Un governo per guardare lontano, in poco tempo

– «Il Presidente del Consiglio, … non ha mai mostrato di considerare l’economia – tranne l’agognata riduzione delle tasse – come una vera priorità del suo governo, né ha mai assunto un visibile ruolo di coordinamento attivo e di impulso della politica economica, come fanno da tempo gli altri capi di governo». Parole queste scritte dal neo premier Mario Monti, in un editoriale del Corriere della Sera alla metà di agosto. L’economista, commentando la manovra estiva, sottolineava, tra l’altro, come Berlusconi poco sembrava «dedicarsi alla guida strategica dello sviluppo, in raccordo con l’Europa …». La lettura di Monti, le sue impressioni, i suoi giudizi, anticipavano in sostanza la grande crisi italiana, la bocciatura dell’Europa e dei mercati.

Ora, dopo il difficilissimo autunno e l’uscita di scena di Berlusconi, le dichiarazioni del neo senatore e neo premier, nella loro sobrietà, nella loro istituzionalità, prefigurano una decisa, necessaria, discontuinità con il passato recente. Il ricorso a parole chiave come “emergenza”, “riscatto”, “responsabilità”, “crescita” ed “equità sociale” disegnano già una chiara agenda politica. Definiscono un progetto chiaro nel quale i punti in programma dovranno articolarsi intorno ad focus indiscusso: l’economia. Certo, perché lo impongono la gravità del momento, gli asfittici conti  dello Stato, gli impegni presi con l’Europa. Anche scadenze non più dilatabili. Servono risposte serie, coraggiose determinazioni «nell’interesse generale del Paese», come ha sostenuto il Presidente Napolitano. Ma accanto a queste urgenze, l’impressione che per il Rettore della Bocconi mettere mano all’economia costituisca anche il tentativo di ricostruire una nuova coesione sociale, appare fondata. I festeggiamenti, anche scomposti, di tante persone davanti a Palazzo Grazioli e al Quirinale, la sera dell’addio di Berlusconi, senza alcun giudizio moralistico a determinarne la liceità, sono anche la dimostrazione di come il Paese risulti logorato da una politica per certi versi ingiusta. Grandi parti del Paese giungono a questa nuova fase consapevoli che le difficoltà da affrontare saranno molteplici. Ma anche con grandi aspettative. Guardano a quel che sarà con la speranza che attraverso misure “pesanti”, ma spalmate con equità, si  raggiunga una reale giustizia fiscale. Requisito indispensabile per una riappacificazione sociale. Imprescindibile per ricomporre, in un unico corpo, le diverse parti nel quali si é andata frantumando negli ultimi decenni la società italiana.

Un discorso, quello dell’economia in difesa dell’uomo, che riporta a Luigi Einaudi, l’economista, lo storico, il giornalista, il banchiere centrale e lo statista. Riportare l’economia al centro di un programma politico nazionale, quindi, significa anche rileggere le sue teorie. Lo spunto per recuperarle,  cum grano salis, tentando di riutilizzarle nell’attualità. Acquisendo prima di ogni altra cosa il suo approccio alle differenti questioni. Il suo sforzarsi ad intrecciare, quasi indissolubilmente, evitando così qualsiasi forma di nocivo pessimismo, la discussione dei problemi del Paese con la valorizzazione delle risorse, soprattutto umane. E’ così che la questione dal generale scende al particolare, dall’astratto giunge al concreto. Ottimismo e valorizzazione delle risorse erano le sue strategie di promozione. Sviluppo dei corpi intermedi e pari opportunità i suoi  ambiziosi traguardi.

Durante e dopo la guerra Einaudi propugnò un obiettivo nuovo. L’uguaglianza dei punti di partenza, il «principio del minimo che é punto di partenza e non di arrivo». A Monti non si può chiedere di perseguire un obiettivo del genere. Quel che il Paese reale reclama é, però, di cercare di operare un livellamento delle tassazioni. Gli si chiede di ricreare anche le condizioni perché la laboriosità, lo spirito di iniziativa possano, nuovamente, mostrarsi. Concorrere al progresso. Secondo Einaudi i disordini sociali e politici nei quali maturò l’affermazione del fascismo, erano da addebitarsi ai disordini monetari del primo dopoguerra. Insomma economia e società erano, a suo giudizio, anelli di una medesima catena. E’ la stabilità monetaria il contesto in cui possono ottenersi insieme la libertà economica e la coesione sociale. A questo si appresta Monti, ben consapevole che non si tratta di questioni distinte. L’una é causa ed effetto dell’altra.  Ma proprio per questo una delle leve per azionare il meccanismo, uno degli strumenti per facilitare l’esito felice dell’operazione sarà quello di ritagliare uno spazio importante all’Istruzione, alla Cultura. Da quell’ambito, più che da altri settori, possono partire stimoli importanti. E’ ancora Einaudi ad offrire un significativo esempio. In una delle sue prime monografie, Un principe mercante. Studio sull’espansione coloniale italiana, racconta con ammirazione le vicende di Enrico dall’Acqua, un imprenditore di Busto Arsizio che riesce ad affermarsi come esportatore in America Latina e poi come produttore. Era il 1900. Il lavoro italiano all’estero era la storia di povertà e speranze. Ma Einaudi vide come trasformare e riqualificare quella «sgangherata immigrazione italiana». Facendo ricorso all’ingegno, all’istruzione. Circa sessant’anni più tardi quel libro venne ristampato per iniziativa di una grande impresa italiana attiva in Argentina, Einaudi scrisse nell’introduzione, «Non sono più gli emigranti scalzi ed incolti, i quali sbarcano in America in cerca di lavoro …. Ora é un gruppo di tecnici, periti nelle industrie e nell’economia …». Quel processo fu facilitato da tempi dilatati, da condizioni storiche e da politici capaci e responsabili.

Il governo Monti non potrà contare su tali tempi, ma ugualmente, riuscirà a lasciare il segno. Ma per farlo dovrà essere un governo dell’economia ed anche dell’istruzione. Solo così il racconto potrà ripartire. Ad Einaudi, governatore della Banca d’Italia nominato durante la guerra toccò creare le condizioni economiche dello sviluppo nella pace. A Monti, premier a causa di una crisi senza precedenti toccherà, insieme al Governo, un compito anche più gravoso. Ridare speranze concrete ed un ottimismo fondato ad un Paese tradito. Promuovere la crescita, meglio ancora se assistito da un ministro dell’economia reale o dello sviluppo di alto profilo.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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