Coraggio, italiani: meno perfezionismo, più globalizzazione

– La perfezione e’ come l’orizzonte , svanisce ogniqualvolta ci si illude di raggiungerla.
Si discute animatamente sulla rete, nelle piazze, sui media sulle forme di governo migliori, su come ben rappresentare la volontà della popolazione, come se una magica formula di ingegneria politico-istituzionale fosse in grado di per sé di tirarci fuori dall’attuale stato di profonda crisi.
Si vorrebbe come per incanto assoggettare tutti i mercati ad un unico potere sovranazionale delle masse. Appiattire il peso politico degli stati a livello internazionale, senza tener conto della loro effettiva potenza economico-strategica.
Il conformismo impera nelle menti di chi continua a ragionare per stereotipi novecenteschi, di chi si aggrappa alla diga dello statalismo autarchico e non si rende conto che l’acqua sta tracimando a valle oltre la montagna.
E’ ora, liberalmente e liberisticamente, di lanciare una profonda azione di trasparenza, di collegamento con la vita reale stracciando i veli ipocriti dei formalismi statuali, astrattamente perfetti.
E’ ora di ricordare che per secoli Roma ha governato gran parte del mondo allora conosciuto con una organizzazione, l’Impero, che tutto era tranne una forma di governo ben definita. Il suo punto di forza centrale, magistralmente ideato da Augusto, consisteva proprio nell’ambiguità tra forma repubblicana e monarchica dello stato.

E’ ora di rivelare che gran parte della forza della Cina deriva dalla profonda discrasia in atto tra un potere centrale estremamente burocratico, con vecchi rituali novecenteschi, e la libertà di fatto che hanno saputo ritagliarsi i vari governatori locali, messi in competizione gli uni contro gli altri per attrarre più investimenti diretti possibili sui territori di loro competenza. Libertà d’applicazione, ammorbidita delle leggi nazionali, che ha permesso l’impetuosa crescita di vaste aree di quella immensa nazione.

Come Italiani dobbiamo superare il complesso di inferiorità del provvisorio, dell’indefinito, del cd lavoro precario, rispetto ad un utopistico “definito” e al lavoro fisso per tutti.
Perfino il nostro Inno Nazionale è provvisorio, eppure nei momenti gravi o felici per la nazione ci commuoviamo a sentirne le strofe e non ci interessa cambiarlo.

E’ vero che un prodotto fatto a mano, con tutte le imperfezioni tipiche dei prodotti artigianali, avrà sempre un intrinseco valore superiore rispetto a quello sfornato in serie da una macchina, ma resterà lì confinato nel ristretto luogo di produzione. Alla mercé di chi ne carpirà il disegno o la ricetta e ne farà un prodotto industriale distribuito globalmente.
E’ ora di accettare un piccolo compromesso con la realtà del mondo globalizzato. La Coca Cola attuale non credo abbia lo stesso gusto dell’antica ricetta del mitico farmacista che ne ha inventato la prima formula, ma in compenso, con una piccola rinuncia al purismo originale, ha conquistato il mondo. Il cous cous liofilizzato magari non ha lo stesso sapore di quello che si può assaporare nei villaggi del deserto sahariano, ma sta conquistando anche il mercato italiano dopo aver sfondato in quello francese. La feta greca ancora sarebbe stata negletta dai nostri supermercati se non fosse stato per l’intraprendenza degli olandesi, che l’hanno saputa ben confezionare con un packaging innovativo.

Sono passati secoli ormai dall’invenzione di sistemi di inscatolamento del cibo, molti decenni dalla introduzione di tecniche di surgelazione e di liofilizzazione, nel frattempo numerosi altri metodi sono stati inventati e noi siamo rimasti indietro rispetto ad altre nazioni. E questo non certo per mancanza di capacità tecniche o per mancanza di materiale da conservare e confezionare, ma sostanzialmente per vincoli di natura sentimentale-culturale: l’irrazionale timore di perdere la nostra identità, notevolmente legata alle tradizioni culinarie e gastronomiche locali, inserendole in un contesto di mercato globale.

Quanti decenni lontano dalla mia terra di origine ho dovuto aspettare prima di poter acquistare in un supermercato romano una farinata surgelata, pronta dopo pochi minuti al forno! Che cosa mi interessa se nella scritta di presentazione del prodotto c’è scritto a La Spezia…e non semplicemente a Spezia come dicono gli spezzini? Quanti tentativi, quanto perseveranza ha dovuto avere l’imprenditore dell’entroterra spezzino che ha avuto il coraggio di lanciare il prodotto e commercializzarlo nei supermercati, rischiando la scomunica da parte di qualche purista della cucina tradizionale ligure!

Ma nei nostri limiti, nella nostra imperfezione, nei nostri difetti troveremo la forza per risollevarci.
A volte penso che molti di noi ragionano come gli antichi Ateniesi quando hanno ripreso possesso della loro città caduta in mano agli stranieri, hanno distrutto templi ed altri edifici meravigliosi solo perché erano stati resi impuri dalla presenza al loro interno degli invasori. Non andiamo alla ricerca della perfezione assoluta, non scoraggiamoci se altre economie stanno superandoci, non trasformiamo i – pur necessari – controlli sulla sicurezza alimentare in editti sulla purezza alimentare di lontana origine germanica. Non gridiamo scandalizzati all’invasione di prodotti cinesi con alcune imperfezioni di fabbricazione.

Ricordiamoci che, se non fosse stato per il fatto che anche loro dovevano pur vivere del loro lavoro, ben pochi artisti e letterati ci avrebbero lasciato le loro opere immortali: le avrebbero sicuramente distrutte perché non soddisfacevano completamente il loro senso estetico o letterario.
Un conto è la ricerca continua della maggiore qualità e miglioramento della tecnica, un altro è la ricerca spasmodica della perfezione assoluta, neppure agli artisti è concesso raggiungerla, secondo la loro sensibilità, perché dovrebbe essere concesso a tutti noi? Diffidate di chi vi illude del contrario.
La globalizzazione non distrugge le nostre tradizioni, le trasporta con noi in giro per il mondo.


Autore: Giovanni Papperini

Giovanni Papperini. Laureato in legge, libero professionista, 57 anni, esperto di corporate immigration e relocation, vive e lavora nel quartiere “Talenti” a Roma e, come titolare dello Studio Papperini Relocation ( www.studiopapperini.com ) e Presidente del Ciiaq ( info@ciiaq.org - Comitato italiano immigrazione altamente qualificata), si occupa di attrarre talenti da ogni parte del mondo in Italia, aiutandoli a superare gli ostacoli della burocrazia e ad integrarsi nella realtà del Paese.  Ha “attratto” dall’Austria anche la moglie, con cui ha avuto due gemelli.

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