Biotecnologie e crisi alimentari: come l’Europa ricatta l’Africa

Gilbert Arap Bor coltiva mais e alleva vacche da latte in Kenya, nella sua piccola fattoria di 25 acri a Kaperset, nella Rift Valley settentrionale, ed è al tempo stesso docente alla vicina Università di Eldoret, dove ha istituito un centro di studi sulla sicurezza alimentare. Alcuni giorni fa ha raccontato al Wall Street Journal il suo punto di vista a proposito delle opportunità di sviluppo del continente africano:

Il resto del mondo potrebbe rendere più facile per gli agricoltori africani l’accesso al loro mercato e collegare i loro prodotti al commercio globale. Fino a quando questi cambiamenti non avverranno, l’Africa resterà indietro. Molti agricoltori rimangono legati a forme primitive di agricoltura che erano appena sufficienti nel ventesimo secolo, per non parlare del ventunesimo.

Ma molti di loro non hanno scelta. Purtroppo i loro governi attualmente seguono il cattivo l’esempio dei paesi europei che si rifiutano di accettare le biotecnologie, comprese le colture geneticamente modificate. Questa posizione è stata riccamente foraggiata per più di due decenni da attivisti e lobbisti, che si oppongono all’agricoltura moderna basandosi sulla premessa errata che un seme di pomodoro modificato per essere più resistente ai parassiti o un seme di mais modificato per produrre più raccolto renda il pomodoro o il mais pericolosi per la salute umana.

Il risultato è che i miliardi in aiuti che l’Europa manda in Africa ogni anno non fanno nulla per incoraggiare l’uso delle tecnologie agricole, e spesso finiscono per scoraggiarlo o prevenirlo. L’africa, i suoi agricoltori e i loro potenziali clienti sono tenuti in ostaggio da analfabeti scientifici i cui lavori ben pagati contribuiscono ad alimentare la diffidenza verso le biotecnologie.

Il governo kenyano, anche a causa delle recenti ondate di profughi provenienti dalle regioni del Corno d’Africa colpite dalla carestia, ha deciso di fare dell’incremento della produttività agricola una priorità, aprendo alla coltivazione di varietà geneticamente modificate. Non è stata una scelta facile: molte ONG hanno condannato duramente la scelta (Olivia Langhoff, direttrice di Greenpeace Africa Campaign, sosteneva, sprezzante del ridicolo, che il governo avrebbe dovuto piuttosto investire in agricoltura biologica), mentre i ministri si vedevano costretti a mangiare in pubblico prodotti geneticamente modificati per sfatare le leggende che gli attivisti spargevano a destra e a manca.

Nel 1970 l’Africa era un esportatore netto di cibo. In vent’anni la situazione si è drammaticamente capovolta, mentre le crisi alimentari si sono fatte sempre più violente. Anche in epoche di grandi incrementi di produttività a livello globale, la produzione agricola africana non è riuscita a tenere il passo con l’aumento della popolazione. La produttività media di un ettaro di mais in Africa è rimasta ferma a 2 tonnellate per ettaro, mentre nei paesi occidentali si arriva a produrne 10. La produzione giornaliera di latte per capo di bestiame in Africa è meno di un quarto della media globale. Difficile immaginare un futuro che non passi necessariamente dallo sviluppo delle tecnologie e dall’apertura al mercato.

L’atto di accusa di Gilbert Arap Bor non è infondato. Nel 2003, in piena carestia, il governo dello Zambia ha dovuto rinunciare ad aprirsi alle colture biotech a causa della minaccia dell’UE di chiudere le frontiere ai prodotti Zambiani. In una recente conferenza in Inghilterra, il dottor Felix M‘mboyi del Forum Africano delle Biotecnologie non ha usato mezzi termini:

“Il ricco Occidente può permettersi il lusso di scegliere il tipo di tecnologia da utilizzare per migliorare le colture alimentari, mentre la sua influenza sta impedendo a molti, nei paesi in via di sviluppo, l’accesso alle tecnologie che potrebbero portare ad un’offerta più abbondante di cibo. E’ un tipo di ipocrisia e di arroganza che ci viene impartito con il lusso dello stomaco pieno”


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

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