di PIERCAMILLO FALASCA – Aumentare l’IVA di uno o due punti percentuali per ridurre contestualmente l’IRPEF? E’ una proposta oggetto di discussione da diversi mesi, ora all’attenzione del nuovo governo Monti. Lo scambio tra una maggiore tassazione del consumo e una detassazione del lavoro avrebbe più di un pregio. Di fatto, redistribuirebbe il carico fiscale tra produzione nazionale e produzione estera, perchè il maggior carico fiscale sul consumo graverebbe sia sui beni e servizi prodotti in Italia che su quelli realizzati oltre confine, mentre la riduzione dell’IRPEF avvantaggerebbe solo i percettori di reddito residenti in Italia. E’ promuovendo il lavoro, più che il consumo, che un’economia stagnante può ritrovare vitalità.

Secondo le stime che circolano, aumentare l’aliquota ordinaria IVA dal 21 al 22 per cento farebbe ricavare circa 4,2 miliardi di euro, arrivare al 23 per cento circa 8 miliardi. Con tali risorse si può pensare di abbattere contestualmente la prima aliquota IRPEF (o in alternativa ampliare le forme di deduzione e detrazione fiscale a vantaggio dei lavoratori a minor reddito) e rafforzare gli strumenti di sostegno al reddito dei poveri assoluti. Vi sono due principali obiezioni a un provvedimento del genere: una di natura più “sociale” e l’altra più “liberale”, per forzare i termini.

La prima riguarda la supposta regressività dell’imposta sul valore aggiunto: siccome una porzione consistente del reddito dei meno abbienti è assorbito dal consumo, un aumento della tassazione li danneggerebbe più di quanto accada con i più benestanti, mentre l’abbattimento dell’Irpef avvantaggerebbe i lavoratori ma non gli inoccupati, le famiglie con un solo percettore di reddito, i pensionati. La questione è in realtà più complessa e l’obiezione può essere contro-obiettata. In tutta Europa l’IVA non ha una sola aliquota, nel sistema fiscale italiano  ne ha quattro: l’ordinaria del 21 per cento, quelle agevolate del 10 e del 4 e quella dello 0 per cento. I generi di prima necessità, oltre a diversi beni e servizi considerati di particolare rilevanza sociale, sono tassati con le aliquote più basse: la spesa del supermercato, per intenderci, è in prevalenza tassata al 4 per cento. E considerato che il maggior peso del consumo sui portafogli dei meno abbienti è dovuto in buona parte proprio ai beni di prima necessità, secondo l’Institute for Fiscal Studies britannico l’aumento dell’aliquota IVA ordinaria non avrebbe necessariamente effetti regressivi (per chi ne avesse voglia, nello studio dell’IFS vi sono anche altre considerazioni a supporto della non-regressività, basate su un’analisi intertemporale). Insieme al taglio dell’aliquota IRPEF sul primo scaglione di reddito e magari utilizzando parte del maggior gettito per sostenere il reddito dei veri poveri, il ridisegno potrebbe addirittura risultare più progressivo.

La seconda obiezione riguarda la “credibilità” dello scambio IVA-IRPEF. Nel corso degli ultimi decenni della storia europea, abbiamo assistitito ad un inesorabile aumento delle aliquote ordinarie IVA, con una significativa accelerazione nel corso dell’annus horribilis 2011. Se dagli anni Ottanta in poi abbiamo contestualmente assistito ad una riduzione delle aliquote delle imposte sul reddito personale, questo non è avvenuto come contropartita dell’incremento dell’IVA, quanto in conseguenza della fortissima competizione fiscale globale. La strardinaria efficienza dell’IVA – capace di generare un gettito enorme ed immediato con il ritocco verso l’alto di un solo numerino – è stata sfruttata nei decenni che abbiamo alle spalle per ampliare a dismisura la spesa pubblica. Già a giugno nel nostro paese si dibatteva dello scambio famigerato, salvo poi ritrovarsi solo l’aumento dell’IVA. Questa volta sarà diverso? E’ solo una speranza per ora, che fa leva esclusivamente sulla cospicua dose di affidabilità di cui Mario Monti dispone.

Per concludere, uno scambio IVA-IRPEF rappresenterebbe una misura coraggiosa e strategica, parte di un più profondo investimento politico nella capacità dell’Italia di accrescere la sua produttività ed ampliare la forza lavoro. Ha da essere davvero uno scambio, però.