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Se Visco deve difendere (da se stessi, per lo più) i giovani sottopagati

– Se ne dicono di tutti i colori sulla stampa italiana.
Che non sa lavorare, che è asservita al potere, che è buona solo a fare la macchina del fango.
Fandonie.

Se lasciati lavorare, infatti, i nostri stimati giornalisti riescono a tirar fuori scoperte incredibili, notizie dirompenti.

Prendete questo titolo di ieri:
“Visco: salari dei giovani italiani troppo bassi.”

Eh? Che scoop!
Un tuono squarcia l’aria, un fremito percorre le folle; dagli atri muscosi, dai fori cadenti, dai tasti bagnati di servo sudor si alza un unico, compatto grido: “Ma chi l’avrebbe mai detto!”

Eh già, non ce n’eravamo accorti. Distrattoni che siamo.

Fino a ieri, ogni volta che ci arrivavano i nostri tre-quattro-cinquecento euro mensili, noi ci sentivamo ricchi.
Ogni volta che una qualche selezionatrice di professione ci apostrofava col suo tono più sprezzante perché avevamo osato chiedere “ma come pretendete che io mangi, con quella cifra?”, riconoscevamo il nostro errore, baciavamo la terra sotto la sua french pedicure e ammettevamo di essere stati troppo esosi. Mangiare fa ingrassare, si sa, e questa è la società dell’immagine. Meglio limitare la pratica al minimo indispensabile.

In fondo, beh, trecentocinquanta euro (in nero e in banconote di piccolo taglio, of course) per lavorare sessanta ore a settimana è un compenso più che equo. E se non ci credi, vallo a chiedere al tuo amico che è in stage da quattro anni, a duecento euro al mese. Gli promettono “Chissà, l’anno prossimo, una partita IVA…” ma non arriva mai. O a quell’altro, che da un anno svolge un lavoro superspecializzato, in un ente famosissimo e autorevolissimo, eppure non ha mai visto un euro né ha mai sentito lontanamente accennare ad una retribuzione, ma non ha il coraggio di far notare ai distratti dirigenti quella che senza dubbio è solo una dimenticanza. Oppure, meglio di tutto, chiedilo ai bambini africani, che tornano sempre utili quando c’è da fare paragoni che non stanno in piedi.

Fuor di scherzo, quando i giornali hanno riportato le parole del governatore di Bankitalia Ignazio Visco immaginiamo che molti giovani italiani siano stati colti da un sentimento a metà tra rabbia e sconforto. Sentirsi ripetere l’ovvio, soprattutto quando di quell’ovvio si rappresenta una parte, e non quella che vince, non è mai piacevole.

Tuttavia, che di quell’ovvio abbia preso atto in maniera ufficiale il capo di un’istituzione come la Banca d’Italia non può che essere, al netto di tutti gli “era ora” e i “finalmente” del mondo, un fatto positivo. In realtà, l’intervento di Visco voleva mettere in luce, più specificamente, il fatto che “I salari di ingresso nel mercato del lavoro sono oggi in termini reali su livelli pari a quelli di alcuni decenni fa”, evidenziando come, di fatto, i giovani, in termini di benessere economico, siano tornati indietro rispetto alle generazioni precedenti.

Concedete anche a noi una piccola incursione nei territori di monsieur La Palisse: aver creato un mercato del lavoro duale, diviso rigidamente fra garantiti e non garantiti, non è stata proprio la migliore delle idee. Sì, d’accordo, ci voleva una maggior flessibilità, ma non stava scritto da nessuna parte che (come per la riforma delle pensioni, come per una spesa pubblica dissennata…) le sue conseguenze andassero scaricate interamente sulle spalle delle nuove generazioni, arrivate da poco sul mercato del lavoro.

D’altra parte, anche le suddette nuove generazioni non sono esenti da colpe: i loro sedicenti rappresentanti continuano a mantenere alto il totem del concorso pubblico, del posto statale o parastatale garantito, della scrivania a vita, dell’inamovibilità a tutti i costi – anche quando quei costi ricadono su di loro, e solo su di loro. Questo indica da un lato una scarsa o nulla comprensione delle radici del problema, dall’altro, cosa ancor più preoccupante, una cronica inabilità a risolverlo.

L’immobilismo economico italiano, che quando le circostanze l’hanno imposto è stato compensato con una “flessibilità” iniqua e irragionevole, senza dall’altra parte ammortizzatori sociali degni di questo nome, è definitivamente fallito; diamo pure la colpa ai “poteri forti”, se vogliamo, ma cerchiamo di capire bene quali siano questi poteri.

Guardiamoci in faccia: non sono state e non sono le banche, né i neoliberisti selvaggi, né gli euroburocrati ad ostacolare la crescita italiana, quella crescita che, anche secondo Visco, darebbe nuovo slancio ad un mercato del lavoro asfittico e porterebbe nuove opportunità per tutti, giovani compresi. Le responsabilità più gravi vanno cercate altrove: negli ordini professionali rigidi e improduttivi, nel lavoro dipendente diviso fra inamovibili e precari a vita, nel sistema di ammortizzatori sociali completamente sbilanciato sulle pensioni.

I veri “poteri forti” che ci mantengono in uno status d’Italietta senza dignità sono le piccole caste, non solo politiche, che tutti conoscono perfettamente, ma di cui nessuno parla. A proprio esclusivo vantaggio, hanno messo in piedi e sfruttato fino alla (ormai prossima) fine un sistema dove chi strilla a sufficienza ottiene per legge il suo piccolo privilegio, e se lo tiene stretto, mentre chi non ne ha nessuno paga per tutti, e spesso, per ignoranza, crede pure che questa sia la vera, perfetta giustizia sociale.

E gli autonominatisi rappresentanti dei giovani italiani? Fingono di pretendere riforme radicali, ma in realtà vogliono solo continuare col sistema di prima. Anziché lottare – veramente, e con cognizione di causa – per i diritti di tutti, trovano più conveniente difendere i privilegi di alcuni, tra cui sperano (invano, questo gli andrebbe spiegato) di trovare un giorno posto anche loro.
Pensateci: un movimento che solidarizza di fatto coi baby-pensionati, che considera “liberalizzare” sinonimo di “sacrificare al demonio”, che innalza a feticcio intoccabile quell’articolo 18 di cui molti ragazzi, costretti ai contratti più atipici possibili, non potranno comunque godere mai, non sta facendo altro che difendere lo status quo. Quello stesso status quo che ci ha portati alla situazione attuale, e che adesso non ci possiamo permettere più.

Ricominciare a crescere non è una cosa che possiamo improvvisare dall’oggi al domani, tanto meno in tempi di crisi come questi. Noi che erediteremo le macerie potremmo almeno, però, cominciare ad abbandonare l’idea che tutto debba essere com’è sempre stato, e trovare il coraggio di cambiare radicalmente il nostro modo di pensare. Solo familiarizzandoci con l’idea che lo status quo conosciuto finora non è più sostenibile potremo costruirne uno nuovo, dove “merito” e “qualità” non siano dei suoni privi di significato, ma dei veri princìpi ispiratori.

Soltanto accettando e guidando il cambiamento, con in mente una seria idea della direzione in cui muoverci, potremo avere in esso un ruolo attivo, invece di subirlo passivamente com’è stato negli ultimi vent’anni, con le conseguenze che Visco ha evidenziato. Non è accettabile continuare a mobilitarci solo per difendere privilegi che, realisticamente parlando, non arriveremo mai neanche a sfiorare; è invece urgente cominciare a difendere noi stessi da chi ci ha usati e continua ad usarci come valvola di scarico per tutti i problemi di un sistema ormai morente.

Ma pensateci: ci licenziano senza assumerci, ci fanno lavorare al posto loro senza nemmeno l’ombra delle loro garanzie, e quando c’è da manifestare ci mandano pure in piazza a prendere le manganellate per difendere i loro privilegi, di cui noi non potremo godere mai. E ce lo deve dire Bankitalia.

“Sui giovani d’oggi ci scatarro su”, cantavano, profetici, gli Afterhours alla fine degli anni ’90. Guardando i risultati, non si può dire che come ispiratori di policy non siano stati presi sul serio.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

3 Responses to “Se Visco deve difendere (da se stessi, per lo più) i giovani sottopagati”

  1. Simone Callisto Manca scrive:

    Complimenti Marianna: il pezzo è perfetto.

  2. creonte scrive:

    sul fatto nei non pagati
    vale pure le grandi carte (chi vuole intendere…)

  3. filipporiccio scrive:

    Non possiamo ignorare che in Italia il sistema feudale è stato inculcato profondamente nella mente delle nuove generazioni. Sarà molto difficile uscirne. I datori di lavoro PREFERISCONO FALLIRE piuttosto che pagare il giusto uno che se lo merita infrangendo la rigidità feudale: e questa cosa l’ho vista più di una volta.
    Per fare un altro esempio (da esperienza quasi personale): crisi in uno stabilimento di medie dimensioni. Viene annunciata la chiusura in un anno. I dirigenti, NON protetti dall’art. 18, sono ancora tutti al loro posto, dato che il posto è garantito dal sistema feudale. I dipendenti PROTETTI dall’art. 18, invece, se ne stanno andando a un ritmo tale che la ditta non riuscirà nemmeno a finire i lavori che ha in ballo prima di chiudere. La dirigenza non è in grado mentalmente di affrontare la situazione, perché si aspetta un sistema in cui lo schiavo rende grazie al padrone di dargli lo stipendio e non concepisce minimamente che invece possa mandarlo a quel paese. In questo contesto parlare di “flessibilità in uscita” del mercato del lavoro mi sembra come parlare di progettazione di acquedotti nell’Inghilterra del venerabile Beda.

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