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Come la società si rapporta con la tecnologia

– Politica, policy, società. Pensare e attuare idee e progetti – progettare, immaginare e compiere una comunità.

Per cercare di fare tutto ciò bisogna avere idee e punti di vista. Bisogna comprendere i sintomi, gli indici e il significato delle trasformazioni sociali … ossia … la tecnologia. I linguaggi e gli strumenti del presente sono tecnologie, i media sono tecnologie, l’energia è data da tecnologie, gli elementi di produzione dell’economia sono tecnologie ….. e via dicendo.

E noi italiani dove ci poniamo? Siamo tecnologistici o antitecnologistici? Se osservate, leggete, e ascoltate vi rendete conto che nel nostro paese, come ovunque, serpeggia una compiuta vena filosofica che potremmo definire antitecnologistica, per la quale ogni novità è prodromo della perdita di qualcosa, della perdita di un presunto “vero” senso della vita, dell’inferno dello spirito, o addirittura della messa in pericolo della nostra sanità fisica e mentale. E’ un problema ideologico, politico, e quindi filosofico. Dove e con chi ci dobbiamo porre nell’arena teorica in cui scendono i sostenitori del determinismo tecnologico da un lato, e della negoziazione tra istanze sociali e sviluppo tecnologico dall’altro?

Per i primi (mi venga perdonata l’aridità di questa sintesi) la tecnologia prorompe, impatta nel sociale determinando una serie di riconnotazioni dell’agire macro e micro sociale, dai grandi sistemi economici alle sfere interpersonali, che concretizzano i cambiamenti, gli spiazzamenti, le riconfigurazioni della società; in questa ottica di società spinta (definita, coartata) dagli sviluppi scientifici e dalle adozioni tecnologiche, le dinamiche della dialettica tra bisogni sociali ed offerte tecnologiche sono sovente assenti: la tecnologia determina, impone … e la società assorbe ricontestualizzandosi, spesso sacrificando parte del proprio bagaglio acquisito. Una perdita in virtù di arricchimento. La società non propone istanze, necessità, che poi vengono concretizzate tecnologicamente, ma assume, si fa agire, dalle istanze e dalle azioni della tecnologia.
Per queste teorie definite (almeno dai loro critici) come determinismo tecnologico, le tecnologie sono inventate attraverso un processo essenzialmente proprio (interno) di ricerca e sviluppo, che stabilisce le condizioni del cambiamento e del progresso sociale. Il progresso coincide con la storia di queste invenzioni che hanno creato il mondo moderno. Gli effetti delle tecnologie, diretti o indiretti, non sarebbero che il resto della storia.

Le invenzioni, le macchine, le armi, le industrie, le tecnologie dell’informazione avrebbero, quindi, lanciato, strutturato, fatto l’uomo moderno – lo hanno colpito e rifondato. E continuano a sfarlo e rifarlo, ogni volta diverso, anche nella contemporaneità.

Altro orizzonte teorico è quello che, invece, immagina un sistema di osmosi tra esigenze sociali e sviluppi tecnologici, ossia, il principio de “la negoziazione”.
Le istanze, e necessità, sociali possono essere sia già chiarificate e definite nella società stessa (e per cui la tecnologia dovrà semplicemente risolverle), sia piu’ larvatamente immaginate ( anche nella loro dimensione di riflessione artistica, fantascientifica ), sia già in atto: concretamente visibili, ma con dei modi e delle fattezze a cui bisognerà dare una metafora migliore, più concretamente tecnologica.

Per intenderci: il cinematografo non ha inventato il desiderio umano di identificarsi all’immagine; ne ha solo attualizzato il contenuto tecnologico, spingendo la tensione, la vocazione umana all’immagine, rappresentazione, spettacolarizzazione, ritualità ( desideri sociali ) alla loro migliore concretizzazione tecnologica. Insomma, in un modo o nell’altro la tecnologia darebbe delle risposte materiali, fattuali, a domande e richieste e desideri provenienti dalla società.

Come scriveva Bettetini: “Il rapporto tra tecnologia e società è sempre stato un rapporto di reciprocità molto intenso (…). Possiamo dire che l’una incide sull’altra; se questi strumenti tecnologici influenzino o meno la cultura, in realtà sono già parlati dalla cultura così come essi parlano di questa cultura.
Siamo al concetto di negoziazione tra società e tecnologia, caro a quell’ambito della sociologia che considera le forme ed i modi della tecnologia come alcune delle risposte possibili che la scienza propone a necessità, bisogni, istanze che esplicitamente o implicitamente si concretizzano nelle diverse epoche storiche dell’agire sociale. Le incidenze delle trasformazioni tecnologiche sulla società sono rilevantissime sia da un punto di vista positivo sia da un punto di vista negativo. Ed in questa dicotomia tra effetti positivi e negativi delle tecnologie nella loro fattualità sociale, le tecnologie contemporanee della sfera della digitalizzazione manifestano una inclinazione, una propensione alla ridefinizione dell’identità, nel senso che queste tecnologie tendono a indebolire le tradizionali identità personali e collettive per andare a incrementare le identità trasversali, dinamiche, fluttuanti.

Altra dimensione della dialettica tra potenzialità della tecnologia e lo sviluppo, l’assunzione, l’attualizzazione che di esse attua la società nel suo insieme, è quella proposta da Flichy nell’identificazione di due fattori che ci possono aiutare a inquadrare i fenomeni tecnologici: è la teoria del quadro di funzionamento ed il quadro d’uso.
Il quadro di funzionamento sarebbe costituito dalle dimensioni potenziali/scientifiche di una nuova tecnologia; le sue caratteristiche tecniche, i suoi sistemi specifici e procedimenti, i suoi oggetti e interfaccia possibili con l’uomo, le tipologie concrete della sua presenza e le sue potenzialità virtuali, in nuce, espandibili.
Il quadro d’uso rappresenta, invece, l’uso e gli usi sociali che vengono fatti di essa, nelle accezioni di: assegnazione ad essa di funzioni pratiche (nel caso della televisione stiamo parlando di comunicazione) e di significati psichici, economici di status, relazionali, testuali, filosofici, politici, sessuali, culturali ed ovviamente, in sintesi, simbolici. Quindi, possiamo arguire che la società può assegnare compiti ed usi (in una accezione funzionale) o ascrivere, imputare gli stessi (in una accezione di analisi negativa al mezzo, alla tecnologia). Una tecnologia, in poche parole, non è né buona, né cattiva – dipenderà solo da quali funzioni d’uso si deciderà di assegnarle.

Quindi, ora, per progettare (se mai qualcuno volesse farlo) un nuovo paese, bisogna fare i conti con questi tre punti di vista diversi. Per capire chi siamo e cosa vogliamo costruire dobbiamo fare i conti con cosa ne pensiamo della tecnologia. Coerentemente. E se no … ritiriamoci a riflettere.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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