Berlusconi e Napolitano, il diverso racconto della stessa crisi politica

– 13 novembre. Due personaggi. Due psicologie. Due  testi.  Due temi. Il 13 novembre  la comunicazione politica si raccorda al concetto di discorso alla Nazione. Silvio Berlusconi con il suo videomessaggio televisivo, e Giorgio Napolitano  con le  dichiarazioni dopo l’ affidamento dell’ incarico  a Monti – riprese dalle telecamere ed immediatamente diffuse on line e in tv –  sono due momenti testuali fondamentali per comprendere lo scenario politico simbolico del nostro paese.

a) Berlusconi

Berlusconi si pone davanti alle telecamere come quintessenza della comunicazione sovrastrutturata, puro artificio tecnico, dove forma e contenuto sono un tutt’uno. Da subito risalta agli occhi che nonostante le dimissioni, avvenute ed effettive, il videomessaggio alla Nazione ha come scenografia il palco ufficiale del Consiglio dei Ministri, con tanto di scritta, con alle spalle il quadro che fa da scenario a tutte le comunicazioni ufficiali della presidenza. Berlusconi non è più presidente, ma comunica al paese da presidente “teorico”. Il primo sottotesto è chiaro. Non è più “burocraticamente” presidente, ma continua ad esserlo in base al principio di “volontà degli italiani” che più volte cita ed  ha citato. Berlusconi, nella sua mente e nella sua propaganda, rimane, metafisicamente, il nostro presidente. Berlusconi non legge su fogli il suo discorso, e neanche lo improvvisa. Fa finta di improvvisarlo ma lo legge sul “gobbo” elettronico che si trova in prossimità dell’obbiettivo della telecamera. I suoi gesti sono misuratissimi, compassati, ritmici. Sono i classici gesti impostati da un esperto di comunicazione non verbale. Quando dice “lavorare tutti insieme per il bene del paese, noi l’abbiamo fatto” … su “noi” allarga le braccia ad implicare la comunità dei votanti. Quando dice “la cosiddetta legge di stabilità l’abbiamo votata con i nostri voti” … su “nostri” si tocca ad altezza stomaco/polmoni. E’ un gesto che subconsciamente racconta il concetto di corpo reale, ossia, “sacrificio personale”.

La regia televisiva del discorso è prederminata. Tre sole inquadrature, nell’ordine: largo – stretto – largo, ossia i tre tempi, canonici e perfetti (aristotelici), di una drammaturgia. Quando dice “subito dopo l’approvazione della legge ho rassegnato le dimissioni da presidente del consiglio” … su “ho rassegnato” l’inquadratura passa da larga (fino a quel momento si è parlato di Italia, di nazione, di comunità) a stretta, su di Berlusconi; da questo momento si parla di Lui, del suo tema (conflitto, sacrificio) interiore, qui deve scattare l’identificazione del pubblico televisivo con il tema dell’uomo (il capo). Nel tema dell’uomo (in narrazione ed in propaganda) c’è sempre la verità, quella alla quale aderisce il pubblico.

Nel discorso vi sono varie ricorrenze linguistiche, la più suggestiva è “maggioranza” parola che viene ripetuta più volte e ad intervalli regolari. Poi troviamo un canone del testo mitico e/o profetico  (ad esempio la Bibbia, o i discorsi di Martin Luther King, o certi di Obama, o le parole del capitano Akab di Melville) e del testo rituale religioso (messa). E’ un canone incentrato sulla iterazione. Come “Il Credo”. Berlusconi, a proposito delle dimissioni, dice “ L’ HO FATTO per senso di responsabilità. L’ HO FATTO per evitare un nuovo attacco speculativo all’Italia. L’HO FATTO senza essere mai stato sfiduciato”. Il tema inconscio, nel rapporto col pubblico, di questa successione (fatta di ripetizioni) non è né la responsabilità, né la speculazione, né la fiducia, ma, bensì, “io” (il leader) e “il fare” (costruitre). La ripetizione determina la memorizzazione subconscia del concetto da parte del pubblico. Queste parole poi rimarranno lì, sub limen,  nella sua enciclopedia mentale.

E’ un discorso studiato con perizia, a tavolino, e pensato per avere retroazioni determinate da parte del pubblico. Il tema di questo discorso è la comunicazione “permutante” e cioè “trasformativa” a livello di psicologia di massa.

In tutto il discorso, però, ci sono due intoppi. Quando Belusconi dice “dobbiamo far fronte ad una crisi che non è nata in Italia, che non è nata sul nostro debito” … su “nostro debito” incespica, si ferma, dice “eh” e riparte. Per la psicologia del testo questo “incappare” in una parola, ha un solo significato … menzogna. La comunicazione non verbale è un problema con le corna, i toni e le modalità di un discorso spesso entrano in conflitto con le parole, e le demistificano. Questo errore Berlusconi lo ripete, ma in termini inversi. Quando spiega che la crisi italiana, a suo parere, è il frutto di una crisi europea dell’inadeguatezza funzionale della BCE (lo dice in circa 40 secondi) per la prima volta in tutto il discorso … corre … va di fretta … non scandisce … ergo: non ci crede. Arrischia un concetto al quale non crede  tanto che una parola “banca prestatrice di ultima …? …” è (unica nel videomessaggio) indistinguibile.

Berlusconi si compie in una strutturatissima liturgia televisiva. Termina con “viva l’Italia, viva la libertà” (ed un utente di you tube scrive” mi aspettavo dicesse viva la fica”). Ma attenzione. La lettura non deve essere, come molti hanno scritto, quella di un Berlusconi conciliatorio nei modi, nei termini e, quasi, persino nelle analisi (quando dice “triste vedere che un gesto generoso sia stato accolto con gesti e insulti” lo fa con compassatezza, senza alcun livore), ma tutt’altro. Berlusconi è aggressivissimo. Nel senso che, prima di tutti gli altri, ha già cambiato registro. Non è stato lì a perder tempo, a recriminare, ma si è già riformulato, ha gia definito una nuova personaggizzazione del sé, un nuovo carattere narrativo, quello che adopererà in campagna elettorale. Non sarà più il Berlusconi “cattivo” con gli avversari, sarà un Berlusconi “padre della Patria” che parlerà a nome e in nome dei suoi valori, e degli italiani, a prescindere dagli antivalori degli avversari. La contrapposizione ai “comunisti” ai “complottisti” ai “disfattisti” appartiene al Berlusconi 1 e probabilmente non sarà più riproposta. E’ come  una serie televisiva che ha dato tutto ciò che poteva dare ed è giunta a chiari segni di sclerotizzazione. Ora bisogna modificare il format narrativo, per creare discontinuità nella continuità, per riconquistare il pubblico e coniugarne di ulteriore.  Il Berlusconi 2 comunicherà dall’alto della sua “certezza” dell’esser nel giusto. Padre di famiglia, del paese moderato. I figli cattivi non li picchierà, ma li guarderà attonito, alzando il volto al cielo, indicandogli la retta via. Avrà nuovi predicati psicologici. Ecco il punto di svolta. Questo videomessaggio non è lultimo messaggio di Berlusconi, … ma  è il primo messaggio della campagna elettorale del nuovo Berlusconi comunicazionale.

b) Napolitano

Il Presidente Napolitano si presenta davanti ai giornalisti ed alle telecamere da politico “moderno” (cioè non contemporaneo). Il presidente non è “televisivo”. Entra in scena velocemente, legge, con ritmo, un discorso scritto. Non concede alcuna sottolineatura emotiva.  La sua gestualità né enfatizza, né lenisce, né didascalizza i concetti del suo discorso. Legge tutto d’un fiato … è una cosa che va fatta. E’ di cattivo umore e lo fa capire a tutti (non demistifica) nel tono con il quale risponde alla domanda di un giornalista che gli chiede numi sui tempi per la definizione del governo. Napolitano si raccorda al suo tema. Egli non è un prodotto del presente politico, non ha nulla a che fare con la politica televisiva e con sue drammaturgie. Il tema di Napolitano è il venire da lontano. Incarna la continuità politica delle istituzioni. Si è formato quando la televisione non produceva linguaggi politici, ma si limitava ad “ospitare” i linguaggi della politica. Napolitano davanti alle telecamere fa comunicazioni, non “interpreta” un personaggio. E’, come è stato giustamente notato, l’archetipo del preesistente. Il vecchio saggio come espressione della storia e della continuità che esiste a prescindere dalle logiche del presente.  E’ un archetipo che è metafora di ciò che non può essere corroso da alcuna crisi presente, cioè, la storia del presente. La presidenza della Repubblica in Italia è un simbolo meta  monarchico, e Napolitano si compie perfettamente nel ruolo mediatico di colui che deve incarnare non un carattere proprio, come hanno fatto altri presidenti, ma un concetto/valore. Il vecchio saggio che incarna un concetto/valore (grande Padre, sacerdote, “mago” ecc.) è, antropologicamente, da sempre la figura simbolica intorno alla quale si raccorda una società, una comunità, in crisi. E’ al 90% di consenso.

Poi c’è Monti.

Anche Mario Monti va innanzi alle telecamere il 13 novembre,  racconta le sue ragioni relative all’accettazione dell’ incarico. Non è un uomo avvezzo alle telecamere. Un po’ legge, un po’ improvvisa. Incespica nella sintassi. E’ emozionato. Austero. Ma anche conviviale.  Accelera e rallenta. La sua comunicazione non verbale non manifesta né “certezze” né “insicurezze”. Non sembra un politico, né moderno né contemporaneo.

Ah … già … non lo è.

 


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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