di CARMELO PALMA – Quando Bersani, dopo l’incontro con Monti, ha spiegato ai giornalisti che il Pd aveva declinato l’invito a entrare nel governo “non per sostenere meno, ma per sostenere meglio Mario Monti”, abbiamo pensato a quelli che, per scampare le nozze, piantano la fidanzata giurandole: “Ti lascio perché ti amo troppo, lo faccio per il tuo bene”. Insomma, a un tipo umano e politico che, se non suonasse offensivo, potrebbe dirsi berlusconiano.

Il PdL si era invece presentato dal presidente incaricato chiedendo garanzie e si è congedato offrendone, ma di troppo vaghe e condizionate per sgombrare il campo dal sospetto che Berlusconi tenga su il governo solo per buttarlo giù. Non era passata che qualche ora dall’incontro con Monti e Alfano già se ne allontanava, annunciando la contrarietà del PdL ad una patrimoniale sugli immobili. A misurare le distanze tra gli impegni (obbligati) del governo e le disponibilità dei suoi riluttanti sostenitori, il Pd non può però considerarsi da meno ed è perfino riuscito, sotto la spinta della CGIL, a dire di peggio: sulle pensioni, sul mercato del lavoro, sulle privatizzazioni…

Il governo che oggi, salvo sorprese, dovrebbe giurare al Quirinale è figlio della necessità e dell’equivoco. L’impressione è che il Pd e il PdL lo sostengano di mala voglia, non potendo fare altrimenti. Infatti, non intendono starne fuori, ma neppure dentro. Non vogliono scaricarlo, ma neanche caricarsene il peso. Non vogliono dissociarsene, fino ad assumere la responsabilità del suo preventivo fallimento, ma neppure intestarsene le scelte.

Il Pd teme di logorarsi e di consumare il consenso accumulato nei mesi della follia berlusconiana. Il PdL teme invece più il successo che l’insuccesso di un esecutivo che, nell’emergenza, è chiamato a rimediare ai disastri della “normalità” politica. Entrambi partecipano del tentativo di Monti con uno spirito e uno stile che sta tra l’impegno e il disimpegno, la disponibilità e la riserva. Anche se oggi ce lo si può far bastare, domani il capitale politico dell’esecutivo potrebbe essere insufficiente a coprire il rischio del governo e a pagare il prezzo dell’impopolarità.

Il credito politico dell’Italia è affidato così ad un Presidente del Consiglio che in Parlamento non ha una vera maggioranza, né una vera opposizione. L’aleatorietà della compagine parlamentare che sostiene l’esecutivo è il riflesso della crisi terminale di un sistema politico incapace di governo, perché incapace di autogoverno. Pd e PdL non sanno dove stare, perché non sanno cosa essere. Una ragione in più per procedere in fretta, lasciando che siano le cose e non più le parole a sfidare il loro senso della responsabilità e del ridicolo.