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La giustizia nel dopo-Berlusconi

– Nel corso degli ultimi anni il tema della giustizia si è guadagnato con grande frequenza le prime pagine dei giornali, ma purtroppo al clamore mediatico ha fatto da contraltare il sostanziale fallimento delle forze politiche nel far avanzare qualsiasi prospettiva di ammodernamento e di riequilibrio del sistema giudizario.

Il centro-destra ha parte della colpa. Anche se molte delle posizioni che nel tempo Forza Italia ed il Popolo della Libertà erano singolarmente condivisibili, il modo complessivo con cui si è gestito il dossier giustizia ha finito per togliere credibilità all’agenda politica riformatrice.
Il berlusconismo applicato alla giustizia si è rilevato un susseguirsi di iniziative di riforma che di volta in volta divenivano urgenti cinque minuti prima che servissero a Berlusconi e che cessavano di essere urgenti cinque minuti dopo che non gli servivano più.
Questo modo di operare, nei fatti, ha sottratto agibilità politica anche alle proposte più sacrosante, quali quelle miranti ad istituire la separazione delle carriere, a stabilire un’effettiva parità tra accusa e difesa ed a contenere entro limiti certi i tempi della giustizia penale e civile.

Peraltro, all’atteggiamento del centro-destra si è contrapposto l’arroccamento ideologico del centro-sinistra. Quest’ultimo ha trovato vantaggioso compattarsi sulla difesa ad oltranza dello status quo, diffidando di qualsiasi di riforma e sacrificando in nome dell’antiberlusconismo persino alcuni principi garantisti che dovrebbero essere cari ad una sinistra moderna.
In questo modo la giustizia è diventato un argomento “maledetto” in cui qualunque elemento di innovazione veniva considerato, da destra e sinistra, in primo luogo negli effetti che esso produceva sul cittadino Berlusconi.
Ciò ha condotto ad un altissimo livello dello scontro, ma al tempo stesso anche ad un sostanziale stallo politico, che ha lasciato irrisolti tutti i principali problemi che affliggono il sistema giudiziario italiano.

Se la gazzarra permanente di questi anni ha nei fatti rinviato “a babbo morto” qualsiasi riforma vera, l’uscita di scena di Silvio Berlusconi potrà avere per lo meno un merito – quello di far venir meno l’equilibrio del terrore su cui si regge il sistema e di restituire il dibattito sulla giustizia ad una dimensione non più inficiata dagli interessi di brevissimo periodo delle due parti politiche.
Solo nel dopo-Berlusconi si potrà cominciare a ragionare del sistema giudiziario al di fuori delle categorie politiche del berlusconismo e dell’antiberlusconismo.

Ora, è chiaro che dal punto di vista politico l’era di Berlusconi non è ancora finita. Il Cavaliere resta alla testa del partito di maggioranza relativa e continuerà a rivestire almeno nel breve periodo un ruolo rilevante. Per questo inevitabilmente i processi che lo coinvolgono continueranno ad essere politicamente sensibili, nel senso che il loro svolgimento ed il loro esito non saranno fattori neutrali rispetto agli equilibri tra le forze in campo.

Realisticamente, tuttavia, si è concluso per lo meno il ciclo dei governi Berlusconi. E’ improbabile ormai che il leader del PDL sieda nuovamente a Palazzo Chigi e questo, conseguentemente, potrebbe consentire di sbloccare almeno uno dei capitoli della questione giustizia, ovvero quello che riguarda il corretto equilibrio tra i poteri dello Stato.
In questo senso, si potrebbe forse cominciare a ragionare di provvedimenti come il lodo Alfano od il legittimo impedimento in modo finalmente oggettivo, proprio perché in questo momento non abbiamo un presidente del consiglio indagato, né è possibile sapere ad oggi di che colore sarà il prossimo premier che dovesse finire nel mirino di un’inchiesta.

Per anni il centro-destra ha provato a mettere le varie forme di scudo giudiziario per il premier ai primi posti dell’agenda politica – oggi sarebbe utile chiedere al PDL se questi provvedimenti risultano ancora importanti ed urgenti come li si considerava poco tempo fa.
Sarà interessante vedere se il centro-destra vorrà riproporli in questa nuova fase politica, perché li ritiene utili per davvero al paese in una prospettiva sistemica – come tutela della possibilità per un premier di esercitare le proprie prerogative, in assenza dalle pressioni e dai condizionamenti che possono venire da inchieste giudiziarie.

Se così sarà, si tratterà di un atto di coerenza che metterebbe anche il centro-sinistra nella condizione di doversi porre di fronte alla questione in modo serio, senza più poterla liquidare con slogan a buon mercato.
In caso contrario, potrà vantare qualche ragione in più chi ha sempre visto in questo genere di dispositivi niente più che delle leggi ad personam, degli escamotages per sottrarre il solo Silvio Berlusconi al confronto con i magistrati.

Eppure riprendere oggi, a bocce ferme, la riflessione sui rapporti tra potere esecutivo e potere giudiziario costituirebbe un esercizio fruttuoso e consentirebbe anche di fuoriuscire dalla logica eternamente emergenziale in cui si muove una politica che quasi mai riesce a pensare oltre le più vicine elezioni.
Se uno scudo giudiziario per chi governa è davvero nell’interesse del paese, il momento migliore per approvarlo è proprio il momento in cui si ha l’impressione che non serva.
Non aspettiamo che serva di nuovo, perché altrimenti rivedremo un film già visto.


Autore: Marco Faraci

Nato a Pisa, 34 anni, ingegnere elettronico, executive master in business administration. Professionista nel campo delle telecomunicazioni. Saggista ed opinionista liberista, ha collaborato con giornali e riviste e curato libri sul pensiero politico liberale.

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