sia condizione necessaria e sufficiente perché ci sia controllo e vigilanza su chi governa: ho in mente tanti piccolo comuni mal gestiti in cui la popolazione continua premiare gli amministratori corrotti. Sicuramente la vigilanza è più facile su comunità più piccole, ma questo non implaca che necessariamente in una piccola comunità si vigili bene ed in una grande lo si faccia male. E comunque ci sono sfide che devono essere affrontate su una scala più alta di quella del singolo stato.

  14. Simone Callisto Manca scrive:

    Federico, credo che la questione sia da vedere diversamente da come la vedi tu. Gli Stati-Nazione così come sono non funzionano più, questo è un dato di fatto. Ritornando alla domanda di partenza: possiamo rispondere all’economia e alla finanza transnazionali solo con la “comunità”? Io non credo.

  15. Simone Callisto Manca scrive:

    Sono perfettamente d’accordo con Karl, che ringrazio. Per quanto riguarda Nello, condivido tristemente quello che dice. E ne ho tratto le conseguenze: non vivo più in Italia da un anno e mezzo. L’Italia ma ancora non mi sono pentito della mia scelta.

  16. Federico Mozzi scrive:

    Un conto è dire che gli stati nazione non sono più adeguati ad affrontare gran parte delle sfide del presente e del futuro, un conto è dire che da questo discende la necessità di avere un’unione politica a 360 che, come fatto giustamente notare da Santore, manca totalmente di un demos. Quello che deve/dovrebbe fare l’UE oggi è iniziare a far funzionare adeguatamente gli strumenti che ha, non rispondere alla crisi di quelli vecchi con una “necessaria” integrazione totale. Ad esempio, che senso ha parlare di “Unione politica” se non abbiamo nemmeno deciso quali devono essere i suoi confini? Oggi siamo 27, domani probabilmente 36 (includo i vari stati in attesa di una certa o possibile adesione), dopo domani chissà. Meglio riflettere prima sui rischi e le ovvie difficoltà piuttosto che trovarsi domani come l’Austria-Ungheria al pari di oggi con l’euro.
    La domanda deve essere “quale europa”, ossia in quali settori sia oggettivamente utile parlare con un’unica voce (vedi l’energia) e in quali sia altrettanto oggettivamente una perdita di tempo (le “ambasciate” europee ad esempio).

    L’Unione ha esaurito il tempo dei progetti fondati sulla sola buona volontà e sulla speranza di un bene teleologicamente destinato a realizzarsi (idea federalista). È giunto il tempo di un approccio pragmatico (funzionalista) che sappia anche quando fermarsi.

  17. Marco scrive:

    Complimenti all’autore per l’articolo, chiaro e interessante, mi sono sentito un po’ meno solo in questo magma di complottismo, di sfiducia e di retroguardia nazionalista. Ciao!

  18. Simone Callisto Manca scrive:

    Grazie Marco…! Anche se forse ho sbagliato il finale. Avrei dovuto dire “Facciamo l’Europa” e non “Fate”…

  19. Simone Callisto Manca scrive:

    Per rispondere a P.M. Santore:

    qui non si parla solo di Erasmus. Io vivo in una città come Barcellona e ogni giorno mi capita di stare insieme a persone delle nazionalità, soprattutto europee, più svariate. Che stanno qui per lavorare e costruirsi una vita e un futuro, e non vivono solo in un’atmosfera di “vacanza-studio” come può essere l’Erasmus. Che, se fosse possibile, renderei obbligatorio per chiunque fa l’Università: una sorta di servizio militare dei nostri tempi.

    Il fatto, come tu dici, che si sia troppo ancorati alle identità nazionali non è una ragione per credere che questo sia un fatto definitivo e che non si possa cambiare: forse nel 1861 il demos italiano era stato costruito? Gli italiani di allora avevano un forte sentimento nazionale. Eppure l’Italia si fece, seppure con tutti i problemi e gli errori che sappiamo ma si fece. E l’Italia non era mai stata unita dai tempi dei Romani: non si parlava neanche la stessa lingua.

    Questo per dire che la politica e la società hanno il dovere di mostrare una strada, radicalmente differente da quella che è stata seguita finora. Una politica nazionale non serve più, per “difendersi” dal mercato e dalla finanza sovrannazionali e transnazioanli. Chi propone soluzioni nazionali dovrebbe, coerentemente, indicare un nuovo modello di sviluppo che superi il capitalismo e si fondi su un modello autarchico o di autosufficienza dei vari Paesi. È davvero questo quello che vogliamo?

  20. Francesco Violi scrive:

    Mi è piaciuto molto questo articolo. Proprio in questo momento c’è bisogno di uno colpo di reni e ricominciare a costruire la nostra realtà, il nostro scenario a cambiare le regole del gioco. Certo, non posso negare che sono italianissimo, ma io sono anche cittadino europeo. Non è stato necessario andare in Erasmus, mi è bastato studiare attentamente storia, filosofia ed anche la storia dell’arte occidentale o anche studiare un minimo di filologia, per capire che c’è una dimensione civica e culturale che trascende i confini nazionali che si son creati negli ultimi secoli e che ora riemerge. Come hai detto tu, Simone, per secoli è esistito un concetto di Civitas romana sebbene solo gli optimates e gli equites avessero piena conoscenza del latino. Nei secoli medioevali c’era un concetto di civitas christiana che per secoli ha accomunato tutta l’Europa. Non vedo quindi perchè oggi giorno non dovrebbe esistere un concetto di cittadinanza, fondato su un nuovo patriottismo costituzionale, sui valori espressi nei trattati e sulla consapevolezza che l’arte, la letteratura, la filosofia nei vari paesi europei si sono sviluppate non in una situazione di reciproco isolamento, ma in una condizione di continuo scambio ed interazione. Se non ora quando, ora che il tasso di alfabetizzazione non è mai stato così alto e dove i ragazzi della generazione nata dagli anni ’70 ’80 in poi, conoscono almeno un’altra lingua europea? Facciamo l’Europa.

  21. Francesco Violi scrive:

    Se applicassimo le vecchie categorie della nazionalità di epoca ottocentesca, non dovrebbe esistere nemmeno la Svizzera o il Canada, mentre il Belgio, nonostante i problemi attuali, mi risulta esista ancora, così come in Finlandia comunità Svedese e Finlandese ancora convivono pacificamente.
    L’impero Austro-Ungarico crollò, soprattutto per volontà delle potenze alleate, ma non senza aver lasciato un sentito comune nella letteratura e nelle arti, che si può leggere fra le pagine di Musil, di Kafka, di Roth, fino ad arrivare ad Ivo Andric e a Sandor Marai. Il peccato originale commesso dagli Asburgo è quello di aver negato per decenni le istanze liberali della borghesia delle sue province. Se fossero venuti incontro a quelle istanze, probabilmente oggi ci sarebbe ancora l’impero e le battaglie liberali non si sarebbero “sposate” con le istanze nazionaliste. Non bisogna ignorare inoltre, che molti dei problemi tuttora presenti nei Balcani sono dovuti proprio alla disgregazione dell’impero. Non una storia di successo, a mio avviso.
    Certo, H. Bull è stato un maestro del realismo, ma allo stesso modo si può rispondere che il sistema giudiziario è stato creato proprio per far sì che il principio pacta sunt servanda fosse sempre rispettato. Allora perchè non si abolisce lo stato in qualunque sua forma, se basta la buona volontà? Le recenti evoluzioni nel diritto internazionale vanno proprio nella direzione di creare istituzioni che facciano rispettare i patti, per quanto faticosamente e per quanto il cammino sia pieno di ostacoli. Chi avrebbe mai pensato 100 anni fa, che un capo di Stato sarebbe potuto essere preso e processato per crimini contro l’umanità? E questo non va’ nella direzione che aveva prospettato Kant? Secondo me Bull non ha smontato proprio nulla, per quanto sia stato un finissimo politologo.

  22. Federico Mozzi scrive:

    H. Bull non fu per niente un realista ma uno degli esponenti di spicco della scuola inglese che criticava tanto il realismo quanto il liberalismo per la loro incapacità di analizzare le caratteristiche proprie della società internazionale. La critica al realismo comprendeva, tra l’altro, l’incapacità di questa teoria di dar conto del ruolo del diritto internazionale che invece egli include tra le varie istituzioni fondamentali della società stessa (ad entrambe le torie criticava invece l’incapacità di comprendere che il D.I. non fosse semplicemente una stortura riduttiva di quello nazionale, ma un sistema coerente con le caratteristiche anarchiche della società ossia, con l’inesistenza di una vera coattività).
    Detto questo la critica che Bull faceva a Kant era focalizzata sull’ineluttabilità dell’affermazione della federazione e sulla sua sostanziale desiderabilità in termini di libertà, legittimità e funzionalità.

  23. Francesco Violi scrive:

    @Federico Mozzi
    ti ringrazio molto per la precisazione. Mi sembrava infatti di ricordare, sbagliando, che Bull fosse più vicino a posizioni realiste che indipendenti. Kant di certo non è la bibbia, ma in linea di massima non credo che un organismo mondiale, che abbia il potere di legiferare, sia necessariamente non auspicabile in termini di libertà e di funzionalità. L’ONU, per quanto sia un’istituzione che funziona malissimo e paralizzata da vari veti incrociati, non è già di per se una nuova forma di statualtà sovranazionale, completamente nuova e diversa dalla nozione tradizionale di stato?

  24. GG scrive:

    @Federico. Vedo che hai studiato bene teoria delle relazioni internazionali. E ti darei ragione, se non fosse che siamo in una crisi senza precedenti alla quale gli stati hanno risposto in modo totalmente inadeguato. Tu stesso hai detto che gli stati-nazione sono inadeguati ad affrontare le sfide del presente e del futuro. E dunque cosa proponi per evitare che tutta l’UE affondi? Non ci sono molte strade: o maggiore integrazione o minore integrazione europea, di certo non possiamo mantenere lo status quo. Minore integrazione significa abbandono della cooperazione europea e dell’euro, per noi significa ritorno alla lira, che subirà una pesante svalutazione, che significa svalutazione della ricchezza, importazioni carissime, inflazione. Piuttosto che questo scenario, preferisco di gran lunga una maggiore integrazione. E’ ovvio che l’UE ha un deficit democratico, però si può affrontare con una maggiore attenzione dei mass media sulle politiche europee e con l’elezione democratica del pres. del consiglio europeo e del pres. della commissione.

  25. Federico Mozzi scrive:

    Mi scuso da subito per l’eventuale prolissità

    @Francesco
    Per quanto riguarda la non auspicabilità il discorso in sè è molto semplice. Se si creasse uno Stato mondiale questo sarebbe per definizione capace di imporre la propria Legge su ogni singolo angolo del pianeta mettendo in campo una coercizione tale da rendere la protesta individuale totalmente sterile. Anche perché, quanto varrebbe la “voice” di uno su una cittadinanza di ben 7 miliardi?
    Questo senza parlare della mancanza di un demos, dell’assenza di prove empiriche che ci spingano in questa direzione ecc…
    Certo, possiamo dire che in questa utopia la democrazia avrebbe raggiunto il proprio massimale stellare, ma l’unica immagine che mi viene in mente è quella dell’imperatore Palpatine che si fa proclamare salvatore dello Stato [si fa per scherzare anche se il rischio estremo è proprio quello :)]

    Per quanto riguarda l’Onu non si può parlare di statualità poiché questa richiede: effettività del potere di governo (i.e. i governi in esilio non hanno soggettività internazionale), indipendenza o sovranità esterna possibilmente fattuale (ad esempio,senza citare le colonie o i governi fantoccio, gli stati facenti parte di una federazione non sono soggetti del D.I.) e l’esistenza di una popolazione permanente. Oltre a questo è accessorio ma raccomandabile il riconoscimento da parte di altri stati, della comunità internazionale e una situazione di auto-determinazione.
    Questo per dire cosa: l’Onu non crea una “nuova” forma di sovranità in quanto non costituisce la riedizione del Sacro Romano Impero ma è un’organizzazione istituita in base alla volontà degli Stati e che funziona, quando funziona, se determinati soggetti (i 5 del Cds) non hanno nulla da obbiettare. Questo ovviamente non vuol dire che lo stato sia l’unica forma organizzativa immaginabile, che sia eterna o inamovibile ma che attualmente essi permangono come soggetti cardine della Società Internazionale (un’eccezione è in parte, molto in parte, costituita dall’Europa).
    Quando si cerca di imporre una visione kantiana del diritto (coattività + universale validità delle norme) si ha come estremo l’ingerenza umanitaria modello Iraq, Libia ecc o il conflitto modello Corea anni 50…
    O banalmente l’Unesco si ritrova senza fondi perché la maggioranza pro-palestinese ha deciso di forzare il riconoscimento della sovranità.
    Quando il Diritto Internazionale viene inteso come una facilitazione per vita degli Stati (ad esempio restringendo o regolamentando le ipotesi di uso della violenza) allora funziona con un buon margine di efficienza. Di fatto le norme più validi (citavi il Pacta sunt servanda) sono norme che si sono evolute per prassi.

    @GG
    Ovviamente non ho la soluzione della crisi europea a portata di mano ma, e questo va sottolineato, la mia ostilità alle idee federaliste non fa di me un antieuropeista, al massimo uno euro-critico. In soldoni preferirei che all’unità europea a “tutti i costi” (che in parte sta anche alla base dell’idea dell’euro) si tornasse alla bontà del metodo funzionalista (Ceca) che pragmaticamente faccia comprendere in quali campi una maggiore integrazione è auspicabile e in quali o è prematura, o mal congegnata o semplicemente catastrofica.
    Ad esempio, fermo restando che sono contrario all’idea di uno “Stato europeo” in cui il moral hazard venga scaricato da un membro all’altro, se davvero è quello il progetto che le élite politiche vogliono portare avanti allora lo facciano prendendosi tempo, coinvolgendo la cittadinanza, prestando ampie orecchie a tutte le voci critiche. Perché optare per più integrazione senza aver risolto le problematiche fin qua incontrate (il moral hazard sopra citato tra le tante) vuol dire semplicemente ritrovarsi tra 20 anni con un’ulteriore crisi e un’Unione sempre più “too big to fall”.
    Oltre al fatto che continuare a cedere sovranità senza mai chiedere una “h” alla cittadinanza è l’antitesi della democrazia (il deficit democratico europeo non è costituito solo dalla distanza avvertita delle istituzioni dai cittadini, ma nell’assenza medesima di una “popolazione europea” che condivida anche solo banalmente la lingua. Questo non è un problema che risolvi in un paio di sedute del Consiglio).

    Quindi, dal mio punto di vista l’alternativa non può essere “Europa sì / Europa no” ma “quale Europa?”.

  26. GG scrive:

    @Federico. Infatti io probabilmente non avrei adottato l’euro all’epoca. Troppi rischi, che la Germania aveva intuito. Una volta adottato l’euro, l’europa è già da 10 anni “too big to fail”, proprio per l’impossibilità di far fronte alle crisi con le svalutazioni. Però una volta adottato e avervi aderito, tornare indietro (anche di poco) in un momento grave come questo è un rischio troppo grande. Si rischia proprio di far saltare completamente la fiducia e la cooperazione tra gli stati, dunque non vedo alternative ad una maggiore integrazione. Una maggiore integrazione non necessariamente omogenea in tutto il territorio europeo, magari con una fuoriuscita dei paesi falliti dall’euro o con la creazione di un’europa a due velocità. In ogni caso abbandonare l’euro e ritornare a una semplice area di mercato unico ha costi sia economici che politici insostenibili, e mantenere lo status quo non ce lo possiamo permettere, secondo me.

  27. jhonny scrive:

    Non credo che in ordine all’unità europea i problemi siano solo sul piano economico;non solo.Per fare unità si devono discutere,condividere, accettare regole di convivenza,ideali,valori umani,sulla vita ,l’esistenza.Non sembra che siamo così integrati.Per esempio non ci si accorda su un dato storico inoppugnabile ma forse scomodo,per le sue implicazioni:la comune origine culturale basata sul Cristianesimo,che piaccia o no è un dato incontrovertibile in cui affondano ancor oggi le radici della nostra esistenza nella maggioranza dei casi.Inoltre,oltre le Leggi e le regole si deve decidere quanto ed in che misure praticare tra i singoli e tra le nazioni Europee i princìpi di solidarietà e di aiuto reciproco ed in che misura accettare e rispettare le consuetudini e stili diversi di vita…..

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