di SIMONA BONFANTE – È il 14 maggio scorso quando Dominique Strauss-Kahn, Direttore del Fondo Monetario Internazionale, consuma nella sua presidential suite presso il Sofitel di New York, un rapporto sessuale con la cameriera che di lì a poco lo accuserà di stupro. Quella stessa mattina DSK riceve un messaggio da un’amica che lavora presso la sede parigina dell’Ump, il partito del presidente Sarkozy. La donna avverte l’amico che una mail personale – trasmessa con il BlackBerry di lavoro dell’Fmi – è stata letta negli uffici del partito del presidente Sarkozy. Era una mail indirizzata alla moglie di DSK, la giornalista Anne Sinclar.

Allarmato, Strauss-Kahn avvisa la consorte a Parigi, e le chiede di allertare Stéphane Fouks, l’allora suo responsabile della comunicazione, perché al suo rientro in Francia, previsto di lì a poche ore, faccia verificare BlackBerry ed iPad da un esperto di sicurezza informatica. Poche ore dopo, DSK lascia l’hotel per raggiungere la figlia a pranzo, in un ristorante sulla Sesta Avenue. Dopo il pranzo, ormai sulla rotta per l’aeroporto, il potenziale sfidante di Sarkozy alle presidenziali francesi si accorge di aver smarrito il BlackBerry. Chiama la figlia con il cellulare privato per chiederle di tornare al ristorante e verificare se il telefono sia rimasto lì. La figlia esegue ma del telefono di DSK non c’è traccia. Strauss-Kahn chiama allora il Sofitel, dice di sospettare di aver lasciato il telefono in camera. Il funzionario dell’hotel – dove nel frattempo è stata allertata la sicurezza in seguito alla denuncia della cameriera – lo inganna dicendogli che sì, il telefono è stato trovato, e che avrebbe provveduto a recapitarglielo in aeroporto. DSK comunica quindi le coordinate del volo. Ad attenderlo al gate, tuttavia, non troverà il facchino del Sofitel ma la polizia. Dal BlackBerry di DSK nel frattempo viene disattivato il dispositivo Gps e cancellati messaggi ed email. Il telefono in ogni caso non sarà più trovato. E questo è strano.

Gli inediti particolari della vicenda che ha portato alle dimissioni di Strauss-Kahn dalla direzione del Fmi ed alla rinuncia alla corsa per le presidenziali francesi sono stati resi pubblici da Edward Epstein, un giornalista americano che, in un articolo per la New York Review of Books, solleva una serie di interrogativi che chiamano in causa direttamente i funzionari dell’albergo che gestirono l’affaire facendo covare il sospetto di un complotto orchestrato da ambienti riconducibili al presidente Sarkozy.

Nell’analizzare le registrazioni video delle telecamere di sicurezza dell’hotel, l’autore dell’inchiesta osserva infatti alcune stranezze: il fatto, ad esempio, che la cameriera con cui DSK ha consumato il rapporto sessuale fosse entrata nella suite attigua a quella dell’ex Direttore dell’Fmi, sia prima sia immediatamente dopo il rapporto con DSK. Vi era qualcuno in quella stanza? – si chiede il giornalista. E se sì, chi? Nella ricostruzione di Epstein, poi, emergono dubbi anche sul comportamento degli uomini della sicurezza dell’hotel, di un paio dei quali viene rilevata la prossimità con il presidente francese in carica.
Il Sofitel ha ieri ufficialmente smentito alcuni dei fatti riportati dal giornalista americano, in particolare la presunta cerimonia di giubilo di due dei personaggi della sicurezza che hanno presenziato alla prima deposizione della cameriera. Viene inoltre comunicato che la suite vicina a quella di DSK era appena stata liberata nel momento in cui, dopo il rapporto con DSK, vi entrerà la cameriera. La quale, come noto, ha fornito agli inquirenti dichiarazioni in parte poi rivelatesi false, da cui l’archiviazione in mancanza di prove, fondate al di là di ogni ragionevole dubbio.

È stato complotto, allora? Lo vedremo. Intanto una riflessione tecnica sul ruolo del giornalismo tra politica e giustizia sorge spontanea. Proprio sabato scorso, a Grosseto, ne ha parlato – a nostro avviso giustamente – Carmelo Palma, al convegno “L’arma spuntata del giustizialismo. Cosa resta del garantismo dopo Berlusconi” promosso dall’Associazione Internazionale per la Giustizia Enzo Tortora. L’informazione giudiziaria – ha puntualizzato il direttore di Libertiamo.it – assolve ad una funzione autonoma di “mediazione necessariamente parziale ed opinabile dei fatti di giustizia”. Non può cioè essere intesa, banalmente, come “la voce della giustizia spiegata al popolo.” Il giusto, il legale ed il vero non sono infatti necessariamente sovrapponibili. Lo sono anzi forse solo di rado. Da qui la mediazione, non l’assolutizzazione. Ed è proprio quella mediazione “parziale ed opinabile”, ma autonoma e terza alle parti antagoniste, che risulta assolta in questa specie di political thriller nel quale la New York Review of Books ha scritto uno dei capitoli più narrativamente intriganti e politicamente inquietanti.