In Egitto i Fratelli Musulmani puntano alla maggioranza silenziosa

– Piazza Tahrir, il centro direzionale del Cairo, è gremita di manifestanti, accampati in modo permanente. Gli organizzatori delle proteste parlano di 1 milione di persone in strada. Fonti indipendenti dimezzano la stima, ma si tratta pur sempre di 400mila uomini e donne che protestano. Non una cosa da poco, insomma.

La repressione poliziesca è durissima: gas lacrimogeni, cariche e proiettili veri sparati ad altezza uomo. I morti sono più di 40. E la ribellione si estende: Alessandria e Suez sono in sommossa. I manifestanti chiedono la fine della “dittatura” ed elezioni democratiche il prima possibile. Dal governo arrivano promesse di un esecutivo di unità nazionale e tempi accelerati per le elezioni presidenziali, già previste per l’anno prossimo.
No, non stiamo parlando della storia della rivoluzione egiziana di febbraio, quella che si è conclusa con la cacciata del presidente/dittatore Mubarak. Stiamo parlando dell’Egitto di adesso. Degli ultimi quattro giorni, in particolare.

Perché, a meno di un anno dalla deposizione di Mubarak, ci ritroviamo punto e a capo? L’ex autocrate del Cairo è stato deposto da un colpo di Stato non dichiarato, per volontà di vertici militari nominati a suo tempo dallo stesso Mubarak. Ora sono questi uomini, ex fedelissimi del regime, che stanno guidando la transizione verso la democrazia. I nuovi esecutivi provvisori sono costituiti da civili, ma sono i generali, guidati dal feldmaresciallo Mohammed Hussein Tantawi, che hanno il potere reale. Sono organizzati in un organismo permanente, il Supremo Consiglio delle Forze Armate (Scaf è l’acronimo inglese) che detta i tempi della transizione e influenza tutte le principali scelte politiche del governo.

L’ordine viene mantenuto con gli stessi metodi violenti del passato. Sono ancora in vigore le leggi di emergenza del vecchio ordine e i militari hanno posto sotto processo nelle corti marziali circa 12mila civili accusati di sovversione. In occasione della protesta dei cristiani copti al Cairo, i militari hanno sparato sulla folla provocando 27 morti. Come ai tempi di Mubarak. Nelle carceri egiziane, secondo le accuse degli attivisti, viene ancora praticata la tortura. Come ai tempi di Mubarak.

Insomma, per gli egiziani nulla è veramente cambiato. E dunque è questo il motivo per cui i giovani che avevano fatto la rivoluzione del 25 gennaio, ora sono tornati in piazza di nuovo, rischiando la vita ancora una volta. La scintilla che ha scatenato l’incendio, questa volta, è stato l’annuncio (il 15 novembre) di un nuovo potere di veto dello Scaf sulle decisioni del costituendo Comitato Costituente, un organo parlamentare che dovrà lavorare alla riforma della costituzione. La paura, dunque, è che lo Scaf si ritagli un ruolo di supervisore, non eletto e non responsabile, anche nel futuro ordine democratico. Una sorta di dittatura nella democrazia.

Il gruppo giovanile “6 aprile”, protagonista dei moti contro Mubarak, è sceso ancora in piazza. Chiede le dimissioni dello Scaf, una tabella di marcia chiara per la transizione verso la democrazia e l’elezione del nuovo presidente entro e non oltre il prossimo aprile.
I militari dello Scaf hanno soddisfatto solo in parte queste richieste e solo dopo aver subito una forte pressione politica: per protestare contro i morti della repressione in piazza Tahrir e forzare una decisione, il governo civile ha rassegnato in blocco le dimissioni. Lo Scaf ha dunque promesso la formazione di un nuovo esecutivo di unità (“salvezza”) nazionale e fissato i tempi per le prossime presidenziali a un giorno (ancora da stabilire) di luglio 2012.

I gruppi del dissenso democratico non sono ancora soddisfatti e non lo saranno finché non saranno i militari stessi dello Scaf a rassegnare subito le dimissioni. A rispondere positivamente alle prime aperture dello Scaf sono stati invece i Fratelli Musulmani, che ieri hanno ritirato i loro attivisti da Piazza Tahrir. E qui si deve aprire un altro capitolo, perché questa ultima protesta di massa è stata scatenata inizialmente proprio dai Fratelli Musulmani lo scorso venerdì 18 novembre. Sono stati loro a scendere in piazza, dopo la preghiera del venerdì. E ora sono i primi a chiamarsi fuori. A cosa puntano i Fratelli Musulmani?

Il loro partito di riferimento, Libertà e Giustizia, mira a conquistare la maggioranza assoluta nel prossimo parlamento, nelle elezioni che si terranno lunedì 28 novembre. Le prime previsioni parlavano di un possibile 30% (maggioranza relativa, considerando la frammentazione delle forze laiche), ma la vittoria dell’islamico Ennahda nella laica Tunisia, induce esperti del Medio Oriente, come Barry Rubin, a prevedere per l’Egitto un trionfo ancor più chiaro.

I fondamentalisti islamici, in questi mesi post-dittatura, hanno svolto un’opera di costante predicazione e propaganda, anche con aiuti materiali di cibo, vestiti e medicine per gli egiziani più poveri, organizzando eventi elettorali e sportivi. L’annuncio di un potere di veto dello Scaf sul Comitato Costituente ha risvegliato nei Fratelli Musulmani brutti pensieri: la Turchia controllata dai militari e l’Algeria del golpe.

La Turchia, dagli anni ‘20 ai primi anni 2000, è sempre stata una democrazia protetta, in cui la laicità dello Stato era salvaguardata anche con la forza delle armi. Nella storia turca del secondo dopoguerra, i golpe sono stati almeno tre, se non contiamo le pressioni indirettamente esercitate da forze armate e magistratura. Solo con i governi dell’islamico Recep Tayyip Erdogan, dal 2002 ad oggi, la Turchia si sta liberando gradualmente dal controllo dei militari. E diventando, molto lentamente, sempre più islamica, anche se è ancora prevalentemente un Paese secolare.

I Fratelli Musulmani, che già pregustano una vittoria democratica, non vogliono attendere un secolo (come hanno dovuto fare i loro “fratelli” turchi) prima di conquistare il controllo del Paese. E lo scenario che temono ancora di più è quello algerino: un golpe che stroncò la vittoria alle urne del locale partito islamico. Questi sono i motivi della loro protesta iniziata venerdì scorso. Vogliono ridimensionare, preventivamente, il potere di controllo che avranno i militari egiziani. Ora però devono rientrare nei ranghi dopo le prime aperture dello Scaf. Se vogliono presentarsi alle urne come partito di maggioranza, in grado di formare un governo, devono prima di tutto rispettare l’ordine pubblico.

La maggioranza silenziosa del Paese, secondo il Al-Gomhoreya Institute for Security Studies egiziano, sostiene ancora il governo dei militari. Quindi i Fratelli Musulmani, pur avendo lanciato la sfida, devono comunque accontentarsi di queste prime concessioni. E continuare a preparare il terreno per la loro prossima, ormai quasi scontata, vittoria alle urne.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

One Response to “In Egitto i Fratelli Musulmani puntano alla maggioranza silenziosa”

  1. marco corazziari scrive:

    http://www.piuculture.it/2011/11/elezioni-in-egitto-audio-intervista-alla-freelance-azzurra-meringolo/

    pubblicizzo una ricostruzione audio sia delle dinamiche elettorali che del contesto sociale degli ultimi mesi. Audiointervista alla freelance a Il Cairo, Azzurra Meringolo

    Risale al 10 novembre, non di meno molti timori ed ipotesi di allora si sono mostrati tristemente corretti

    Grazie, Corazziari

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