– Nell’ultima giornata dell’evento Stra.De organizzato da Libertiamo e il Futurista si è tenuto un interessante panel dal titolo “Tengo Famiglia”, dove si sono analizzate le caratteristiche, sfaccetture, mutamenti, vantaggi e potenziali prospettive del corpo sociale più rilevante per antomasia: l’alveo familiare. Nel corso della discussione si è andato inevitabilmente a toccare l’indecente e intollerabile vuoto legislativo riguardante le coppie di fatto e il tabù sui matrimoni (e conseguenti diritti adottivi) tra coppie del medesimo sesso. Numerosi sono stati gli interventi spontanei da parte della platea, non di rado a favore (più o meno esplicitamente) dei matrimoni gay sulla falsariga della recentissima dichiarazione del primo ministro inglese David Cameron; altri (probabilmente la maggioranza) hanno avversato l’estensione dell’istituto matrimoniale, seppur riconoscendo apertamente la sempre più impellente esigenza di una regolamentazione giuridica per le coppie di fatto.

Chiariamolo sin da subito: io sono fra coloro che ritengono giusta la concessione – alle coppie omosessuali – del diritto di sposarsi e adottare bambini una questione fondamentale, di diritto e di civiltà. Migliaia di ricerche e studi in materia hanno assodato, infatti, che una coppia omosessuale è in grado di allevare serenamente un bambino quasi quanto una coppia eterosessuale, e che rappresenta una chance di gran lunga migliore rispetto, ad esempio, a un buio orfanotrofio ucraino/della cina rurale.

E ritengo – inoltre – che tale questione sia radicalmente e chiaramente differente dalla (ugualmente urgente, beninteso) problematica riguardante sic et simpliciter le coppie di fatto. Molto spesso (come è avvenuto anche nel corso degli interventi) si compie l’errore di mischiare i differenti problemi e di pensare che le coppie di fatto possano essere lo strumento ad hoc per legittimare e “recintare” la forma di convivenza omosessuale. Il più delle volte tale convinzione è animata dalle migliori intenzioni, ma questo non toglie che tale ricetta altro non sia che un (elegante e civile) apartheid giuridico.

L’Italia è oggi l’unico paese dell’Europa Occidentale a non prevedere una legislazione specifica per le coppie di fatto e a non essere attivamente impegnato in una discussione parlamentare che tenda all’approvazione di un DDL in materia. Ma non bisogna lasciarsi traviare dalle sirene mediatiche;il problema delle coppie di fatto è trasversale e riguarda tanto omosessuali quanto eterosessuali: sono una diffusissima forma di convivenza che ha le sue fondamenta e origini in motivazioni di carattere prettamente sociali ed etici, che, in quanto a stabilità, spesso non hanno nulla da invidiare al più solido dei matrimoni.

Sono situazioni che non possono essere passivamente lasciate nell’attuale e grigio limbo giuridico; è necessario garantire una serie di tutele e di diritti minimi ed inderogabili. E’ un compito sicuramente non semplice; creare una fattispecie “intermedia” tra il matrimonio e il nulla che conceda uno shopping giuridico agli individui in questione, ci pone innanzi un ventaglio di questioni aperte che rischiano di sfociare in una crescente escalation di contenziosi, letale per il nostro attuale devastato sistema giudiziario.

Bisogna intervenire con il cesello e con la massima attenzione, improntando la disciplina alla brevità e alla chiarezza; trarre spunto dalla legislazione francese in materia (PACS) e adattarla nel modo più fedele possibile alle strutture del nostro ordinamento, può essere un buon punto di partenza (seppur non ci si possa limitare a una pedissequa e pura opera di traduzione). Perpetuare l’attuale vacatio legis è inaccettabile e non tiene conto delle esigenze sociali cui è necessario rispondere al fine di tutelare tali forme di convivenza sempre più diffuse nel tessuto sociale italiano.

I matrimoni omosessuali rappresentano invece una situazione giuridica totalmente differente, e oggi – in Italia – non sussiste una vera, chiara e coerente motivazione giuridica per cui le coppie omosessuali debbano essere aprioristicamente escluse dallo strumento del matrimonio civile, costituzionalmente garantito a ogni cittadino. Falsa appare la vulgata popolare che ravvede nella Costituzione stessa l’esclusione di tale diritto; anzi; un’analisi giuridica porta a risultati immediatamente opposti. L’enunciazione “[…] famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” (Art. 29 Cost.) è un’affermazione che non deve assolutamente leggersi nella dura pietra del giusnaturalismo o del finalismo ontologico/naturalistico, ma in senso duttile, relativo ed elastico; “naturale” è infatti da intendersi come un aggettivo il cui contenuto effettivo varia (anche radicalmente) con i tempi e che non vuole fotografare un unico tipo di famiglia.

L’unico significato “reale” di tale formula risiede nella necessaria e fondamentale non-ingerenza statale all’interno dell’alveo familiarenello stabilire cosa sia (e cosa no) famiglia; si deve unicamente guardare alla realtà dei fatti e delle considerazioni sociali, non ad arbitrarie decisioni legislative. Anche una coppia omosessuale è dunque – per la richiesta, l’aspirazione e la presenza di tale fenomento sociale – “famiglia” tout court. La stessa Corte Costituzionale, che nel 2010 esaminò la spinosa questione, ribadì la necessità di un intervento legislativo sui matrimoni omosessuali, vista la delicatezza della materia. Senza sancire in alcun modo (anzi, tutt’altro) l’incostituzionalità di una simile previsione, ma, al contrario, la presenza e l’urgenza di una simile aspirazione sociale.

Rebus sic stantibus, la non-concessione del diritto di contrarre matrimonio nei confronti delle coppie omosessuali rappresenta una mutilazione arbitraria e irragionevole dei diritti del cittadino, incompatibile con uno Stato Costituzionale di Diritto.