L’Europa che c’è, l’Europa che manca

di CARMELO PALMA – L’Europa rischia di consumare tra la riunione dell’Eurogruppo di oggi e quella del Consiglio del prossimo 8 dicembre le residue possibilità di ancorare ad un quadro in senso proprio europeo le vicissitudini politiche e finanziarie degli stati dell’area euro, dei “buoni” come dei “cattivi”. Ma già dire Europa, oggi, rimanda ad istituzioni e luoghi dominati dalle logiche nazionali e ad una debolezza “costituzionale”, che la salute dell’euro e la relativa stabilità finanziaria avevano per anni mascherato e che oggi la crisi del debito rivela in modo impietoso. L’Euro ha fatto la fortuna dell’Europa, ma l’Europa – questa Europa – non ha fatto quella della sua moneta.

Da un certo punto di vista, vengono al pettine i nodi di una scelta, quella dell’indebolimento della sovranità europea, che il processo di allargamento e l’unione monetaria rendevano secondo alcuni indispensabile per prevenire l’invadenza di Bruxelles, controbilanciare la potenza tedesca e salvaguardare la dimensione irriducibilmente nazionale delle identità e delle economie europee. L’Europa, quanto più si faceva grande, tanto meno poteva farsi forte. Poteva essere un “parametro” – come quelli di Maastricht  – non un “sovrano”.

C’erano, ovviamente, ragioni storiche molto serie che militavano a favore dell’indebolimento delle istituzioni europee. Un’invenzione – quella dell’unità europea – concepita per limitare la sovranità tedesca, non poteva offrire una piattaforma continentale all’egemonia di Berlino, dopo la riunificazione dell’Ovest con l’Est e il crollo dei confini orientali dell’Occidente. Un mercato comune vantaggioso per tutti, ma dominato dalla potenza produttiva e tecnologica della Germania, non poteva diventare un unico mercato politico, condizionato dall’offerta e dalla domanda del Paese più potente e pericoloso del continente.

Che per arginare la Germania occorresse inglobarla, non solo imbrigliarla in una moneta comune e accelerare sul disegno federale, non fornendo di contrappesi e garanzie nazionali la costruzione europea, lo pensavano gli “idealisti” – i federalisti europei, in senso proprio – mentre i “pragmatisti” affidavano le fortune europee alla tenuta del modello funzionalista. “Troppa Europa” faceva paura anche ai paesi più europeisti, come la Francia (e se ne ebbero conferme più di un decennio dopo quando il tentativo di “costituzionalizzare” l’Unione si arrestò davanti al no del popolo francese nel referendum del 2005).

Se a indebolire l’Europa sono stati i pregiudizi e i nazionalismi anti-tedeschi, l’immagine della debolezza europea è oggi nel pregiudizio e nel nazionalismo di Berlino, nell’illusione che la Germania possa salvarsi da sola, tra le macerie economiche e finanziarie del continente. Come però tra il 1989 e il 1992 le preoccupazioni anti-tedesche erano razionali, ancor più lo sono oggi, a distanza di vent’anni, quelle tedesche.

La Merkel continua a coltivare un’ossessione deflazionistica in un continente in cui l’inflazione sembra il pericolo più remoto e la recessione quello più prossimo, ma ciò non dipende solo dalla situazione e dalla storia tedesca, ma dal rapporto morale tra la virtù della Germania e i vizi dei Paesi che nel socializzare le perdite della finanza allegra trarrebbero un formidabile incentivo all’indisciplina fiscale e di bilancio. La Germania è “egoista” anche perché l’Italia è “furba”. Un’Italia onesta può forse fare la Germania meno ottusa e diffidente e persuadere i tedeschi che non pensiamo di risparmiare sulle riforme inflazionando a spese loro i nostri debiti. Se ci dimostreremo pronti a fare “i compiti a casa”, forse anche i tedeschi si convinceranno di dovere cambiare registro.

Che Monti possa far bene alla Merkel, più di quanto la cancelliera abbia mai fatto al Cav. lo speriamo sinceramente, perché nel viluppo delle cause e degli effetti della crisi dell’euro, l’impegno dell’Italia è assolutamente necessario, ma assolutamente insufficiente a garantire la tenuta della costruzione europea e della moneta comune. Ma che nell’Europa che c’è e in quella che manca, nell’impotenza della prima e nell’assenza della seconda, ci sia qualcosa di lontano e di “originario” non sembra possibile negarlo. Quel difetto di integrazione è precedente alla crisi del debito e all’incubo del default politico-monetario da cui l’Europa non riesce a risvegliarsi.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “L’Europa che c’è, l’Europa che manca”

  1. Marco scrive:

    Credo che la Germania abbia grandi progetti e guardi molto avanti,

    l’Europa dovrebbe essere un terzo interlucotore tra USA e Cina sia politicamente che economicamente,

    la stampa tedesca parla chiaramente di esportazione del modello tedesco nella zona euro, cioe’ stato virtuoso.

    alcuni fonti parlano di “The Third Industrial Revolution” che dovrebbe partire proprio dalla Germania”,

    poi se questa crisi riesce a spingere l’Italia a fare quelle riforme che per troppo tempo sono state rimandate, non tutto il male viene per nuocere.

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