Il nuovo governo Rajoy: maggioranza assoluta, scelte obbligate

– Due istantanee raccontano meglio di altre come, nonostante il terremoto politico che muterà la Spagna nei prossimi anni, alcune conquiste degli anni di Zapatero sono ormai state metabolizzate dalla società iberica.

Domenica 20 Novembre, ore 23: i Popolari hanno vinto con il margine più ampio nella storia della democrazia e governeranno fino al 2015 in maggioranza assoluta. Mariano Rajoy, Presidente eletto del Governo Spagnolo, si presenta sul balcone di Calle Gènova, sede del suo partito, per ringraziare i suoi sostenitori. Insieme a lui, quasi solo donne, tra l’altro in ruoli tutt’altro che ornamentali: la già capogruppo popolare al Congreso Soraya Saenz de Santamarìa, appena nominata capo del team che guiderà il passaggio dei poteri tra il governo in carica e quello che verrà; la numero 2 popolare e Presidente della Castiglia-La Mancha Dolores de Cospedal; la Presidente della Comunità di Madrid Esperanza Aguirre.

Per l’altra istantanea bisogna, invece, spostarsi fino a Barcellona, dove Carme Chacòn ammette la dura sconfitta del suo partito, quello socialista, in Catalogna, dove era capolista. La Chacòn, 40 anni, fu la protagonista di una foto che nel 2008 fece il giro del mondo: da Ministro della Difesa – quale ancora è, uscente – passò in rassegna, incinta, le truppe schierate dell’esercito in Afghanistan. E sempre lei, Carme Chacòn, contese fino all’ultimo la nomination socialista ad Alfredo Rubalcaba, l’ex Ministro degli Interni che ha guidato il suo partito alla peggiore sconfitta dal franchismo in poi. Fece poi un passo indietro volontario, non si sa quanto indotto.

La Spagna ha quindi deciso di cambiare e l’ha fatto nel modo più netto e inequivoco possibile: 16 punti percentuali, quasi 4 milioni di voti, hanno distanziato i popolari di Mariano Rajoy, di centrodestra, dai socialisti di Alfredo Rubalcaba, centrosinistra. Sedici punti che vogliono dire maggioranza assoluta: 186 seggi in un Congreso (quello della Spagna è un bicameralismo imperfetto, dove c’è un Senado che può avere anche maggioranza di segno opposto ma non può sfiduciare il Governo) che conta 350 scranni. Una rarità, in un Paese dov’è piuttosto comune governare in “minoranza”, grazie alle astensioni incrociate su singoli provvedimenti.

Nella società spagnola è opinione comune, a destra come a sinistra, che queste elezioni più che stravinte dai popolari siano state straperse dai socialisti: è vero, le radici infette che hanno dato una specificità tutta spagnola al dramma della crisi economica mondiale (il crollo della bolla immobiliare) affondano nella disinvolta gestione degli anni di Aznar. Ma è anche vero che il governo di Zapatero è stato negli ultimi tre anni travolto dalla crisi senza essere riuscito a dare un cambio di marcia sostanziale, fino ad arrivare all’attuale quadro “monstre”: cinque milioni di disoccupati, più del 20% dell’intera forza lavoro, con punte di più del 40% tra i giovani.

Con numeri così, Rubalcaba, che da Ministro degli Interni ha condiviso tutti i passaggi fondamentali del Governo di questi anni, puntava più a una sconfitta onorevole che a una vittoria. Lo si è visto in campagna elettorale, dove Rajoy parlava già da primo ministro e Rubalcaba da capo dell’opposizione, in un clima surreale, come se il voto in realtà, più che una sfida aperta, fosse la certificazione notarile di un fallimento, quello degli ultimi anni di governo socialista. Ciò che in effetti poi è stato.

Mariano Rajoy, il Presidente eletto che prenderà ufficialmente possesso della carica tra un mese, guiderà un esecutivo su cui ancora si sa molto poco. Giorni prima delle elezioni si era detto che avrebbe affidato l’Economia a un tecnico di spessore, riconosciuto a livello internazionale. Voce che non ha avuto nessuna conferma da parte dello stesso Rajoy che anche dopo la vittoria, come suo solito, si è mantenuto piuttosto cauto e misurato. Il suo “victory speech” di domenica notte è sembrato più quello del capo di un governo di unità nazionale che quello di un primo ministro eletto con una maggioranza schiacciante. Ha subito detto, frase forse fatta ma dall’indubbio significato simbolico, soprattutto in tempi di emergenza come questi, che sarà il Presidente di tutti e che governerà senza alcun settarismo. Se poi alle parole seguiranno i fatti, chiaramente, è da vedere.

Certo è che, come hanno detto alcuni commentatori, Mariano Rajoy sarà il presidente dei paradossi: mai nessun capo del governo nella storia della democrazia spagnola ha avuto tanto potere – i popolari guidano anche la stragrande maggioranza delle Comunità Autonome e dei grandi comuni – ma mai nessun primo ministro ha avuto un sentiero così stretto nell’azione di governo, considerate le scelte obbligate in campo economico, in parte già fatte da Zapatero, che l’Europa impone, pena il default.

Rajoy dovrà dimostrare soprattutto di essere un leader, in un partito, questo sì, a vocazione maggioritaria, che da solo ha raccolto il 44% dei consensi. Un partito che, più di quanto facciano nel loro campo i socialisti (i quali stanno per la gran maggioranza su posizioni di sinistra moderata, lasciando la parte massimalista e antisistema a Izquierda Unida, che non a caso a queste elezioni ha fatto il botto), racchiude in sé tutte le componenti della destra spagnola: dai tecnocrati liberisti ai centristi passando per posizioni più spiccatamente di cattolicesimo conservatore e di destra più spinta. A unire la varie anime, tra le altre cose, soprattutto la visione di una Spagna vista molto più da Madrid che dalle autonomie locali, molto più centralista che federalista.

E’ ancora presto per dire come sarà la Spagna di Rajoy, e se questa Spagna si discosterà molto da quella di Zapatero, il cui effetto sulla società iberica, soprattutto tra il 2004 e il 2008, è stato dirompente e clamoroso. La nostra speranza è che le cose cambino per quanto riguarda l’occupazione e la crescita economica ma che Rajoy capisca che tutte le conquiste sociali di questi anni non andrebbero messe in discussione proprio perché, anche in un Paese tutto sommato conservatore e tradizionalista come la Spagna, sono state ampiamente comprese e accettate. Si può anche togliere, ad esempio, come ha detto in campagna elettorale Rajoy, il nome di “matrimonio” alle unioni civili tra persone dello stesso sesso: l’importante è che la sostanza – che gli effetti civili delle unioni tra persone omosessuali sono identici a quelli delle persone eterosessuali – non cambi. Così come è importante che il ruolo dato da Zapatero alle donne nella vita pubblica e sociale del Paese non subisca una battuta d’arresto – ma le prime indiscrezioni, che parlano di un possibile vicepremier donna (Soraya Saenz de Santamarìa) per Rajoy, fanno se non altro ben sperare.

Alcune notazioni infine, sul grado di maturità della democrazia spagnola. A parte la campagna elettorale, che è stata molto civile, quando non anche noiosa, per un italiano abituato dai politici agli show pirotecnici più che alle argomentazioni dotte, il post elezioni è stato quanto di più civile ci si possa immaginare, in un Paese che in teoria dovrebbe essere meno abituato di noi alle consuetudini democratiche, se non altro per motivi “anagrafici” (loro sono usciti dalla dittatura 30 anni dopo di noi): un paio d’ore dopo la chiusura dei seggi c’era già un vincitore netto; dopo averlo fatto di persona, lo sconfitto si è mostrato subito davanti alle telecamere per complimentarsi con il vincitore e per lanciare l’idea di un’opposizione intransigente ma costruttiva e responsabile; il giorno dopo il voto i giornali mostravano i dati quasi definitivi delle elezioni con numero di voti per circoscrizione e nomi degli eletti.

E in tutto questo le città, parliamo di Barcellona per esperienza diretta, ma crediamo sia stato così in tutta la Spagna, si sono risvegliate per un normale – e grigio, data la stagione – lunedì di lavoro, in un Paese che di sicuro cambierà, com’è normale e naturale che sia dopo un voto che ha dato questi risultati. Un Paese che sa, però, che le elezioni non sono il giorno del giudizio ma l’esercizio di un normale e naturale diritto di cittadinanza: la scelta tra due o più opzioni politiche differenti ma che su alcuni aspetti, quelli fondamentali, sanno che non ci sono e non ci possono essere distinzioni tra destra e sinistra, conservatori e progressisti, liberali e socialisti. Ti dice niente, Italia?


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

2 Responses to “Il nuovo governo Rajoy: maggioranza assoluta, scelte obbligate”

  1. Killy77 scrive:

    Bell’articolo davvero. Io vivo in Spagna da quasi 4 anni e ho grande fiducia in questo paese.

  2. Simone Callisto Manca scrive:

    Grazie Killy. Io vivo qui da due anni e mezzo, non consecutivi, e anche io ho molta fiducia in questo Paese: soprattutto perché in media la classe politica e la società mi sembra molto seria, sobria e consapevole del momento storico che stiamo vivendo. Questo, a prescindere del colore politico del nuovo governo. Credo infatti che governo e opposizione avranno lo stesso obbiettivo, anche se con soluzioni diverse: sconfiggere la crisi. Forse il rammarico è che questi ultimi due anni siano un po’ andati persi, anche per l’ostruzionismo dei popolari. Ma quello ormai è il passato e bisogna concentrarsi sul futuro.

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