Categorized | Economia e mercato

La democrazia dei mercati finanziari

– Troppo spesso si sente dire o si legge che oramai siamo comandati dalla finanza e che lo stato italiano è ostaggio dei mercati internazionali. La destra sociale rispolvera slogan antiplutocratici e nazionalisti; le fanno eco pezzi della sinistra italiana.

Ora, non esiste alcun tiranno che si fa chiamare con tale nome. I mercati finanziari sono la sede in cui avvengono scambi decisi liberamente tra le parti. Io compro un titolo (un azione, un’obbligazione, un bot..) se qualcun altro è disposto a vendermelo ad un prezzo stabilito con il consenso di entrambi. È un sistema informato ai principi, udite udite, della libertà e della democrazia. La libertà è data per l’appunto dal fatto che ogni decisione è assunta autonomamente. Mi spingo a parlare di democrazia perché i prezzi e gli orientamenti del mercato, l’equilibrio tra domanda e offerta, sono la somma fattoriale delle decisioni assunte da milioni di soggetti. Ci sono le banche di investimento di tutto il mondo, che senz’altro hanno una maggiore influenza (se non altro perché muovono e “rischiano” più capitali); ci sono investitori cinesi, fondi sovrani, imprese di assicurazione, società di capitali, ma soprattutto milioni di privati risparmiatori e investitori che, in prima persona o con la sottoscrizione di fondi di investimento o affidandoli ad altri soggetti istituzionali, cercano di far fruttare i propri guadagni. In genere, più un investimento è considerato rischioso, più si esige una remunerazione elevata.

È una logica che il pensiero collettivista e statalista fatica a digerire. Per vasti settori dell’opinione pubblica è normale che a decidere sia un solo soggetto, lo Stato, e che questa agisca secondo la propria prevaricante volontà, espressa a seguito di un consiglio dei ministri o una seduta del parlamento. Nei rapporti con lo stato solitamente non v’è necessità del consenso della controparte, quando trattasi di imporre una nuova tassa, di modificare l’età per l’accesso alla pensione o la qualità di un servizio da questo erogato.

 

Si dà il caso, però, che lo Stato abbia accumulato un debito che ha dimensione tale da superare l’intera somma dei redditi degli italiani in un anno. Si dà il caso, poi, che abbia accettato le logiche di mercato, piazzando del debito pubblico sul mercato dei capitali. A quel punto deve guadagnarsi costantemente la fiducia della controparte. Una controparte, fatta di migliaia di soggetti che acquistano Bot e Btp , che è disposta a concedere in prestito il proprio denaro a un’istituzione se questa dimostra di essere affidabile. D’altra parte ognuno di noi, presterebbe la propria auto a un amico che guida da anni e non ha mai provocato un incidente; invece, ci penserebbe due volte e chiederebbe qualche garanzia in più prima di prestarla ad un amico che a 4 mesi dall’acquisizione della patente ha già fatto fuori tre macchine.

Un artigiano deve dimostrare alla propria banca a cui chiede un mutuo di saper gestire bene la propria attività; un’impresa deve dimostrare ai propri obbligazionisti di saper creare valore attraverso i bilanci che rende loro pubblici; uno Stato è considerato affidabile se non spreca il denaro pubblico, se ha la forza di correggere eventuali squilibri di bilancio, se con la crescita è capace di sostenere il proprio debito. Tutte cose che sono venute a mancare in questi anni.

Nessuno ha obbligato lo Stato italiano a contrarre debiti pari al 120% del pil. Lo ha fatto ed è quindi un debitore a caccia di prestiti. Può benissimo non onorare i propri debiti. Anzi, ha più strumenti per farlo, dato che non finisce in galera se scappa con la cassa, come invece è previsto per i truffatori che raccolgono i risparmi di amici e parenti per poi fuggire in Guatemala. Rimane però quantomeno l’aspetto delinquenziale di tale atteggiamento. Un aspetto che il paese non si laverebbe di dosso nei prossimi decenni.

Questo per dire, se oggi dobbiamo dimostrare qualcosa ai mercati è perché chiediamo loro, a milioni di persone, di darci fiducia comprando i nostri titoli di Stato. Il problema è che il prestito che continuiamo a chiedere è troppo oneroso e proprio per dipendere meno dai nostri creditori dovremo ridurlo.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

8 Responses to “La democrazia dei mercati finanziari”

  1. alba scrive:

    Faccio fatica a credere che queste parole semplici e piene di verità siano pubblicate su un giornale italiano. Complimenti!

  2. Andrea Benetton scrive:

    Articolo molto condivisibile anche se il titolo non ha alcun senso.

  3. Diego Menegon scrive:

    Andrea, ha senso come provocazione contro chi crede che l’influenza dei mercati finanziari sia una congiura di pochi plutocrati pronti a metter le mani sui governi. in realtà ogni mercato è più partecipato e aperto di un’assemblea parlamentare. spero sia questo il messaggio che si può leggere nel titolo e nell’articolo..

  4. Non è che si sia tirato un po troppo la corda? Povera gente da sempre tartassata (in Italia) con mutui a tassi da usura, mentre si faceva credito a tassi agevolati agli amici degli amici. Ora perchè devono pagare sempre i più poveri. Qui si tratta di onestà, liberismo non significa mancanza di etica sociale. Questo dice la destra sociale.

  5. Articolo sensato che condivido! Bravo!

  6. Se l’avvessi scritto io questo articolo come avrei voluto fare, avrei aggiunto che la democrazia mondialmente partecipata dei mercati, si sottopone ai limiti imposti dagli Stati e si sottraggono a queste regole solo quando rischiano di perdere tutto. Vedete quanto tempo è passato prima che i mercati si siano accorti del rischio paese. Quindi i mercati in realtà sono molto ottimisti e filostatali, tranne quando il rischio diventa molto alto. Affidabilità anelastica della democrazia dei mercati..ora zitti alla Camera parla Ben.

  7. Mick scrive:

    GIUSTISSIMO

  8. peccato che in democrazia tutti dovremmo avere lo stesso potere decisionale mentre in un mercato (in qualunque mercato, anche quello della frutta) chi ha il portafoglio più gonfio comanda sugli altri.

Trackbacks/Pingbacks