– Twitter è quello che il giornalismo non è più e che il 2.0 invece è già: la piattaforma in cui le notizie si creano, verificano, distribuiscono con metodo cooperativo, aperto, trasparente, professionale, meritocratico. Lo diciamo quindi con simpatia ai comunicatori politici ancora onanisticamente intrippati dall’idea di vedere il proprio comunicato ripreso dalle agenzie. Quel tipo di comunicazione lì – unidirezionale, impermeabile ai ‘rumori’, paternalistica: la comunicazione del lei-non-sa-chi-sono-io è finita. Ed è un gran bene.

Su Twitter si deve imparare ad ascoltare, prima ancora che a scrivere. Ascoltare, interagire, cooperare, produrre. Costa fatica, certo,  ma premia. Date un occhio ad Andrea Sarubbi, per farvi un’idea, il deputato del Pd inventore del meritoriamente fortunatissimo hashtag #opencamere che permette ai ‘sudditi’ di seguire (ed interagire) in tempo reale i lavori del parlamento.

E se volete un esempio politicamente meno remoto prendete @robertorao, il deputato dell’Udc che ha reso trending il partito di Casini: è stato lui a dare la notizia (poi ripresa da agenzie e stampa mainstream) del passaggio dei primi due deputati Pdl al partito centrista. Non ha fatto un lancio d’agenzia, non una conferenza stampa: Roberto Rao, e chi gestisce l’account di @Pierferdinando, vivono nella comunità professional-mediatica di Twitter alla quale hanno imparato – e bene – a rivolgersi. E la comunità di Twitter ti replica, sollecita chiarimenti: lo fa in tempo reale e lo fa pubblicamente. Non rispondere, o rispondere con l’arroganza di chi, appunto, non è abituato al confronto, beh è molto male. La credibilità politica si corrobora anche così.

Un danno enorme alla propria credibilità lo causa invece chi crede di poter agire Twitter come un propagandificio sul quale diffondere roba tipo slogan autoreferenziali, incipit di pallosissimi comunicati-stampa o, peggio, asserzioni e giudizi ‘chiusi’, ai quali cioé non si è attrezzati a rispondere alla maniera di Twitter, cioé auto-ironica e puntuale: è questo, per dire, il comunicativamente drammatico caso di @gianfranco_fini.

Ora, uno dirà, okkey la comunicazione, ma la sostanza è un ‘altra cosa. Ed è qui lo sbaglio: se un politico non è in grado di parlare la lingua della comunità alla quale si propone – quella di Twitter, nella fattispecie – si mostrerà di conseguenza come del tutto inadeguato a comprenderne ed interpretarne le ragioni. E perché mai, allora dovrebbe la comunità ascoltare lui?

Altro affettuoso suggerimento ai comunicatori 1.0: non affannatevi a menzionare solo i direttori delle ‘grandi’ testate nei vostri twit, ché non necessariamente chi conta nell’universo mediatico tradizionale conta anche su Twitter. Su Twitter, anzi,vale chi si è saputo costruire nell’immensa comunità sociale una reputazione per merito, non per rinculo. È il caso di alcuni blogger, dai nick strani, ai quali molti giornalisti gallonati, quanto ad influenza, fanno praticamente un baffo.