Fassina emblema del PD, in bilico tra ‘storia’ e ‘vocazione’

– Il problema non è Fassina, è il Pd.

Se fosse dotato di senso dell’umorismo (e temo non lo sia), Stefano Fassina potrebbe rivolgere al collega di partito Enzo Bianco le stesse parole che Fini rivolse a Berlusconi: «che fai, mi cacci?». Una domanda simile («che fai, lo cacci?») andrebbe posta da tutti, democratici e no, al segretario Bersani. Come vedremo, infatti, il problema non è costituito dalle dimissioni di Fassina, ma dall’incertezza di Bersani, incertezza che maschera un’ambiguità più profonda.

Cominciamo col dire che il tema delle cacciate si fa sempre più largo a sinistra: risale a poco tempo fa la polemica sulla volontà di alcuni dirigenti del partito (tra cui il presidente Bindi) di cacciare i radicali, colpevoli (con la loro presenza in aula) di non aver fatto mancare il numero legale in parlamento. La motivazione ufficiale era capziosa e i veri motivi erano altri: i radicali, come ha detto esplicitamente Cesare Damiano, sono incompatibili col Pd perché troppo “liberisti”. Curiosamente, oggi sono i liberal del Pd a chiedere le dimissioni del keynesiano Fassina, responsabile economico del partito e ostile alla linea del rigore imposta dalla Bce. Se uno volesse fare dell’ironia, basterebbe dire che all’interno del partito l’unica cosa su cui tutti sono d’accordo è che qualcuno se ne deve andare. Basterebbe sapere chi.

I nostalgici della prima repubblica troveranno il modo di dire che la presente situazione è il segno della crisi del bipolarismo italiano, subito dai partiti dopo l’entrata in scena di Berlusconi, e mai completamente assimilato. Non credo che questa lettura sia giusta, almeno se la soluzione dovesse essere il ritorno alla frammentazione e al sistema proporzionale. Tuttavia, per quanto riguarda i democratici, ha senso dire che i dissidi insanabili che lacerano il partito trovano origine in un vizio costitutivo che, ciclicamente, non tarda a manifestarsi.

Una volta mi è capitato di scrivere che il problema del Pd è di essere un partito perennemente in bilico tra “storia” e “vocazione”, cioè tra la storia politica dei suoi fondatori (ex-comunisti e cattolici di sinistra) e l’idea in base a cui nel 2008 si è scelto di far nascere il partito. La vocazione del Pd è rintracciabile nel famoso discorso di Veltroni al Lingotto: il partito di sinistra riformista e a “vocazione maggioritaria”.Il problema è che le persone deputate a realizzare quel progetto avevano alle loro spalle una storia che era la negazione esatta di quel progetto stesso. A cominciare da Veltroni, cui pure va riconosciuto il merito di aver fatto compiere il secondo passo avanti della recente storia politica (il primo è la discesa in campo di Berlusconi nel ’94).

Come potevano gli ex-comunisti portare avanti un progetto riformista se sono stati proprio loro a contrastare come il male assoluto l’unico esperimento di riformismo di sinistra, quello tentato da Bettino Craxi ? La rimozione (per usare un eufemismo) del precedente craxiano è il vizio che sta all’origine della crisi del Pd. Bisognava dire a chiare lettere che su molti temi (economici, in primo luogo) la ragione stava dalla parte di Craxi e non da quella di Berlinguer. La conseguenza è che gli ex-socialisti o si sono rivolti a Berlusconi (con i problemi che tutti sappiamo) o, se rimasti a sinistra sono stati fortemente marginalizzati (emblematico il silenzio dei leader democratici sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto, ingiustamente, Ottaviano Del Turco). La scelta di Veltroni di allearsi con Di Pietro e non con i socialisti alle politiche del 2008 è la conferma di tutto questo discorso.

Oggi la contrapposizione si ripropone, da una parte i “giovani turchi” che fanno capo a Fassina, dall’altra i liberal del Pd o gli outsider come il sindaco di Firenze, Matteo Renzi (i liberali veri, come Nicola Rossi o Antonio Polito hanno già lasciato il campo da un pezzo). Non è una contrapposizione che si possa risolvere con un congresso o con una mediazione politica da parte della segreteria, perché la mediazione è impossibile là dove a combattere sono due visioni del mondo e della società completamente diverse.

A parte l’incertezza diffusa, pare di capire che la soluzione preferita da Bersani (non si sa se per convinzione o per opportunismo) sia quella di spostare il partito a sinistra, verso le posizioni di Di Pietro e Vendola. I riformisti del pd dovranno trovare il coraggio di staccarsi dal partito o saranno costretti a rimanere ai margini (come dire che Pietro Ichino rimane un bel soprammobile da mostrare agli ospiti per dire che nel partito c’è rispetto per le minoranze). Anche perché è inutile nascondersi che la gran parte degli elettori del pd, la cosiddetta “base” del partito, ha più di una simpatia per vecchi rigurgiti ideologici e questa tendenza si accentua maggiormente nei periodi di crisi. Al netto di tutto il resto, la colpa più grave dei dirigenti democratici è di non aver saputo o, peggio, voluto spiegare ai propri elettori che il mondo è cambiato dopo il 1989.

 


Autore: Osvaldo Ottaviani

Nato ad Ascoli Piceno nel 1987, studia filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha scritto un libro su H. G. Gadamer ("Esperienza e linguaggio", Carocci 2010) e attualmente si occupa prevalentemente di Immanuel Kant. Liberale da sempre, è socio fondatore dell'associazione Hayek di Pisa e fellow di Italian Students of Individual Liberty (ISFIL).

2 Responses to “Fassina emblema del PD, in bilico tra ‘storia’ e ‘vocazione’”

  1. marcello scrive:

    Il fatto è che questo genere di riformismo non si può fare molto in un quadro dove i ceti bassi già molto hanno dato. Dove sono finiti i soldi che in questi anni sono stati presi nei vari aumenti di prezzi, imposte e tariffe? Io vedo ancora (su alcune cose Berlusconi non aveva torto) che alcuni pare che la crisi non la sentano proprio (vedere il traffico che non è diminuito, che ci vuole per alcuni almeno ogni tanto usare il mezzo pubblico?) e quei servizi in televisione dove fanno vedere le vacanze di lusso. Sarebbe giusto che paghino anche questi, se no come si fa a chiedere a chi non ha i mezzi economici, ma anche di competenza, si fare altri sforzi?
    L’Iva non va aumentata in caso sui beni di lusso. Sono 8 anni che i prezzi sono sempre aumentati. La prima cosa che va fatta è impedire che aumentino ancora.

  2. foscarini scrive:

    Più che altro mi chiederei cosa ha fatto il PD per tagliare la spesa pubblica.
    Nulla. Rottami del socialismo come Fassina chiariscono solo il motivo.

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