“Una separazione” di Asghar Farhadi: un processo kafkiano in Iran

– Quando diciamo: “un processo kafkiano”, ci riferiamo di solito a un individuo inerme – innocente – perseguitato dalla giustizia, divenuta una macchina potente, imperscrutabile nei suoi ingranaggi, e inesorabile.

Ma questa situazione è suscettibile di una complicazione psicologica, presente anche nelle opere di Kafka.
L’imputato è innocente, sa di esserlo. Ma allo stesso tempo, contraddittoriamente, sente di essere, o sospetta di essere, colpevole, per ragioni che sfuggono a lui stesso. Freud, d’altra parte, più o meno negli stessi anni di Kafka, spiegava che il senso di colpa può derivare non soltanto da colpe effettivamente commesse, ma anche da colpe che si è sognato o si è desiderato commettere, magari inconsciamente.

Questa premessa un po’ laboriosa mi sembra calzare bene a un interessantissimo film iraniano, “Una separazione” di Asghar Farhadi, uscito in Italia dopo aver fatto man bassa di premi al festival di Berlino, distribuito dalla Sacher Film di Nanni Moretti.
Nel film di Farhadi ha largo spazio l’amministrazione della giustizia in un tribunale iraniano. In particolare, all’inizio si occupa del processo per la separazione legale di due coniugi (e si apprende fra l’altro che per la legge iraniana la donna può abbandonare la casa del marito, soltanto se il marito è d’accordo).

Ma poi il film si focalizza proprio sul marito, rimasto solo, con la figlia bambina e il padre malato di Alzheimer. Per le ore della giornata in cui è fuori casa per lavoro, assume una badante. Un giorno rientrato in casa prima del solito, trova il padre legato al letto, mentre la badante è uscita. Quando poco dopo la donna ritorna a casa, trafelata, egli, infuriato, la licenzia su due piedi, e alle proteste della donna, la spinge bruscamente fuori dalla porta.
Apprende in seguito che la donna è stata trovata riversa per la scala interna del palazzo; che, essendo incinta al quarto mese, ha avuto un aborto; e che egli, secondo la legge iraniana, è imputato per omicidio.

Il film non mette in discussione questa legge. Tutto il dibattito verte sul dilemma se egli sia colpevole o innocente. Ma è un dibattito che, a guardar bene, prima ancora che in tribunale, o tra i familiari e i vicini di casa dell’uomo e i familiari della badante – suo marito in particolare – si svolge nella coscienza dell’imputato.
Una spinta un po’ brusca, ma non davvero violenta, può essere stata la vera causa della caduta per le scale della donna e dell’aborto che ne è conseguito?

In tribunale l’uomo si protesta innocente. Ma, seppure egli è di carattere vigoroso e crede nella ragione e attraverso la ragione cerca di dimostrare agli altri e a se stesso la propria innocenza, pure il suo giudizio interiore, fino a poco prima della conclusione del film, è penosamente incerto.

Il caso che racconta Farhadi è singolare e lascia lo spettatore nella stessa incertezza del protagonista. Eppure evoca un’atmosfera che vuole essere emblematica.
E infatti, la stessa incertezza, lo stesso senso di colpa opprimente e onnipervasivo, si ritrova in altri personaggi del film. In primo luogo nella badante.

Quando, per esempio, lei si ritrova sola in casa con un vecchio che si è fatto la pipì nei pantaloni, può cambiarglieli o commette un peccato? E’ colpevole se, per guadagnare, va a lavorare a casa di un altro uomo, all’insaputa del marito che è disoccupato? Ed è colpevole, se andando affannata a quel lavoro, un’automobile la urta e le fa perdere il bambino?
Ciò che Farhadi vuol dire, in modo allusivo, è che la morsa della morale religiosa e della legge, e di una morale che è anche legge, opprime i cittadini dell’Iran intimamente, fa sentire colpevoli gli innocenti, impedisce lo sviluppo naturale della vita.

Intorno a questa atmosfera piena di angoscia, costruisce uno spaccato di vita quotidiana di notevole qualità, per precisione realistica e finezza di dettagli.


Autore: Gianfranco Cercone

Laureato in Lettere (con specializzazione in materie dello spettacolo) presso l'Università La Sapienza di Roma. È redattore della rivista "Cinema Sessanta" e collabora con la Biblioteca del Cinema "Umberto Barbaro". Cura per Radio Radicale la rubrica di critica "Cinema e cinema".

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