Libertiamo e Futuragra: quanto ci costa vietare gli OGM

 – Lo scorso lunedì, Libertiamo e Futuragra hanno presentato i risultati di una ricerca condotta da quattro ricercatori europei (Thomas Venus, Raquel Casadamon, Claudio Soregaroli e Justus Wesseler) in 20 aziende agricole tra Spagna, Germania e Italia per valutare i possibili effetti economici derivanti dalla coltivazione di mais BT.

Alle condizioni colturali e di mercato del 2010, ha spiegato Soregaroli, i risultati indicano un incremento del margine lordo più elevato per la coltivazione di mais BT da granella nelle aziende spagnole (185 euro/ha) seguite dalle aziende italiane (132 euro/ha) e da quelle tedesche (66 euro/ha). Le aziende spagnole risultano favorite da una elevata resa per ettaro, mentre quelle tedesche sono penalizzate oltre che da una più bassa resa anche da unamaggior investimento di semi per ettaro, che porta ad una più alta incidenza del costo della semente. Il breakeven per la coltivazione di mais Bt da granella si raggiunge con un aumento medio della resa pari all’1,5% per le aziende situate in Spagna, al 2,8% in Italia e al 3,3% in Germania. Questi valori sembrano indicare come nel 2010 per le aziende del campione il vantaggio economico nella coltivazione del mais BT fosse relativamente facile da raggiungere, considerando che la soglia del breakeven è ben al di sotto dell’incremento di resa atteso (8,7%).

Certo, se in Italia fosse ammessa la sperimentazione in campo aperto per le colture geneticamente modificate, sarebbe stato molto più semplice arrivare a dati del genere, semplicemente mettendo a confronto i diversi tipi di coltura su appezzamenti vicini. In ogni caso i risultati sono piuttosto importanti anche perché indicano una metodologia da seguire perraffrontare realtà diverse tra di loro.

Nelle interviste ai titolari delle aziende campione, forse il dato più inquietante è che, soprattutto in Italia e in Germania, è la paura di azioni dimostrative e di atti di vandalismo da parte di attivisti anti-OGM il maggior deterrente all’uso di mais BT, mentre in Spagna, dove queste colture sono ammesse da anni, non si sono riscontrati problemi di nessun tipo, a fronte di rese sensibilmente maggiori e di una significativa diminuzione della presenza di micotossine, il fungo patogeno che si propaga sulle spighe a seguito degli attacchi di piralide, il parassita al quale il mais BT è resistente.

Alla presentazione della ricerca ha partecipato anche Piero Morandini, ricercatore di fisiologia vegetale Università di Milano, che ha sottolineato come in realtà anche questo dato potrebbe essere notevolmente sottostimato: infatti, oltre alle maggiori rese e ai minori costi di produzione, andrebbe calcolato anche il gap di innovazione che ci separa dai paesi che hanno la possibilità di utilizzare le biotecnologie: la produttività media di un ettaro di mais è andata regolarmente aumentando in tutto il pianeta, laddove gli OGM sono ammessi, mentre è andata calando in Italia a partire dagli anni ’90. E dato che il miglioramento genetico si è concentrato soprattutto sugli OGM, la realtà è che noi stiamo ancora seminando le varietà di vent’anni fa, sulle quali il progresso tecnologico si è sostanzialmente arrestato. Se la linea che segna l’incremento della produttività media di un ettaro di mais avesse continuato a salire come nei decenni precedenti, oggi potremmo ragionevolmente contare su rese notevolmente superiori, con maggiori guadagni per gli agricoltori dell’ordine di centinaia di euro per ettaro.

Una situazione aggravata dal paradosso per il quale ai nostri agricoltori è proibito coltivare ciò che invece è consentito importare, e di cui l’industria mangimistica nazionale si avvale a piene mani: infatti,come hanno sottolineato nel dibattito il presidente di Confagricoltura Mario Guidi e Luigi Scordamaglia di Assocarni, la maggior parte della soia e del mais che diamo da mangiare al nostro bestiame proviene dall’estero ed è OGM, anche per la produzione di latte, formaggi e salumi di qualità a denominazione di origine protetta. Franca Braga, di Altroconsumo, ha sottolineato invece l’importanza della riconoscibilità in etichetta dei prodotti che contengono OGM e della necessità di un informazione più attenta alla scienza e meno al pregiudizio, mentre Steve Wellman, dell’American Soybean Association, ha raccontato i vantaggi che l’introduzione della soia resistente agli erbicidi ha generato per l’agricoltura del suo paese: maggiori rese, minori costi di produzione, oltre aun prodotto più sano e alla possibilità di introdurre su larga scala pratiche agricole a basso impatto ambientale come la semina su terreno non lavorato.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Libertiamo e Futuragra: quanto ci costa vietare gli OGM”

  1. marcello scrive:

    Gli ogm possono essere coltivati solo se:
    a)comunque non distruggono l’ecosistema, contaminando le colture che hanno il loro patrimonio genetico;
    b)il consumatore sa quello che mangia e può, se vuole, continuare a mangiare i cibi tradizionali;
    c)non si rende la terra sterile.
    Credo che più che altro possano essere utili per fare i biocarburanti.

  2. marcello scrive:

    Altro requisito: non devono fare una concorrenza sleale alle colture tradizionali, tale che, uno deve pagare ancora di più se vuole mangiare normale o biologico, visto che per produrre un cibo secondo le modalità tradizionali non credo che si possano contrarre i costi più di tanto, a meno che non si decida di sfruttare di più i lavoratori.

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