Dall’accumulo di “roba” alla valorizzazione dei beni culturali

– Nel 202 a. C. “le mura e le porte di Gaeta e di Ariccia, dove fu interessato anche il tempio di Giove, furono lesionate da un terremoto”. E, ancora, nel 193 a. C. “ci furono piogge e il Tevere inondò le parti basse della città, nella zona di porta Flumentana ci furono anche dei crolli rovinosi. La porta Celimontana fu colpita da un fulmine come pure in molti punti furono colpite le mura circostanti …”.

Si tratta di episodi riguardanti la distruzione o comunque il coinvolgimento di alcuni monumenti, riportati da Livio come prodigia, come presagi di accadimenti prossimi venturi. Ancora prima, nel 226 a. C., come raccontato da Strabone e Plinio il Vecchio, un terremoto aveva provocato, a Rodi, il crollo del celebre colosso che svettava in corrispondenza del porto. Circa tre secoli dopo, Plinio il Giovane, raccontando dell’eruzione del Vesuvio del 79 d. C., descrive la casa di Pomponiano, a Stabia, che “vacillava per frequenti e violente scosse di terremoto, e, quasi divelta dalle sue fondamenta, pareva ondeggiare ora qui ora là, e poi ricomporsi di nuovo in quiete”.

Una scarna esemplificazione di una serie infinita di crolli, piccoli e grandi, di singoli monumenti come di intere città. Nel centro della Repubblica come nei siti più lontani dell’impero. Raccontati come causati da circostanze imprevidibili e quindi subiti, passivamente.
Sfortunatamente la storia recente, quella che procede tra tecnologie avanzatissime, particolareggiate competenze e strumenti, spesso, solo potenziali di efficace salvaguardia, racconta ancora di un altrettanto rovinoso depauperamento del patrimonio archeologico. Con una frequenza impressionante tratti delle mura Aureliane e parti della Domus Aurea a Roma, addirittura interi complessi a Pompei vengono giù tra il clamore dei media e di molte parti dell’opinione pubblica. Mentre monumenti meno celebri di Roma, come di Lanuvio, di Canne della battaglia come di Ariccia, di villa Adriana, come di Affile e, ancora, di Numana, come di Falerone e migliaia di altri casi, continuano a perdere parti uniche di sé, soffocati dall’incuria, nel silenzio più assoluto.

Le poche misure che di consueto, da decenni ormai, precedono scarsissimi finanziamenti, peraltro alle criticità che sono anche a ragione sotto i riflettori, appaiono insufficienti perfino a garantire la sopravvivenza del patrimonio storico-archeologico del Paese. Ad ogni passaggio di consegna da un ministro all’altro nel dicastero di via del Collegio Romano, una parte del Paese, quella della ricerca, della tutela, del reale interesse per il nostro passato materiale, spera che possa riavviarsi un discorso sui Beni Culturali. Un discorso forse mai cresciuto, perché troncato alla sua nascita o poco dopo dopo.

Il problema vero, concreto, al di là di qualsiasi strumentalizzazione politica, è molto più grande di quanto si sarebbe tentati di credere. Il problema è vicino, molto vicino, ma la soluzione continua ad essere lontana. La richiesta di maggiori finanziamenti da parte del Mibac, delle singole Soprintendenze archeologiche, per cercare di arginare lo stato di abbandono di tantissime aree, di quasi tutti i monumenti sparsi in lungo ed in largo per l’Italia, è legittima. L‘acquisizione di risorse economiche e di figure professionali spesso imprescindibili è una necessità, nella gran parte dei casi improcrastinabile. Gli accorati richiami da parte degli addetti ai lavori ad una maggiore attenzione alle grandi ricchezze del Paese, che si registrano nelle tante occasioni di incontri pubblici su temi archeologici, non possono essere derubricati a semplici e vuote lagnanze. Meritano rispetto, ammirazione e, naturalmente, un attento ascolto.

Anzi di più, richiedono delle risposte. Ma per farlo occorre, ora, in una fase nuova della politica italiana, provare a scomporre e a ricomporre un sistema che non produce i risultati sperati. Non può produrli, perché la sua architettura, la sua struttura, così come è, necessita di risorse economiche che lo Stato non è in grado di garantire. Forse non lo sarà mai. Nella contingenza del momento, mentre la partitocrazia sembra quasi restare ad osservare quel che accade, si può avere il coraggio di ridisegnare un nuovo assetto dei Beni Culturali, ridefinire il Mibac. In qualche modo dando forza a quel naturale vento di cambiamento che porta con sé il nuovo Ministro Ornaghi. Ma non solo. Anche a quella richiesta di “segnali forti” attesi, quasi pretesi, da tanti, prestigiosi, esponenti di fondazioni, associazioni e comitati nazionali ed internazionali, preoccupati dalla mancanza “di una visione culturale organica”.

Commentando l’incarico al premier Monti e la necessità di giungere ad una stagione di riforme, alcuni gioni addietro Benedetto Della Vedova, capogruppo alla Camera del Fli, ne sottolineava il valore di “occasione”. Ora questa “occasione”, che tanti settori della società italiana potranno avere, non dovrà essere persa, per la loro stessa futura esistenza, dai Beni Culturali. Solo attraverso un reale, radicale cambiamento di un sistema che è allo stallo, ripiegato a speccchiarsi nel suo stagno, sarà possibile costruire un futuro meno incerto e meno fragile.

Il punto di partenza è la convinzione che la protezione dei monumenti e del paesaggio spetti allo Stato, al Ministero e ai suoi organi periferici, ai Soprintendenti regionali e agli ispettori locali. Una convinzione che, seppure dichiaratamente centralistica, nasce proprio dalla Costituzione, da quel “La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione”, che sembra definire competenze e ruoli. Una convinzione viziata dall’inesatta interpretazione di “Repubblica”, dalla sua identificazione pressoché totale con “Stato”. Dimenticando, forse, che la Res publica contempla certo lo Stato, ma anche Regioni, Comuni e singoli cittadini. Una convinzione che permette ora a quell’Ente solo, attraverso i suoi funzionari, di provvedere direttamente o attraverso rare consulenze specialistiche, al restauro o all’intervento del quale si sia decretata la necessità. Una convinzione, ancora, che ha prodotto una divisione netta, aprioristica e quindi dannosa, tra l’operato delle Soprintendenze e quello delle Università. Con le prime alle quali, in maniera esclusiva, è demandata la tutela e la salvaguardia del Bene. Con le seconde, invece, ad occuparsi della ricerca. Con una suddivisione sterile e dannosa, spesso viziata anche da gelosie e incoerenze, che sposta pericolasamente l’attenzione dall’antico come patrimonio comune.

A questo proposito, interpretando in maniera meno rigida quel dettato costituzionale, e quindi superando quello sterile dualismo, sarebbe utile che nei restauri, nella valorizzazione, finanche nella salvaguardia, potessero venire coinvolte proprio le facoltà di Architettura, o dei Beni Culturali, delle quali la maggior parte delle regioni abbondano.

D’altra parte non può neppure ignorarsi come negli ultimi anni, non di rado, le Soprintendenze archeologiche, rimaste orfane per raggiunti limiti di età di alcune personalità di rilievo, nelle quali la solerzia del funzionario lasciava spazio alla laboriosa produzione scientifica dello studioso, siano diventate piccolo feudo di assai poco “brillanti” figure. In particolare, il personale archeologo che dovrebbe eccellere in virtù di un curriculum indiscutibilmente ricco, come certificazione di competenza e capacità, si mostra più di frequente per l’eccentrica e arrogante protervia del ruolo incarnato. In questo modo intere generazioni di archeologi, alla disperata ricerca di un’occupazione temporanea, sono spinti a seguirli. Sfortunatamente, a volte anche ad emularli. Disperdendo risorse che se altrimenti impiegate, molto più e molto meglio potrebbero servire a “rianimare” i nostri tanti monumenti agonizzanti.

Un’operazione di restyling non potrebbe non prevedere, accanto al reale coinvolgimento delle Università, anche quello di quel bacino di disinteressato e spontaneo desiderio di offrirsi, incarnato da associazioni, fondazioni, comitati, di respiro differente. Dal circoscrizionale al nazionale. Guidati da mente sveglia e da mano esperta, anche loro potrebbero costituire un importante ausilio. Essere determinanti in occasioni nelle quali la macchina statale non può raggiungere la meta.

Si è detto tante volte, servono risorse, risorse importanti. Verificato che lo Stato è quasi costretto ad essere latitante, occorre trovare vie alternative per il loro reperimento. Ecco che è venuto forse il momento di lasciare più spazio ai privati, consapevoli che ogni singola operazione può e deve essere valutata con la necessaria attenzione. Con l’intenzione di evitare di trovarsi il monumento di turno restaurato, certo, ma “svilito” ad una sorta di banner pubblicitario. Ma anche sforzandosi di spostare l’interesse dei privati anche su realtà di minore appeal. Attivando una serie di interessi, turistici in primis, attorno a quel monumento o a quell’area, così da farne il naturale terminale dell’operazione di marketing. Sorvegliando attentamente, ma non ostacolando in maniera aprioristica.

L’intervento del privato, peraltro già testato, è soltanto nelle intenzioni l’avvio di una nuova politica dei Beni Culturali. Moltissimi Musei civici e archeologici, la gran parte dei magazzini delle tante sedi delle Soprintendenze archeologiche esistenti, non hanno a disposizione se non pochissimi spazi per le nuove acquisizioni. Al punto che, spesso, dei materiali provenienti da nuove indagini se ne ne selezionano solo pochi, quelli particolarmente significativi. Non diversamente i locali annessi a moltissimi Musei civici e archeologici risultano ormai quasi completamente “saturi”.

In entrambi i casi la possibilità che vengano esposti alcuni dei materiali che spesso da diversi decenni rimangono in vecchie casse è davvero ridotta. Nonostante non di rado si tratti di significative realizzazioni, meritevoli di fare bella mostra al pari di altre. La possibilità di contemplare non la vendita, ma il lungo prestito secondo condizioni minuziosamente prestabilite a musei europei e, ancora di più, mondiali, di materiali ed opere italiane arrecherebbe almeno un duplice beneficio. Un primo, più immediato, economico. Il secondo culturale. Perché attraverso l’esportazione di opere d’arte, con la possibilità di renderle visibili al pubblico, si ribadiscono sia direttamente che indirettamente, le nobili radici italiane.

Se è possibile la dismissione di immobili inutilizzati, talvolta anche di rilevante significato storico, perché non può pensarsi ad un’operazione, peraltro non definitiva, che contempli una “dismissione temporanea di Beni archeologici”? Si avrebbero nuove risorse da impegnare in interventi altrimenti impossibili, una sorta di “made in Italy” itinerante al quale non sarebbe disconnessa una reale circolazione della cultura e, infine, la possibilità di avere nuovi spazi per nuove acquisizioni in magazzini di Musei e Soprintendenze. Bisogna scrollarsi di dosso la psicosi dell’accumulo fine a se stesso, del cieco possesso. In fondo l’idea di molti, restii ad accettare una simile proposta, non è molto dissimile da quella del Mazzarò, de La roba. Le casse che sono stipate nei magazzini archeologici non differenti dai terreni acquistati uno dopo l’altro dal protagonista della novella di Verga.

Responsabilmente è giunto il tempo di assumere decisioni, che, pur non disdegnando il consenso dei più, non siano ulteriormente procrastinate dall’avversione di alcuni. In una fase che si prospetta di nuove ricomposizioni, avere il coraggio di riorganizzare un settore in perenne crisi e che continua a “sgretolarsi” appare una stringente necessità. Ai Beni Culturali serve una nuova geometria, più funzionale a se stessa, meno rigidamente strutturata.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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