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Tra ‘democrazia’ e ‘autocrazia’, la terza via è lo Stato minimo

– Il Governo transitorio di Mario Monti si occuperà di allontanare lo spauracchio della crisi del debito italiano, allentando la paura che governa i mercati per via dell’indiscusso prestigio di cui gode, e riformando il paese sulla falsa riga delle richieste della BCE.

Tenuto conto del dubbio che legittimamente attanagliava Piero Ostellino sul Corriere di ieri – ovvero in che modo sarà possibile approvare riforme strutturali con il sostegno parlamentare del PdL che le ha sempre promesse e mai realizzate e del PD che le ha sempre avversate – diamo per assunto che il nascituro governo Monti riesca nell’impresa.

A questo punto: perchè il governo Monti dovrebbe dimettersi? Per quale ragione dovremmo andare a votare?

La questione non è semplice da risolvere.

Perchè ci piace la democrazia? Perchè produce buone conseguenze o perchè è giusta in se?

Se oggi andassimo a votare e Mario Monti fosse candidato al governo del paese, non avrebbe alcuna speranza di essere eletto. E non è solo questo a destare curiosità, quanto piuttosto la netta presa di coscienza del fatto che l’origine della crisi del debito pubblico europeo non è frutto nè della speculazione internazionale, nè dei festini di Berlusconi, nè di una cospirazione “plutodemogiudaicomassonicopidduistagoldmansacchista”, quanto piuttosto delle democrazie europee. E allora? Se la crisi è il frutto di una spesa pubblica fuori controllo, dipendente più dalle dinamiche spontanee di un sistema democratico che dagli attori che vi recitano, perchè dovremmo tenerci la democrazia?

Se il governo Monti dovesse davvero tirarci fuori dai guai, per quale ragione si dovrebbero esigerne le dimissioni una volta completate le misure d’emergenza?

Un argomento che viene utilizzato di frequente per minimizzare il carattere ‘a-democratico’ del governo Monti consiste nel sottolineare in via del tutto formale le caratteristiche delle democrazie parlamentari. Secondo questa interpretazione ogni governo è un governo politico e pienamente legittimato popolarmente. Ma questo è un argomento che non tiene conto della struttura del sistema politico, della legittimazione popolare che possiedono i leader al momento delle elezioni ed Angelo Panebianco non ha esitazioni nell’ammettere che i «governi del presidente», espressione infinitamente più felice di «governo tecnico», sono senza ombra di dubbio forzature costituzionali. Insomma, i governi del presidente non hanno tanto a che vedere con la democrazia e, tuttavia, potrebbero risolvere i nostri problemi meglio di quanto non faccia la democrazia stessa.

La democrazia, si dirà, ha una serie di pregi: permette di mandare a casa chi ha disatteso un programma, chi ha rispettato un programma che ha prodotto cattive conseguenze. Si tratta, tuttavia, di peculiarità in grado di agire solo ex-negativo e spesso in maniera persino nefasta; in tanti casi, insomma, il voto non solo non rappresenta la soluzione ai nostri problemi, ma il voto è il problema (tanto per parafrasare Reagan).

Si è spesso sottolineata una pericolosa assonanza tra il pensiero liberale e l’autocrazia, dato il manifesto scetticismo dei liberali sulle decisioni politiche prese a maggioranza democratica. Entrambe queste cose sono vere: non mancano riferimenti autocratici graditi ad autori liberali, e in pochi potrebbero dichiarasi fan delle scelte politiche prese a maggioranza. Ma lo scetticismo dei liberali sulla democrazia è prima di tutto dovuto proprio all’avversione per i sistemi autocratici. I liberali tendono a considerare le democrazie come non meno autocratiche di altri sistemi politici comunemente definiti tali e spontaneamente incapaci di trovare soluzioni di policies corrette ai problemi che esse stesse determinano.

Siamo dunque costretti a scegliere tra democrazie capaci solo di produrre spesa incontrollata e governi eccezionali in grado di risolvere i nostri problemi ma, tuttavia, privi del sostegno popolare?

Se guardiamo al programma che il governo di Monti si troverà ad attuare, nessuno troverà difficoltà nel sovrapporlo alle proposte di policy che i liberali hanno sempre avanzato.

C’è, insomma, una terza via che non produce le cattive conseguenze dei sistemi democratici e che minimizza i grandi rischi di quelli autocratici. Per i liberali questa terza via può tradursi nell’idea di stato minimo, che riduce all’essenziale il numero delle scelte collettive, eliminando quelle dinamiche dominanti che hanno condotto alla situazione attuale e allontana il rischio di una coercizione ingiustificata.

Il governo Monti si troverà a fare per accidente ciò che uno stato liberale farebbe ontologicamente, e senza la necessità dei 590 punti di spread per rinsavire.

Saremo in grado di dare seguito ai ‘possibili’ provvedimenti di Monti con un assetto istituzionale in grado di preservare i bilanci dello stato e minimizzare la coercizione? O forse continueremo a fare giocare i governanti per qualche decennio e piangere lacrime e sangue ogni qualvolta ce ne sarà la necessità. Perchè anche stavolta il lungo periodo è arrivato, Keynes è morto, Marx pure e la democrazia in deficit non si sente tanto bene.


Autore: Carlo Ludovico Cordasco

PhD student in Political Theory all'università di Sheffield. Fondatore di European Students For Liberty, autore di articoli scientifici su diritto e ordine spontaneo. Ha in corso di pubblicazione un libro dal titolo "Hayek: ordine, istituzioni e regole".

One Response to “Tra ‘democrazia’ e ‘autocrazia’, la terza via è lo Stato minimo”

  1. Piergiorgio Pira scrive:

    perfettamente d’accordo, come far diventare maggioranza queste idee,oppure come arrivare allo stato minimo, questo è il problema impellente!

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