Fiat continua a strappare in attesa di qualcuno che cucia il diritto del lavoro

di LUCIO SCUDIERO – Tira aria di deja vù ai cancelli degli stabilimenti Fiat. La decisione annunciata ieri da Marchionne di disdettare i contratti nazionali a partire dal 2012 è quasi una non notizia. D’altronde se la regolarità temporale di certi passaggi avesse un senso, si potrebbe azzardare che a partire dalla fine del 2010, con l’apertura del dossier Pomigliano, con replica a Mirafiori, seguito dall’uscita del Lingotto da Confindustria, l’amministratore delegato abbia premeditato “l’escalation” che si concluderà il 31 dicembre di quest’anno.

Fiat, che al momento è la “maggiore delle multinazionali estere stabilite in Italia”, applicherà un accordo di gruppo ai circa ottantaseimila dipendenti italiani (inclusi quelli del ramo Industrial), sulla base del modello Pomigliano. In soldoni, potrebbe voler dire questo: riduzione della pausa da 40 a 30 minuti, clausola di tregua che vincolerà i sindacati a non scioperare contro gli accordi sottoscritti, nuovo regime di turnazione e disciplina dei picchi di assenteismo. Del che non ci si dovrebbe preoccupare soverchiamente, in considerazione del fatto che la scommessa di produttività lanciata un anno fa nello stabilimento napoletano avrà come conseguenza la produzione di 203.000 veicoli nel 2012, a fronte dei 20.000 di quest’anno, e in uno scenario che vedrà il gruppo torinese ridurre la produzione di veicoli in Europa di 300.000 unità. Viva “Pomigliano”, dunque?

Certamente si, sul piano di diritto sostanziale e del rilancio industriale. E tuttavia pare chiaro a chiunque che oggi la contesa si è spostata dal recupero di produttività  al piano delle relazioni industriali italiane, che il Lingotto manifestamente continua ad aborrire e a picconare nell’essenza. Fuori da Confindustria, dunque fuori dall’accordo interconfederale del 28 giugno scorso, Marchionne sta uscendo dalle centrali di negoziazione del lavoro italiano attraverso il varco aperto dall’articolo 8 del decreto legge 138/2011 (cd. manovra di agosto),e prefigura una vacatio normativa che intende utilizzare come arma per ridurre a miti consigli i sindacati riottosi in sede contrattuale.

E’ la coda di quella strategia politica, pavida e divisiva, attraverso cui il precedente ministro del Lavoro usava sciogliere i nodi delle relazioni industriali del Paese: delegando gli strappi di sistema all’ardore pionieristico di Marchionne e agli irrigidimenti retrivi della Fiom.

E’ troppo facile scegliere, per quanto mi riguarda, quali fossero i buoni e quali i cattivi nella storia di quest’ultimo anno di relazioni industriali vissute pericolosamente. Ma sarebbe pure troppo comodo.

Checché se ne pensi nel merito della sua piattaforma, non è sostenibile sulla lunga distanza l’estromissione dalle relazioni aziendali di quello che è comunque il sindacato più rappresentativo delle tute blu, cioè la Fiom, così come non era sostenibile l’esposizione della Fiat (e di ogni altra azienda del Paese) al ricatto di qualsivoglia minoranza di blocco perfino sugli accordi da essa sottoscritti.

Ma è pure evidente che un Paese affannosamente in cerca di rilancio non può consegnarsi a quella sorta di paradigma rieducativo che sono diventati gli strappi di Marchionne. Il tiro, forse, va spostato dalle relazioni industriali al loro sottostante, cioè il diritto del lavoro, la cui iniquità e inadeguatezza è fonte di sfiducia tra le parti e causa di frizioni.La Fiat ha ormai la forza e il metodo per imporre le relazioni lavorative e sindacali che le servono, nel modo in cui le servono. Ma questa non è un’opzione data a chi guardasse all’Italia come un luogo in cui investire. E perdersi investimenti dall’estero – ammesso che ve ne siano – non è un’opzione data a un Paese con l’elettroencefalogramma piatto. In questo senso andava la semplificazione rigorosa proposta da Pietro Ichino. In questo senso speriamo stia andando il silenzio, non casuale, del neoministro Elsa Fornero.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

2 Responses to “Fiat continua a strappare in attesa di qualcuno che cucia il diritto del lavoro”

  1. luigi zoppoli scrive:

    dettto che FIAT è una multinazionale italiana con sede in ITalia, non capsico cosa si intenda per strappi. Enfatizzare la riduzione della pausa mi pare un tantino fuor di luogo tenuto conto che l’ scopo è la governabilità degli impianti sempre imasta una mera eventualità. Se chi di competenza non predispone cornici normative cosa deve fare un’impresa? Quali alternative?

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