di PIERCAMILLO FALASCA – Un giorno si parlerà sui libri di storia della drammatica crisi del debito dei paesi europei nell’anno del Signore 2011. Si narreranno i fatti e gli antefatti, si tratteggerà il profilo politico e psicologico dei principali protagonisti. La domanda da farsi è però un’altra: parleranno di questa crisi anche i manuali di diritto comunitario? Se ciò accadrà, vorrà dire che questi esisteranno ancora e che l’Unione Europea avrà fatto tesoro dei suoi errori migliorando l’impianto istituzionale che la sostiene.

Molto di quel che si poteva dire l’hanno scritto Guido Tabellini sulle pagine de Il Sole 24 Ore di oggi e Mario Seminerio su Phastidio.net: l’asta di Bund tedeschi parzialmente invenduta mostra come la marea sia ormai giunta alle mura della capitale del regno, aprendo nuovi rischi e nuove opportunità. Da più parti s’invoca una rivoluzione “ontologica” della Banca Centrale Europea: la stabilità finanziaria – più di quella dei prezzi – è la sfida su cui si gioca la sopravvivenza dell’euro. Se la BCE annunciasse la propria disponibilità ad acquistare quantità illimitate di titoli di stato italiani e spagnoli (e forse anche francesi), facendosi così prestatore di ultima istanza, la pressione sui tassi d’interesse calerebbe celermente. Non si tratterebbe certo di un’operazione indolore: “monetizzare” la crisi – con l’Eurotower che compra titoli stampando moneta – farebbe sì che a pagare il risanamento siano con buone probabilità i consumatori europei e i possessori di titoli di stato, perché il possibile surriscaldamento dei prezzi ridurrebbe il valore reale delle passività. Saremmo di fronte ad un cambio di paradigma senza precedenti.

Perché ciò possa avvenire, affinché cioè si determini su questa soluzione un consenso ampio ed esteso anche alla Germania, i governi interessati devono sapersi guadagnare la fiducia dei loro “soci” comunitari. La monetizzazione non può essere un premio all’irresponsabilità, ma il sigillo di un nuovo patto europeo tra paesi che s’impegnano reciprocamente a imparare dal passato.
Per l’Italia vuol dire riguadagnare quella credibilità conquistata negli anni Novanta, quando Berlino o Helsinki accettarono di condividere la moneta con Roma. Con un nuovo governo ed un’ampia maggioranza al suo sostegno (o almeno si spera, qualche autorevole commentatore paventa le “idi” di gennaio), l’Italia può e deve compiere ora uno sforza di bonifica economica, finanziaria e politica senza precedenti, adottando robuste misure di contenimento della spesa pubblica (riducendo cioè la spesa pensionistica, sanitaria e il costo del lavoro del pubblico impiego), riordinando il suo sistema di tassazione, aprendo le maglie della concorrenza e liberalizzando il mercato del lavoro dipendente e autonomo.

Siamo capaci di farlo – per poter poi essere credibili nell’appello alla Germania e alla BCE – o preferiamo che l’Italia dei prossimi decenni sia un paese ammuffito e triste, nostalgico della vivacità passata e chiuso autarchicamente nella sua miseria nazionale?