Coppie di fatto e matrimoni omosessuali

– Nell’ultima giornata dell’evento Stra.De organizzato da Libertiamo e il Futurista si è tenuto un interessante panel dal titolo “Tengo Famiglia”, dove si sono analizzate le caratteristiche, sfaccetture, mutamenti, vantaggi e potenziali prospettive del corpo sociale più rilevante per antomasia: l’alveo familiare. Nel corso della discussione si è andato inevitabilmente a toccare l’indecente e intollerabile vuoto legislativo riguardante le coppie di fatto e il tabù sui matrimoni (e conseguenti diritti adottivi) tra coppie del medesimo sesso. Numerosi sono stati gli interventi spontanei da parte della platea, non di rado a favore (più o meno esplicitamente) dei matrimoni gay sulla falsariga della recentissima dichiarazione del primo ministro inglese David Cameron; altri (probabilmente la maggioranza) hanno avversato l’estensione dell’istituto matrimoniale, seppur riconoscendo apertamente la sempre più impellente esigenza di una regolamentazione giuridica per le coppie di fatto.

Chiariamolo sin da subito: io sono fra coloro che ritengono giusta la concessione – alle coppie omosessuali – del diritto di sposarsi e adottare bambini una questione fondamentale, di diritto e di civiltà. Migliaia di ricerche e studi in materia hanno assodato, infatti, che una coppia omosessuale è in grado di allevare serenamente un bambino quasi quanto una coppia eterosessuale, e che rappresenta una chance di gran lunga migliore rispetto, ad esempio, a un buio orfanotrofio ucraino/della cina rurale.

E ritengo – inoltre – che tale questione sia radicalmente e chiaramente differente dalla (ugualmente urgente, beninteso) problematica riguardante sic et simpliciter le coppie di fatto. Molto spesso (come è avvenuto anche nel corso degli interventi) si compie l’errore di mischiare i differenti problemi e di pensare che le coppie di fatto possano essere lo strumento ad hoc per legittimare e “recintare” la forma di convivenza omosessuale. Il più delle volte tale convinzione è animata dalle migliori intenzioni, ma questo non toglie che tale ricetta altro non sia che un (elegante e civile) apartheid giuridico.

L’Italia è oggi l’unico paese dell’Europa Occidentale a non prevedere una legislazione specifica per le coppie di fatto e a non essere attivamente impegnato in una discussione parlamentare che tenda all’approvazione di un DDL in materia. Ma non bisogna lasciarsi traviare dalle sirene mediatiche;il problema delle coppie di fatto è trasversale e riguarda tanto omosessuali quanto eterosessuali: sono una diffusissima forma di convivenza che ha le sue fondamenta e origini in motivazioni di carattere prettamente sociali ed etici, che, in quanto a stabilità, spesso non hanno nulla da invidiare al più solido dei matrimoni.

Sono situazioni che non possono essere passivamente lasciate nell’attuale e grigio limbo giuridico; è necessario garantire una serie di tutele e di diritti minimi ed inderogabili. E’ un compito sicuramente non semplice; creare una fattispecie “intermedia” tra il matrimonio e il nulla che conceda uno shopping giuridico agli individui in questione, ci pone innanzi un ventaglio di questioni aperte che rischiano di sfociare in una crescente escalation di contenziosi, letale per il nostro attuale devastato sistema giudiziario.

Bisogna intervenire con il cesello e con la massima attenzione, improntando la disciplina alla brevità e alla chiarezza; trarre spunto dalla legislazione francese in materia (PACS) e adattarla nel modo più fedele possibile alle strutture del nostro ordinamento, può essere un buon punto di partenza (seppur non ci si possa limitare a una pedissequa e pura opera di traduzione). Perpetuare l’attuale vacatio legis è inaccettabile e non tiene conto delle esigenze sociali cui è necessario rispondere al fine di tutelare tali forme di convivenza sempre più diffuse nel tessuto sociale italiano.

I matrimoni omosessuali rappresentano invece una situazione giuridica totalmente differente, e oggi – in Italia – non sussiste una vera, chiara e coerente motivazione giuridica per cui le coppie omosessuali debbano essere aprioristicamente escluse dallo strumento del matrimonio civile, costituzionalmente garantito a ogni cittadino. Falsa appare la vulgata popolare che ravvede nella Costituzione stessa l’esclusione di tale diritto; anzi; un’analisi giuridica porta a risultati immediatamente opposti. L’enunciazione “[…] famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (Art. 29 Cost.) è un’affermazione che non deve assolutamente leggersi nella dura pietra del giusnaturalismo o del finalismo ontologico/naturalistico, ma in senso duttile, relativo ed elastico; “naturale” è infatti da intendersi come un aggettivo il cui contenuto effettivo varia (anche radicalmente) con i tempi e che non vuole fotografare un unico tipo di famiglia.

L’unico significato “reale” di tale formula risiede nella necessaria e fondamentale non-ingerenza statale all’interno dell’alveo familiarenello stabilire cosa sia (e cosa no) famiglia; si deve unicamente guardare alla realtà dei fatti e delle considerazioni sociali, non ad arbitrarie decisioni legislative. Anche una coppia omosessuale è dunque – per la richiesta, l’aspirazione e la presenza di tale fenomento sociale – “famiglia” tout court. La stessa Corte Costituzionale, che nel 2010 esaminò la spinosa questione, ribadì la necessità di un intervento legislativo sui matrimoni omosessuali, vista la delicatezza della materia. Senza sancire in alcun modo (anzi, tutt’altro) l’incostituzionalità di una simile previsione, ma, al contrario, la presenza e l’urgenza di una simile aspirazione sociale.

Rebus sic stantibus, la non-concessione del diritto di contrarre matrimonio nei confronti delle coppie omosessuali rappresenta una mutilazione arbitraria e irragionevole dei diritti del cittadino, incompatibile con uno Stato Costituzionale di Diritto.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

22 Responses to “Coppie di fatto e matrimoni omosessuali”

  1. Fabio scrive:

    La visione per cui l’Italia è un paese arretrato sul tema dei “diritti civili”, e in ragione di tale fatto non si è ancora approvata una legge che consenta alle persone omosessuali di sposarsi o, in alternativa, di vedere riconosciuta la loro unione attraverso altre forme di tutela giuridica, è coerente con una certa visione della società, che definirei più “laicista” che liberale.
    Mi spiego meglio.

    Chi è a favore del matrimonio omosessuale afferma sostanzialmente, come riporta l’autore dell’articolo, che non esiste alcun ostacolo di tipo giuridico al riconoscimento di tale unione. Si potrebbe obiettare che, se il matrimonio ha come fine la procreazione e la crescita dei figli, due persone dello stesso sesso non possono generare un’altra vita, ma hanno bisogno di un “aiuto” esterno: pertanto, come può essere equiparata la loro unione?

    Se invece il matrimonio ha la funzione di tutelare dal punto di vista legale il rapporto (d’amore o di interesse, questo nessuno può saperlo tranne i diretti interessati) tra due persone allora sarebbe perfettamente legittimo.

    A questo punto però, potrebbe essere posta un’altra obiezione: come può lo Stato dire che io posso unirmi in matrimonio con una sola persona? E se invece io voglio avere rapporti con due, o con tre? Come non può giudicare se il sentimento nei confronti del mio coniuge è vero o dettato solamente da interessi, allo stesso modo non potrebbe obiettare se, ad esempio, più donne vogliono stare con me. Questo tipo di matrimonio è consentito dagli ordinamenti giuridici di alcuni paesi.

    Esaminando invece la questione delle coppie di fatto, siamo di nuovo in questo caso in presenza di una certa visione della società, dove i rapporti non sono più visti come solidi e duraturi, ma basati fondamentalmente sul personale interesse a proseguire un rapporto fino a quando mi conviene farlo, in nome della propria libertà individuale.

    E’ una visione anche essa legittima, sia chiaro, ma i cui effetti sono sotto gli occhi di tutti: natalità (almeno per quanto riguarda l’Italia) praticamente a zero, aumento dei singles, crescita della percentuale di popolazione anziana.

    Ormai nessuno vuole più assumersi responsabilità nei confronti degli altri:

    – non voglio il figlio (e lo abortisco)
    – non voglio più vivere con lui/lei (e lo lascio)
    – non voglio più vedere vecchi malati e soli (e allora magari li convinco a chiedere l’eutanasia).

    Un quadro non proprio rassicurante.

  2. Piercamillo Falasca scrive:

    Come ho già avuto di dire anche a Stra.De, concordo con la visione di Dubini.
    Il primo commento a questo articolo, del signor Fabio, prova con pacatezza a suggerire l’equazione matrimoni gay/riconoscimento coppie di fatto uguale dissoluzione della società. É la solita subdola argomentazione

  3. Fabio Robaldo scrive:

    Mi piacerebbe capire perchè viene giudicata “subdola”…

    Non sto dicendo che approvate leggi in tal senso la società esploderebbe il giorno dopo, ma sicuramente essere promotori di tali leggi connota, come ho scritto prima, una certa visione della vita e della società, dove ogni persona è fondamentalmente portatore di diritti, ma non di doveri nei confronti degli altri. O sbaglio?

    Per citare gli esempi che portavo prima:

    – L’aborto è il diritto della donna a interrompere una vita umana (e sfido il contrario a dire che non sia così) perchè il nascituro e la madre sono posti su due livelli di tutela giuridica diversi. Il legislatore italiano ha riconosciuto che fino al terzo mese di gravidanza si possa porre fine alla vita del feto, mentre se praticato successivamente diventa omicidio. Non è una scelta egoista questa?

    – Il divorzio è il diritto per una persona a non vivere più insieme a un’altra, magari a volte per motivi banali (mentre altre volte no, come ad esempio nel caso di violenze fisiche/psicologiche praticate dall’altro coniuge), senza preoccuparsi del destino dell’altra. Anche in questo caso, per certi aspetti, vi è la prevalenza di un diritto individuale a discapito dell’altra persona coinvolta.

    – L’eutanasia è il diritto a porre fine alla propria vita qualora non la si ritenga più degna di vivere, che può a volte coincidere con gravi malattie che portano a condizioni di vita terribili, oppure perchè non si vuole più affrontare certe situazioni, come ad esempio nel caso di depressione psicologica. Anche in questo caso, si ravvisa, una certa priorità dell’interesse personale: non ho più voglia di vivere, ma anche se potrei ancora essere utile agli altri non mi interessa e me ne vado.

    Per i primi due punti la popolazione italiana si è espressa nei due referendum abrogativi con un secco “NO” che ha lasciato invariato il testo originario. Vi è stato un processo democratico, è vero, ma ciò non modifica sostanzialmente gli ideali che stanno alla base delle due leggi emanate oltre trent’anni fa dal parlamento italiano.

    Adesso vi è un dibattito in Parlamento sulla legge che dovrebbe disciplinare le famose DAT (Dichiarazioni Anticipate di Trattamento) che altro non sono che una forma edulcorata dell’eutanasia, anche se personalmente dubito che il prossimo Governo porrà come ordine del giorno della sua agenda tale tema.

    Ripeto, le argomentazioni che sono a sostegno dei diritti sopra citati sono legittime ma, scusate se mi ripeto, denotano una connotazione ben chiara di una certa scuola di pensiero.

    P.S. Ho inserito anche il cognome, non era mia intenzione nascondermi.

    Saluti

  4. Michele Dubini scrive:

    Sig. Robaldo, a me sembra che NON approvare simili leggi sia uno sputo negli occhi alla società, con molto buoncuore di chi tanto strenuamente si ostina a difendere lo status quo imperante e il “va bene, a patto che lo facciano di nascosto”. Io credo che i legami sociali e i rapporti umani ci rendano più forti contro le avversità e nei confronti del mondo; e proprio perché credo nei legami e nelle relazioni sociali, appoggio fermamente la legittimazione giuridica delle coppie di fatto e dei matrimoni omosessuali.

    1) Allora sfidi un qualunque manuale di bioetica o la costituzione. L’aborto NON è il diritto a interrompere la vita umana, ma un diritto di “espressione”, in quanto parliamo di una vita-in-essere (la donna) e di una vita-non-in-essere (l’embrione). Non è un omicidio, e sostenere il contrario è confondere – ideologicamente – il concetto “comune” di persona da quello giuridico.

    2) Divorzio come “disfarsi dell’altra persona”? Curioso. E gli alimenti? Gli assegni? La protezione al coniuge debole, spesso esorbitante? Mi spiega dove è la preminenza dell’egoismo individuale?

    3)Quindi lei costringerebbe a vivere qualcuno perché “deve essere utile”? Anche chi è bloccato in letto malato di SLA deve sottostare agli inderogabili doveri dello Stato-Padrone?

    Le argomentazioni adducono a una scuola di pensiero liberale; l’individuo è al centro delle riflessioni e dei pensieri giuridici, e a lui deve essere data la massima libertà (a patto che la sua autodeterminazioni non pregiudichi quella altrui), fermorestando in una cornice di legalità e sicurezza sociale. Se la giudica immondo, non è affar mio. Ma di certo le cause che lei sottolinea (aumento single, anzianità…) non sono certo dovuti al “bieco relativismo”, quanto invece a un fisiologico processo che segue in ogni paese del primo mondo. Le altre critiche, beh, mi paiono già ampiamente smontate nell’articolo e senza fondamento giuridico; non che non siano legittime. Semplicemente, non sono giuridiche.

  5. Fabio Lazzari scrive:

    Io ero e sono per la proposta Biondi. Purtroppo dissento totalmente sulle adozioni

  6. Parnaso scrive:

    Questi temi non sono stati oggetto di campagna elettorale nel 2008, ne saranno oggetto del Governo Monti che deve tenere più soggetti possibili. Però potete farli diventare oggetto della campagna elettorale del 2013. Se non c’è più il Berlusconi candidato penso se ne potrà parlare. Ma se esisterà ancora un Terzo Polo e il leader sarà Casini non penso che entreranno a fare parte del programma del Terzo Polo. Rimarrà solo una discussione accademica in queste pagine virtuali.

  7. Concordo con l’articolo naturalmente.

  8. Fabio Robaldo scrive:

    Mi scusi sig. Dubini, non pensavo che sopprimere una vita umana fosse una forma di “espressione”…

    E comunque, se poi un embrione è una “vita-non-in-essere”, mi piacerebbe capire se dal punto di vista scientifico la cosa possa essere considerata tale. Al quarto mese non è più una “vita-non-in-essere”?

    Semmai le sue sono considerazioni ideologiche.

    Il suo pensiero, questo almeno me lo conceda, è chiaramente frutto di una visione agnostica-atea della realtà, più che liberale. Lei è liberissimo di farlo, ci mancherebbe, ma non utilizzi schermi giuridici per difendere determinate opinioni.

    Sarebbe più onesto dire: “Siccome Dio non esiste, un embrione abortito al 3° mese non si accorge di nulla, quindi non vedo il problema”.

    Per quanto riguarda il divorzio è vero che la legge prevede il mantenimento, gli alimenti, ecc, a carico del coniuge debole, ma è comunque IMPOSTO dal giudice, non certo una scelta libera e indipendente del coniuge economicamente più forte. In quel senso intendevo dire che è una scelta egoista.

    Per quanto riguarda l’eutanasia, volevo semplicemente affermare che, se introdotta nel nostro ordinamento giuridico, come potrebbe distinguere tra chi, purtroppo, sta soffrendo per una grave malattia che lo tormenta e magari lo tiene bloccato a letto, e chi invece vuole semplicemente suicidarsi nel modo più semplice? Certo, se un ordinamento giuridico vuole anche contemplare un “diritto a auto-sopprimersi” tutto ciò è perfettamente logico.

    Guardi che non sono pochi i casi di persone che avrebbero voluto morire se si fossero trovati in certe situazioni e poi, una volta che purtroppo quel drammatico fatto è avvenuto, hanno cambiato idea… C’è anche questo da tenere in considerazione.

  9. Parnaso scrive:

    Si definiscono agnostici nella loro concezione di vita, cioè come coloro che sospendono il giudizio perchè non è possibile sapere, e poi sui temi etici pare abbiano più certezze degli uomini che rientrano nella categoria dei credenti.
    Aneddoto (vero!): riunione di catechismo: tutti i bimbi (età 7-8 anni)di scuola elementare vengono invitati a presentare mamma e papà (genitori assenti),ma c’è un bimbo che arrivato il suo turno dice: ma io ho due mamme! (una mamma ha divorziato ed è andata a convivere con altra donna per lesbismo) Penso che l’errore sia stato della catechista: nella sua domanda avrebbe dovuto chiedere “chi sono il genitore A e il genitore B”.
    Che tra l’altro Vendola racconta che ha trovato più comprensione della sua omosessualità in Chiesa che nel Partito che quei diritti propugna: spero che in questi casi non si tratti di sintonia e vicinanza con i preti che frequenta. Adesso che non c’èè più Berlusconi, se le cose non funzioneranno, si ricomincerà a dire che è colpa del papà e del Vaticano, anche se in cuor mio non vedo più del 10%–15% di cattolici praticanti, cioè fedeli al Magistero, in questo Parlamento.

  10. Fabio Robaldo scrive:

    Caro sig. Parnaso,
    volevo solo dire che, per coerenza, se uno Stato ammette il matrimonio tra due persone dello stesso sesso, allora non vedo quale potrebbe essere la discriminante nel vietare altre forme di unione, se l’unico diritto da tutelare è quello di vedere riconosciuto dal punto di vista giuridico il con un’altra persona, o anche più di una.

    Se, ripeto, lo Stato non può sindacare sulla bontà dei miei sentimenti (e non potrebbe essere altrimenti) allora come potrebbe contestare il fatto che tre o più persone vogliano essere riconosciute come famiglia?

    Se, come dice Dubini “…”naturale” è infatti da intendersi come un aggettivo il cui contenuto effettivo varia (anche radicalmente) con i tempi e che non vuole fotografare un unico tipo di famiglia.” allora bisogna anche tenere conto che, con l’aumento dell’immigrazione nel nostro Paese nel prossimo futuro, potrebbe verificarsi il caso che qualche immigrato che richiede il riconoscimento del suo matrimonio con due donne allo Stato Italiano, dove invece viene considerato reato la bigamia, ma non la convivenza con due persone :-)

    Come ci si dovrebbe comportare in questo caso?

  11. Michele Dubini scrive:

    A) Ideologica? Che non sia vita umana non sono io a sostenerlo, ma l’elementare quanto evidente elemento che l’embrione manchi di individualità (in senso fisico) e razionalità (minima, ovviamente. Non vi è nessuna corteccia cerebrale). La distinzione tra feto ed embrione è fondamentale proprio per questo elemento; non si parla di vita nemmeno di feto, visto che è comunque da attuarsi un sapiente bilanciamento “di valori”. Le conquiste della 194 (come un po’ stucchevolmente si usa dire) consistono nel permettere alla donna di non dare la vita come se dovesse dare alla morte e nel permettere di procreare un figlio con volontà sincera e piena. Si può non essere personalmente d’accordo con l’aborto in sé (e io nutro molti dubbi personali, specie se parliamo di feti. Non è raro che si compiano aborti in stato avanzato se vi è pericolo mortale per la madre), ma non si può statuire nella dura pietra un giudizio morale che condanna coloro che devono passare per una simile disgrazia (forse ci si dimentica che a soffrire è la donna). Si risparmi le critiche alla mia visione “atea-agnostica” (sì, sono ateo. E’ un problema?); che è personale e tiene tra i valori massimi la libertà e la vita. Libero di non crederci ovviamente. Comunque tratto più approfonditamente qui (http://www.libertiamo.it/2011/05/19/laborto-non-e-un-omicidio-e-non-e-nemmeno-immorale/) della questione.

    2) Quindi il divorzio è un atto egoista e di irresponsabilità. Giusto, anche la moglie che viene picchiata a sangue è un egoista se chiede la separazione e poi (grazie alle procedure lentissime di questo [in]civile paese) il divorzio. Meglio fare finta di niente e andare avanti a sepolcri imbiancati…perché l’ho già sentita questa solfa?

    3) Il suicidio non è illegale. La volontà per l’eutanasia – in ogni paese dove è permessa – non è presa alla leggera; è reiterata (quindi soggetta a più conferme), il paziente deve essere nelle sue piene capacità mentali e sottoposto a un colloquio con psicologi e deve essere frutto di una scelta meditata, facendo riferimento anche ai suoi costumi di vita. Se poi lei considera le persone troppo stupide o bambine per decidere della propria esistenza, beh, io ho una considerazione diversa del grado di maturità e dell’autodeterminazione individuale.

  12. Michele Dubini scrive:

    @Bigamia: Ci si comporta seguendo il costituzionalissimo criterio dell’ordine pubblico internazionale E interno, ovvero dei principi fondamentali della Costituzione e delle strutture fondamentali degli istituti giuridici vigenti. Che escludono ogni possibile caso di bigamia e/o poligamia.

  13. truth scrive:

    Dubini, diciamo che ti è andata bene a nascere. Per molti altri non è andata così.
    Poi ci sono anche i sopravvissuti:

    http://www.youtube.com/watch?v=MuRvsErkHFI

  14. Fabio Robaldo scrive:

    “Non ha ancora sviluppato la corteccia celebrale” peccato che l’attività cellulare (da un singolo ovulo fecondato da uno spermatozoo a milioni di cellule) avvenga proprio nei primi tre mesi. Non è vita questa? Per favore. Si abbia il coraggio di dire le cose come stanno:

    Aborto= omicidio autorizzato dallo Stato

    Eutanasia= omicidio autorizzato dallo Stato

    Pena di morte= omicidio autorizzato dallo Stato

    Cambiano solo gli attori.

    Per quanto riguarda il divorzio, per egoismo intendo colui che abbandona il coniuge e se ne frega di passargli gli alimenti, dei figli, ecc… Non il marito che prende a botte la moglie. Che deve essere fermato, ci mancherebbe.

    Poi, ripeto, (ma pare che non riesca a spiegarmi) lei può credere o non credere ciò che vuole, nessun problema. Ma giustificare certi principi con certe argomentazioni mi sembra un po’ sterile.

    Apprezzo di più qualcuno che afferma che l’aborto è lecito perchè tanto l’anima non esiste, piuttosto che arrampicarsi sugli specchi.

    Rispetto il suo essere ateo Dubini, ma almeno quando afferma certe abbia il coraggio di dire perchè. Le norme giuridiche li fanno gli uomini, le leggi della scienza no. Per fortuna.

  15. Michele Dubini scrive:

    Meno sterili richiami tutti emotivi e più rispetto della libertà individuale con argomentazioni giuridiche e logiche, please.

  16. Michele Dubini scrive:

    @Robaldo: Lei continua a identificare con la fattispecie dell’omicidio qualcosa che omicidio non è, e nemmeno deve essere eticamente spregevole. Legga l’articolo e ci rifletta; non voglio certo farle cambiare idea, ma abbia un minimo di rispetto per chi scrive. Purtroppo essendo ateo non ho le certezze che ha lei quando statuisce “omicidio/morte”; devo pormi dubbi e cercare risposte che siano tese alla libertà individuale. Non è facile ed è la via più difficile, ma ho sempre preferito spiegazioni giuridiche ed elaborate al taglio grossolano dell’ideologismo spinto…non so che farci.

  17. Parnaso scrive:

    IO so questa cosa: che se uno mostra ad una persona le conseguenze delle SUE azioni è tacciato di antidemocraticità e violenza. Mi spiego meglio: se io faccio vedere lo spappolamento di un feto raschiato e abortito ad una donna che vuole abortire io le faccio violenza (così mi si dice): eppure non faccio altro che farLe vedere, cioè mostrarLe le conseguenze della SUA azione. Se molti difendono gli omosessuali ma se poi uno chiede cosa li rende tali e fa vedere un video di sodomia (con l’intento di fare provare disgusto, naturalmente) io faccio violenza; eppure io ho solo mostrato le conseguenze del loro atto che li rende omosessuali. Anche Di Pietro è stato attaccato per avere detto una verità lapalissiana: 2 maschi che vanno a letto….non fanno figli (riferito al congiungimento pd-pdl che non avrebbe generato nulla di buono), ma perché ha detto forse una menzogna? e potrei continuare: eppure con il tabacco fanno vedere le foto dei polmoni bruciati; con l’alcol si fanno vedere le conseguenze di alcuni incidenti d’auto, etc. ma se si toccano alcuni temi (guarda caso conquiste civili della sinistra radicale) non è tabù non si può fare. E’ evidente che mostrare la realtà delle proprie azioni potrebbe accendere un lume di ragione in chi le compie: state diventando portatori di morte: l’aborto produce morte fisica; il divorzio produce morte relazionale; la droga produce morte alle cellule cerebrali. Voi non amate la vita, ma gioite delle morti quotidiane altrui (ma vi guardate dal farle a voi stesse) e vi glorificate di ciò.

  18. Michele Dubini scrive:

    In effetti era da un po’ che non sentivo “cultura della morte”; mi stavo preoccupando di non sentirlo per l’ennesima volta, adesso va tutto bene. Siamo proprio in Italia.

  19. Parnaso scrive:

    Dai frutti si conosce l’albero; se sostituiamo le vetuste e supearaete categorie di bene e male e ragioniamo con lke categorie di vita e di morte, capirai in base alla scelta del comportamento che si produce, se esso conduce verso la vita o verso la morte.
    Per capire cosa si intende con naturale basta guardare le discussioni dell’assemblea costituente: lì troverete il significato autentico di cosa intendevo i padri costituente con società naturale.

  20. Michele Dubini scrive:

    @Parnaso: Appunto, legga il discorso di Moro sull’art. 29

    “naturale è da intendersi come sociale, un concetto elastico che muta con il tempo”.

  21. Parnaso scrive:

    Non mi sembra che il concetto di famiglia come società naturale fondata sul matrimonio sia mutato rispetto al 1948 e deve essere visto in relazione all’art.30. Infatti chi non vuol formarsi una famiglia (o non può) non si sposa. L’articolo successivo (il 30) relaziona i coniugi di cui all’art. 29 comma 2 con i figli, che possono esistere al di fuori del matrimonio (art. 30 comma 3) ma che impediscono di chiamare famiglia la coppia di coniugi che; per natura) art. 29 comma 1) non riesce a generarne. La tecnica allora non c’era e non è entrata a far parte della Costituzione. tante è vero che la corte Costituzionale ha asserito che non è discriminante che non ci sia nel nostro ordinamento un matrimonio omsessuale. Lo so che ciò che non riuscite ad ottenere tramite il Parlamento (la sovranità popolare) tendete ad ottenerlo tramite i giudici (es: Eluana) ma con i guardiani della Costituzione questo non vi è ancora riuscito.

  22. Michele scrive:

    Concordo con quanto scritto nell’articolo pubblicato, ma dato che la discussione sta toccando anche altri temi mi permetto di aggiungere qualche riga in più.

    A mio avviso uno Stato Costituzionale di Diritto, a prescindere dall’argomento trattato, deve sempre essere consapevole dei mutamenti della società e sapere dare una risposta concreta e soprattutto pronta, evitando di lasciare troppo tempo i cittadini in un’assenza dannosa di regolamentazioni, evitando quindi che questa assenza venga riempita da ignoranza e false convinzioni, difficili poi da rimuovere. E’ il caso dei tipi di famiglia, poiché, DI FATTO ne esistono molti tipi, non solo di coppie omosessuali e lo Stato Italiano è assolutamente carente nella gestione di queste situazioni. Questa assenza di regole crea a sua volta una serie di anomalie difficili da amministrare, sia dal punto di vista fiscale che legale che medico e quant’altro.

    Parlando di aborto invece nessuno si ricorda più delle mammare, le donne che clandestinamente venivano pagate per provocare gli aborti. Quello che lo Stato ha fatto quando ha affrontato l’argomento non è stato altro che il suo dovere, ossia REGOLAMENTARE una questione che aveva appunto bisogno di regole.

    Anche per quanto riguarda l’eutanasia, nonostante esso tocchi corde molto delicate, ribadisco semplicemente il concetto che è lo stato a doversi fare carico di regolamentare una questione che di fatto esiste già.

    Nulla da dire sulla questione divorzio perché “per fortuna” è fin troppo regolamentata!!!

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