Un pilota per l’Europa / 1

– Il principale problema sui tavoli di Francoforte e Bruxelles sembra la Grecia, che invece è stata il detonatore – non la causa primaria – dell’attuale crisi politica e “di ruolo” delle istituzioni europee.
La crisi del continente è doppia: nazionale e europea. Richiede quindi due livelli di fronteggiamento e, se possibile, soluzione. Al livello degli stati-membri in difficoltà, a cominciare dalla Grecia, si tratta di mettere in cantiere delle riforme profonde e fare il possibile per garantire la propria solvibilità. Contrariamente a ciò che spesso si sente, non credo che si tratti del livello di intervento più difficile. Può riuscire o parzialmente fallire, ma la Grecia (e l’Italia) se farà le riforme che sono necessarie, darà un buon contributo a se stessa e all’Europa. Invece è proprio sul piano europeo che le difficoltà si fanno più gravi.

Per una ragione in particolare: qualunque politica UE efficiente implica l’abbandono della visione intergovernativa della costruzione europea nella versione parossistica che oggi è incarnata da un Consiglio D’Europa onnipotente e onnipresente.
Contrariamente ad un’idea largamente diffusa (1), questa deriva istituzionale e politica è stata promossa e voluta non da uno (la Gran Bretagna), ma da due Paesi (la Gran Bretagna e la Francia). E paradossalmente il caso del Regno Unito è il meno problematico, anche dopo l’introduzione, nel scorso luglio, dell’ “EU Act” che obbliga il governo britannico a convocare un referendum per ogni ulteriore riforma del Trattato (2). In una Unione europea dove solo i membri della zona euro sarebbero interessati dall’approfondimento e dal rafforzamento dell’integrazione economica e monetaria, il necessario assenso della Gran Bretagna alla modifica delle regole istituzionali per consentire una reale democratizzazione dell’Unione potrebbe essere ottenuto, crediamo, in cambio di due cose:
1. una seria apertura del processo di allargamento dell’Unione alla Turchia, all’Ucraina, alla Georgia e alla Moldavia;
2. la promessa di mantenere l’unità istituzionale dell’Unione europea. (3)

Il caso della Francia è molto più difficile. L’abbandono della visione intergovernativa da parte di questo Paese rappresenterebbe niente di meno che una rottura radicale con la linea di forza che ha caratterizzato una parte molto importante (4) del suo impegno nel processo di integrazione europea: l’Europa come leva per le proprie ambizioni nazionali. Il post-gaullista Nicolas Sarkozy – che ha abbandonato la posizione anti-americana e anti-israeliana dei suoi predecessori – non fa eccezione. Da questo punto di vista, lui è davvero il degno erede di quelli a cui è succeduto all’Eliseo.Con i loro omologhi britannici – le cui motivazioni erano però diverse – i dirigenti francesi furono, nel susseguirsi delle riforme dei Trattati di questi ultimi vent’anni, i principali artefici dello spostamento del baricentro dell’Unione europea, dalla Commissione (e, ce lo dimentichiamo spesso, dal Consiglio dei Ministri) verso il Consiglio D’Europa. Lentamente ma inesorabilmente, l’asse portante dell’opera di Jean Monnet e, con lui, di Konrad Adenauer, Robert Schuman, Alcide de Gasperi – l’indipendenza della Commissione europea nei confronti degli Stati-membri – è stato svuotato della sua sostanza: non ne rimane praticamente più niente.

Ma questo rovesciamento ha anche beneficiato del cambiamento che ha avuto luogo in Germania in occasione del ritiro di Helmut Kohl e dell’avvento di Gerhard Schröder. Contrariamente al suo predecessore,il nuovo Cancelliere ha gli occhi fissi sulla Germania e sulle riforme che lo stato della sua economia richiede. E’ peraltro lui che porrà fine al costante aumento dei “danni di guerra” mascherati: il contributo tedesco al bilancio della PAC di cui la Francia era il grande beneficiario.

L’Europa non era quindi il suo cavallo di battaglia. Diversamente dagli europeisti Helmut Schmidt ed Helmut Kohl, egli non ha mai avuto al centro delle sue preoccupazioni una possibile deriva intergovernativa dell’Unione. Si potrebbe quasi essere tentati di pensare il contrario, nonostante i discorsi di Joschka Fischer, il suo fiammeggiante ministro degli Affari Esteri. Angela Merkel è della stessa generazione e della stessa matrice: nazione-centrica. In questo senso è vicina a Nicolas Sarkozy. Inoltre, culturalmente, non ha vissuto le conseguenze morali e politiche della tragedia nazista, che la Germania dell’Est aveva addossato interamente alla Germania dell’Ovest. Ha forse una certa visione per la Germania, ma come il presidente francese non sembra averne una – se non marginalmente – per l’Europa.

Se a questo si aggiungono l’Irlanda, il Portogallo e la Grecia fuori dai giochi in ragione della gravità delle crisi che attraversano e dell’appoggio che ricevono dall’Unione, i Paesi Bassi spariti dagli schermi-radar da quando, nel 2002, fu assassinato Pim Fortuyn e da quando, nel 2005, gli Olandesi hanno detto di no al referendum sulla costituzione europea, la Spagna in difficoltà e sul punto di cambiare maggioranza, il Belgio senza governo da più di 500 giorni (record mondiale), l’Italia che ha il record del governo senza governo, la Romania e la Bulgaria che hanno altri problemi, la Polonia, l’Ungheria e la Repubblica ceca fuori dalla zona euro, … si può facilmente intuire a cosa possa somigliare un vertice dei Capi di Stato e di governo dell’Unione europea.

Alcuni ci vedono la nascita di una specie di protettorato franco-tedesco. Paradossalmente, sarebbe quasi auspicabile, tanto è deleteria l’attuale situazione. Ma, perché questo si verificasse, sarebbe necessario che almeno questi due Paesi avessero una visione comune delle ragioni di questa crisi e un approccio convergente sul modo di uscirne.

Tutte le peripezie di questi ultimi dodici mesi, invece, dimostrano il contrario. Questi due governi sono agli antipodi. Piuttosto che ad un protettorato, queste riunioni dei Capi di Stato e di governo fanno pensare a delle riunioni di un consiglio di amministrazione, con Angela Merkel nel ruolo dell’azionista di riferimento (27 %), Nicolas Sarkozy in quello dell’azionista ausiliare (21 %) e gli altri Stati membri in quello dei piccoli portatori.

(1) «Quest’Europa politica – “francese” – si urta al rifiuto di quelli, governi e cittadini, che hanno un’altra concezione “britannica”, della finalità europea.» Olivier Ferrand, «Verso l’euro-federalismo», LeMonde.fr, 4 novembre 2011.
(2) «The UK heads slowly for the exit», Andrew Duff, European Voice, 27 ottobre 2011.
(3) Tutti gli Stati-membri dell’Unione partecipano ai dibattiti, solo quelli che partecipano alla cooperazione rafforzata (zona euro per esempio), votano.
(4) Con l’eccezione, evidentemente, del periodo iniziale Monnet-Schuman.

(continua)


Autore: Olivier Dupuis

Nato a Ath (Belgio) nel 1958. Laureato in scienze politiche e sociali all’Università di Lovanio, è esperto di politica internazionale e europea. E’ stato prima dirigente e poi segretario del Partito Radicale Transnazionale dal 1995 al 2003 e deputato europeo, eletto in Italia, per due legislature (1996-2004). Gestisce il blog leuropeen.eu .

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