Incuria e superficialità fanno crollare Pompei. E l’Italia

– Nel convulso esito del Governo Berlusconi, sancito dall’approvazione della legge di stabilità 2012, si è mancato, forse, di porre la necessaria attenzione ad alcuni provvedimenti in essa contenuti, presumibilmente meno stringenti per il Paese ma non per questo di minor conto.

Tra i festeggiamenti per la liberazione dall’ex premier e il naturale focus su temi di interesse più vasto, come i tagli ai ministeri, gli enti locali, gli interventi fiscali, le misure sulla giustizia, le nuove regole per le imprese, le dismissioni degli immobili, la riforma delle professioni e, ancora, lavoro e pensioni, sono state quasi sottaciute alcune disposizioni riguardanti i Beni Culturali. Poche misure, certo, ma utili, più che per quel che realmente apporteranno, per provare a capire cosa sarebbe possibile fare, nell’immediato futuro.

Nella sostanza si tratta di due misure contenute nell’articolo 24 in tema di Disposizioni per lo sviluppo del settore dei beni e delle attività culturali. Al comma 1 si determina che le somme inutilizzate degli accantonamenti previsti a copertura delle agevolazioni fiscali in favore dell’industria cinematografica, circa 25 milioni di euro l’anno, verranno destinate al Fondo Unico per lo Spettacolo. Mentre, al comma 2, si fa riferimento allo sblocco di 168 assunzioni, di cui 20 per la sola Pompei, riconfermando così l’impegno di spesa già previsto dal Decreto-legge 31 marzo 2011, n. 34.

Due risposte molto diverse tra loro a problemi cronici e proprio per questo progressivamente cresciuti fino a raggiungere le attuali gigantesche dimensioni. Naturalmente, e peraltro con una legittima soddisfazione, l’ex ministro Galan ha celebrato l’ “inversione di tendenza riguardo le risorse umane e finanziarie destinate in favore della cultura, che dopo anni vedono … un primo, significativo incremento”. Sfortunatamente, almeno per quel che riguarda Pompei, la precaria situazione attuale non sembra che possa trasformarsi in maniera significativa.

Nella realtà concreta, l’apporto offerto dalle nuove assunzioni mostra di essere troppo lieve. Sia in termini numerici complessivi che riguardo le specifiche figure che vi sono comprese. Più architetti, meno archeologi, ancora meno amministratitivi. Rimane, invece, improbabile l’assunzione di personale da adibire alle maestranze del restauro e di vigilanza, di cui Pompei avrebbe avuto realmente necessità. Dal 1997 al 2011 i dipendenti, soprattutto custodi, operai, restauratori, che garantivano una cura costante del patrimonio archeologico, sono diminuiti di un terzo. Attualmente molte attività sono state esternalizzate e spesso, per indire appalti, i tempi dei lavori si dilatano e le emergenze si moltiplicano.

Intanto gli agognati fondi europei diventano a loro modo un piccolo problema. Perché dalla loro corretta spesa dipende la vita della città antica. Dal controllo trasparente degli interventi che i fondi potranno rendere possibili, il buon esito dell’intera operazione. Naturalmente vigilando perché non abbiano a ripetersi i casi sui quali sono in corso indagini della Magistratura e della Corte dei Conti. Come quelli del Teatro Grande, stravolto da un discutibile restauro, oppure della domus dei Casti Amanti, su cui è stato impiantato un cantiere dal notevole impatto visivo.

Tra fondi europei e nuove assunzioni prosegue il degrado, per certi versi irreversibile. Continua, lenta ma progressiva, la chiusura di nuove Domus, che, a causa delle cattive condizioni di conservazione, non garantiscono standard di sicurezza adeguati. Quelle che sono interessate da restauri sono spesso destinate a rimanerlo a lungo. Come accade alla Casa dei Vetti, da anni chiusa per il completamento dei necessari interventi conservativi. Rimane ancora in piedi il blocco di prefabbricati all’interno degli Scavi vicino all’ingresso del Viale di San Paolino. Con gli edifici demaniali abbandonati all’incuria.

Senza contare che, senza allontanarsi tanto da Pompei, ci si accorge che la situazione del patrimonio archeologico addirittura peggiora. Ad Ercolano, Oplontis, Boscoreale e Stabiae, ci si imbatte nella noncuranza, nell’incapacità di salvaguardare un bene prezioso, forse nella non volontà di fare di quei siti dei capisaldi del grande turismo non solo nazionale.

Ecco il vero vulnus non solo di Pompei, ma dell’intero patrimonio storico-archeologico disseminato lungo l’intero territorio nazionale, senza sostanziali distinzioni tra Nord e Sud. L’adozione sclerotizzata di una vana e vaga politica dell’emergenza, sospinta dall’opinione pubblica. Sull’onda delle emozioni. Non differentemente da quanto avviene per altri casi.

Nel novembre 2010, al crollo della Domus dei Gladiatori, il Presidente della Repubblica pronunciò parole di fuoco, affermando che “Quello che è accaduto dobbiamo, tutti, sentirlo come una vergogna per l’Italia”. Era vero, è ancora vero. Ma nonostante l’ira di Napolitano e molte altre voci, numerosi altri auspici, nulla è cambiato. Al punto che recentissimamente anche Corrado Passera è intervenuto sull’argomento chiedendosi “come questo sia possibile. Pompei dovrebbe essere una risorsa, un motore di decine di milioni di visitatori. Non certamente un problema. Eppure, non c’è sintonia tra i fatti importanti per la gente ed il comportamento di chi dovrebbe occuparsi del bene comune”.

Ecco: forse il vero Big bang, l’avvio della disfatta delle politiche in tema di Beni Culturali in Italia, è proprio là, in quella mancanza di “sintonia tra i fatti importanti per la gente ed il comportamento di chi dovrebbe occuparsi del bene comune”. Una disfatta maturata negli anni, senza dubbio, nel progressimo assottigliamento delle risorse economiche ed umane. Ma anche, e forse in maniera ancora più decisiva, determinata da altro. Da strumenti legislativi esistenti perseguiti in maniera non sempre corretta, da un’organizzazione statale non di rado inadeguata per competenze.

E’ giunto il momento di affrontare riforme strutturali anche nel campo dei Beni Culturali, vincendo le resistenze di chi fa parte a pieno titolo di un sistema, vecchio e spesso inefficiente. Altrimenti alla causa, ormai, probabilmente, non potrà neppure risultare sufficiente un ministro competente ed autorevole, come lo fu, ad esempio agli albori del dicastero, Luigi Spadolini e come ci si augura lo sarà Lorenzo Ornaghi. Ormai bisogna cambiare, in fretta.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

One Response to “Incuria e superficialità fanno crollare Pompei. E l’Italia”

  1. Andre scrive:

    La mancanza di personale, problema che senz’altro esiste, è accompagnato, talvolta, da una sottoutilizzazione di chi già c’è, in particolare di quella categoria di custodi e affini. non voglio fare il Brunetta della situazione, e non ho dati da portare, mi baso sulla mia esperienza di turista in musei e siti archeologici di mezza Italia. Se da una parte si trova personale dedito al lavoro e realmente interessato al luogo dove opera, dall’altra non sono rari casi di menefreghismo verso l’utente, di allontanamenti dal posto di lavoro (tanto chi vuoi che lo porti via quel tale reperto o quadro?), senza che nessuno possa intervenire.
    Un’ultima nota (dolente). Ricordo l’affermazione dura di Napolitano, essa cadeva lo stesso giorno in cui in Veneto morirono delle persone per l’esondazione di un fiume (senza peraltro alcuna parola di fuoco del Presidente, ma è una polemica sterile, lo riconosco). Non stupisce quindi che, in un Paese dove non si riesce a garantire risorse per il presente, il passato sia così bistrattato.

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