– In questi giorni da più parti si lamenta una lentezza d’azione da parte del governo Monti, che dovrebbe approvare al più presto le misure per permettere all’Italia di uscire dalla crisi o, quantomeno, di rialzarsi in piedi.

C’è chi denuncia che, nonostante il cambio di esecutivo, lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi non si sia ridotto e che la Borsa continui a soffrire, per trarre la conclusione affrettata che visto che “la colpa” non era tutta di Berlusconi, allora Berlusconi aveva tutte le ragioni, quando addossava le responsabilità della tempesta ad altri, fuori dai confini della sua maggioranza (i disfattisti) o da quelli del Paese (gli speculatori).

Sarebbe però utile riflettere su questo. Da un governo di “saggi” ci si aspettano misure sagge, da un governo di tecnici ci si aspettano provvedimenti tecnicamente solidi e, dunque, non licenziabili in maniera frettolosa e raffazzonata. Quanto chiedono gli investitori – al netto delle debolezze “costituzionali” della governance monetaria europea – è la credibilità nel medio e nel lungo periodo, non una “tempestività” intesa come horror vacui.

Saggezza, ponderazione e “tecnicalità” sono parole a cui non eravamo abituati. Finora, o almeno durante il “ventennio” berlusconiano, aveva prevalso ( anche a sinistra, in fondo) la “politica-spot”, che preferisce l’effetto annuncio di provvedimenti shock (la celebre “frustata” all’economia, per esempio) a misure ragionate.

Se ci si limita all’ultimo Governo Berlusconi e alla campagna elettorale che lo ha portato a vincere le elezioni, sarà facile ricordare gli slogan più ricorrenti: “Abbassare le tasse”, “Completare la Salerno-Reggio Calabria”, “Realizzare il ponte di Messina”. Questi ultimi due spot, che avrebbero potuto rappresentare un volano economico per il Mezzogiorno, sono rimasti confinati nella dimensione di annunci “a effetto”; il primo (“abbassare le tasse”), invece, si è rivelato una sorta di boomerang: mai come negli ultimi anni gli italiani hanno pagato così tante tasse.

Una cosa il governo Berlusconi ha fatto dopo averla annunciata, ma non era la stessa che aveva annunciato. Togliere l’Ici sulla prima casa non ha comportato una riduzione della pressione fiscale, ma, semplicemente, un buco nel bilancio degli enti locali, che ha comportato una compensazione fiscale “invisibile”. Insomma, le tasse non sono state tagliate, ma rese meno trasparenti.

Sul fronte delle liberalizzazioni, delle privatizzazioni e dello sviluppo infrastrutturale tutto è rimasto com’era prima, se non peggiorato; sul piano della giustizia, poi, non solo non è stato risolto il problema annoso della lentezza dei processi, ma Berlusconi ha fallito (fortunatamente) anche sul fonte delle leggi ad personam.

Anche questo, insieme a molto altro, ha portato i mercati internazionali a diffidare dall’Italia: ora ci vorrà tempo per tornare ad essere credibili. E soprattutto, di essere credibili bisognerà fornire la prova, non solo l’annuncio.