Chi parla con l’Europa dell’Est di laicità e mercato?

-Sono passati oltre due decenni dalla caduta del Muro di Berlino; altrettanti, o quasi, dallo smembramento, politico e giuridico, dell’Unione Sovietica; nello stesso periodo, il “blocco socialista” si è sfilacciato, i rapporti diplomatici dei Paesi non integrati nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ma da essa fortemente dipendenti, si sono straordinariamente diversificati: la vecchia analisi geo-politica, che liquidava unitariamente (e sbrigativamente) una delle più vaste regioni del Pianeta, farebbe fatica a mantenere le stesse lenti, sempre più opache e consunte.

In quegli Stati, anche problemi simili, come la riconversione dell’industria di base, le crisi agrarie e l’elasticizzazione relativa delle frontiere, sono stati affrontati usando metodi, normative e orientamenti governativi profondamente diversi.

Anche sotto il profilo della legislazione ecclesiastica, sono facilmente cadute tutte le tentazioni assimilazioniste che connotavano l’osservatore dell’Europa Occidentale rispetto a un Est ancora largamente sconosciuto. Ciò ha riguardato tanto i Paesi che sono divenuti Stati membri dell’Unione Europea, quanto quelli in cui l’adesione alla UE sembra obiettivo sostanzialmente lontano e gli spazi per creare consenso popolare, rispetto all’ingresso nell’Unione, paiono particolarmente ristretti e, addirittura, direttamente scoraggiati dalle classi dirigenti locali.

I fenomeni evidenziatisi sono stati numerosi e ciascuno di essi finiva per mantenere delle peculiarità significative, rispetto agli episodi omologhi avvenuti nell’Ovest del continente. Quanto alle proprietà ecclesiali, si poneva il problema della restituzione delle risorse di cui le Chiese erano state spoliate quando vigeva, principalmente, il paradigma autoritaristico dell’ateismo di Stato (un confessionalismo impositivo, teso a reprimere la valenza sociale delle confessioni diverse).

La riappropriazione di spazio pubblico da parte delle forme di religiosità organizzata non è, ovviamente, un fatto esclusivamente positivo, frutto di una ventata liberalizzatrice a senso unico. Si tratti della riscoperta di usi neopagani nelle zone rurali delle repubbliche baltiche, si tratti dell’inedita evidenziazione mass-mediologica di componenti di religiosità gitana, si tratti di un rafforzato e finalmente non represso protagonismo interventista delle Chiese ortodosse nazionali, si tratti ancora (come per la Repubblica Slovacca) di aperture all’obiezione di coscienza, solo sotto l’egida di una qualche dottrina confessionale da secondare, si osserva una demografia religiosa con cui l’Europa Ovest ha scarsissima familiarità, dimostrando, ciò non bastasse, una superficiale indifferenza, intollerabile nei confronti di nuovi partners, attuali o potenziali.

Le diverse opinioni pubbliche nazionali interne subiscono la capacità attrattiva di quelle forze che, pur sconfessando i propri trascorsi di contiguità alle istanze dei regimi, propongono un rientro nei ranghi, un atteggiamento poco inclusivista e una accentuata aggressività nei confronti delle locali minoranze: in questo, l’Europa Orientale non è messa peggio dei proclami che, tante volte, hanno rallentato economia, sviluppo e liberalizzazioni di massa, nell’Europa Occidentale.

Anche la ricostituzione di cellule apertamente neonaziste, che reinterpretano slogan xenofobi col ricorso a una simbologia apparentemente ariana e, in realtà, persino priva di quel preciso addentellato culturale, non è fatto esclusivamente orientale (ove, certo, esso si nota con più clamore). La strage di Oslo ha moltiplicato l’attenzione verso gruppi similari e persino il lettore più distratto ha potuto registrare la carica di un fenomeno realmente continentale, fortemente minoritario e, perciò, in grado di atteggiarsi in guise più virulente.

Le più serie analisi economiche dimostrano che nei Paesi che escono da gravi instabilità istituzionali possono registrarsi elevati tassi di crescita: il punto di partenza è molto basso, la libera circolazione dei beni rende più facile la diffusione di ricchezza, la libera circolazione delle persone attualizza un diritto, talvolta anche costituzionalmente previsto, ma in modo meramente cartolare, se poi non concretamente esercitabile.

In altre parole, un’Europa Orientale progressivamente più interessata alla libera concorrenza delle idee – cioè, a un’implementazione interna della dialettica politica, secondo prassi libertarie e non poliziesche, secondo dirigenze partitiche autorevoli e non autoritarie, secondo campagne elettorali combattute e non fittizie – sarà un’Europa Orientale più progredita, dotata di maggior benessere e capace di porsi come bacino d’utenza per consumi, prestazioni e investimenti.

I tassi di crescita della Polonia dimostrano che investire in istruzione e alta formazione paga, si realizza un’economia autenticamente duttile e diversificata, congruamente redistributiva ma sostanzialmente aperta al contributo dell’iniziativa individuale, anche nei settori del privato sociale, della cultura e delle arti.

Il rischio che all’ateismo di Stato subentri il confessionalismo del più forte, laddove le libertà politiche e civili siano sotto-tutelate, è molto alto. Nondimeno, passare dalla programmazione statale assoluta al regime mercatistico può produrre iniquità ancor maggiori, se ai ricchi burocrati si sostituiscono i ricchi fornitori di materie prime (le reciproche “contaminazioni” tra lobbies energetiche e alte cariche amministrative sono un fatto, comunque sia, risalente, certamente databile sin dagli anni Ottanta).

L’interlocuzione dell’Europa Occidentale dovrà – dovrebbe – essere fondamentale in entrambi gli ambiti: assicurare la scrupolosa osservanza dei diritti umani, secondo modalità operative antidiscriminatorie, non abbandonare le aree di intervento economico a pochi soggetti che godono di reti commerciali internazionali e di proprietà, anche nel campo minerario, in regimi oligopolistici o semi-oligopolistici.

Intervenire ora, dialogare adesso, cooperare subito, iniziare a studiare immediatamente… vorrebbe dire mettersi sulla giusta lunghezza d’onda per ascoltare il battito dei nuovi Stati emergenti, almeno nel nostro continente. Se non lo si fa, se si dà per scontato che i monopoli resteranno intatti, semplicemente trasmigrati dal formalmente pubblico al sostanzialmente privato, se si tollera una così diffusa assenza di legislazioni garantiste e pluralistiche, non solo si perderà un’occasione importante nel tortuoso tragitto dell’unificazione politica, ma, più gravemente, si abbonderà una strada promettente per uscire da una crisi che ci vuole chiusi e circospetti e che, invece, si può combattere solo con l’apertura, la laicità, l’accesso ai beni, gli stimoli alla crescita. Non solo quella economica.


Autore: Domenico Bilotti

Nato a Cosenza nel 1985, vive e lavora principalmente a Catanzaro (raro caso di mobilità professionale verso Sud). Dottorando di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico Europeo, si occupa di diritto ecclesiastico, relazioni tra Stati e Chiese, laicità e bioetica. Suoi saggi, tra gli altri, sono pubblicati su riviste e web-zine come: Euprogress, Diritto & Diritti, LiberalCafé, politicamentecorretto, Stato,Chiese e pluralismo confessionale.

2 Responses to “Chi parla con l’Europa dell’Est di laicità e mercato?”

  1. Parnaso scrive:

    Dovreste invece chiedervi perchè le società e gli stati che hanno subito il Comunismo, quello vero, sulla propria pelle, sono gli unici, che pur avendo sulla carta una minor tradizione cristiana alle spalle, hanno chiesto o domandano l’inserimento delle loro radici religiose nelle costituzioni, riconosconndo in esse una forza liberante rispetto agli anni buoi del comunismo. eEvidentemente i risultati parlamentari democratici vi convengono solo quando convergono sulle vostre posizioni che non sono le uniche esistenti.

  2. Domenico Bilotti scrive:

    Certo che la religiosità ha avuto una “forza liberante” o così la hanno rappresentata e vissuta milioni di cittadini…
    Nell’articolo dico anche questo, se non addirittura “proprio questo”. Si riferiva a me?

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