C’era una volta il web ‘ingenuo’, fioriva la Primavera Araba

– Doveva essere primavera, in Egitto. Invece pare calato l’autunno arabo. Piazza Tahrir da simbolo plastico e tridimensionale di libertà è tornata ad essere lo spazio dello scontro, il luogo della violenza fisica, tangibile, concreta. Se la piazza cittadina ha assunto vecchie forme, di nuovo, cosa succede in quella virtuale? Twitter è stato raccontato per mesi come una piazza Tahrir online, il punto di incontro dei libertari, dei ribelli, di quelli che avrebbero dovuto fare il nuovo Egitto, trasformare le singole voci in un coro armonioso e gioioso di persone prima in lotta e poi, finalmente, libere.

Non è andata così, i tecno-entusiasti dovranno forse ricredersi: Internet non è solo la prima grande arma di costruzione di massa. Può esserlo, ma è anche altro. Un contenitore dentro cui c’è di tutto, come in una comunità di persone in carne e ossa. C’è il giovane entusiasta, che guarda fuori i confini del proprio paese e scopre modi altri di vivere, più sereni e felici, e vuole importarli a casa propria. Ma c’è anche chi lo controlla, chi vuole pedinarlo e, come in un percorso vero e proprio, ne segue le tracce, gli stimoli, gli impulsi.

Ne studia le mosse. Internet non è libertà. È quello che ciascuno ci mette dentro.

«C’è una differenza tra il mero successo di mobilitazione e quello strategico che segue una rivoluzione– spiega in una intervista Evgenij Morozov, blogger e autore di  “The Net Delusion: the dark side of Internet Freedom In questa seconda parte credo che Facebook sia stato meno efficace. Anzi addirittura deleterio. Perché invece di aiutare nella creazione di possibili partiti politici, invece di portare le persone a partecipare secondo la politica convenzionale ha portato molti dei leader di questa Facebook-rivoluzione senza capo, ad assecondare altri fini, come raccogliere fondi per le loro ONG, o continuare il lavoro di blogger. Sfortunatamente quando stai combattendo un sistema di potere gerarchico, spesso sei costretto ad assumere le sue stesse forme altrimenti finisci per sprecare le tue energie dove ognuno cerca di avere il suo centro di potere. Purtroppo credo che questa dispersione di energie è quello che sta succedendo in questo momento».

Ecco, forse è accaduto un processo simile: la forza reattiva, l’energia propulsiva della web-rivoluzione non ha preso una forma, si è dispersa in tanti rivoli, ha avuto un impatto maggiore nel breve termine lasciando il segno più nel virtuale che nel reale.

La tesi di Morozov è una vera critica a quelli che chiama gli ingenui della rete. Nel suo saggio, uscito in Italia lo scorso Gennaio per Codice Edizioni, critica il cyber-utopismo, la filosofia secondo cui Internet sarebbe in grado di favorire processi di trasformazione democratica dei regimi più autoritari e duri. Ma il web, al contrario, può essere anche uno strumento in mano non solo ai facinorosi ma agli stessi governi, un’arma di controllo di massa, utile a individuare i dissidenti e a perseguitarli. Il limite maggiore delle Twitter-rivoluzioni riguarda la possibilità che rimangano tali, che esauriscano la propria potenza in un’operazione di comunicazione. Come se la rappresentazione mediatica e diffusa delle ribellioni non corrispondesse, nei fatti, alla forza reale e concreta di quei movimenti. In una frase: dove è finito Wael Ghonim, leader della rivoluzione egiziana?

Le riflessioni di Morozov colgono un tema chiave. L’ingenuità non solo dei tecno-entusiasti, ma anche quella, forse persino più solida e inconsapevole, di chi racconta la tecnologia. I media altri, come la tv, per esempio, o la stampa, tendono a fornire un’immagine quasi sognante del web, costruita, paradossalmente, proprio sui caratteri peculiari della rete, quelli che la rendono diversa dai canali di Mediaset e Rai o dai giornali. A incitare la gioia tecnologica sono coloro che vivono altrove, nella galassia Gutenberg, per esempio, o nel magico mondo dei Tg. C’è qualcosa, però, che pare sfuggire allo scetticismo di Morozov, qualcosa che resiste pure nelle pieghe della seconda rivoluzione egiziana. La forza dell’utopia.

Internet non è solo bello e buono, certo, non è il Nirvana dei giusti, ma è il più grande contenitore di sogni e di desideri che sia mai esistito nella storia dell’umanità. Rappresenta l’utopia, non la incarna in tutto e per tutto, non la realizza pienamente. Ma la evoca, la stimola, suggerisce la possibilità che esista. Neanche la Città del Sole di Tommaso Campanella esisteva per davvero, ma contava il fatto che fosse raccontata, che in qualche lontano universo ne esistesse l’opportunità. Ecco, la rete è la stessa cosa, funziona così. Fa sperare gli uomini in un mondo migliore. E solo per questo già lo rende tale.

 

 


Autore: Federica Colonna

Nata a Viterbo nel 1979, dopo la maturità classica si laurea in Scienze della Comunicazione e lavora come consulente politico per Running, gruppo Reti. Da libera professionista realizza più di dieci campagne elettorali, tra cui quella per l’attuale sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Collabora con "La Lettura" del Corriere della Sera, ha un blog su Il Fatto Quotidiano e uno sull'Unità.

Comments are closed.