Una vita da Mariano (Rajoy)

– Mariano Rajoy non è un velocista nè uno scalatore: è un passista, in grado di vincere una grande corsa a tappe con la tenacia e la resistenza, più che con il talento.
Per un corridore così, i problemi sono tanti: riuscire a tenere a lungo i gradi del capitano, per cui non è portato, e far sì che le sue vittorie non siano effimere ma durature e stabili, e non dovute soltanto all’abbandono degli avversari. Utilizzando una metafora ciclistica, è questo il ritratto sintetico di quello che sarà, con ogni probabilità, il prossimo premier spagnolo.

Le elezioni del prossimo 20 Novembre sono già segnate: troppo pesante è la zavorra che il candidato socialista Rubalcaba, sicuramente più carismatico, probabilmente più capace, si porta appresso. Rubalcaba è stato infatti Ministro degli Interni e Vicepremier di Zapatero, l’ex golden boy della politica iberica immolatosi sull’altare della crisi.
La campagna elettorale spagnola procede sottotraccia, senza grandi colpi di scena. Troppa è la distanza che separa Rajoy da Rubalcaba: secondo gli ultimi sondaggi i punti di vantaggio dei popolari sono 17 e se si votasse oggi il centrodestra avrebbe a Madrid la maggioranza assoluta. Non solo un cambio di governo, dunque, ma un vero e proprio cambio di ciclo politico, dalle conseguenze ancora non del tutto chiare per la società spagnola.

Neanche il dibattito elettorale dello scorso lunedì, primo e unico della campagna, ha cambiato i valori in campo se anche un giornale di simpatie filo socialiste come “El País” ha sostenuto che Rajoy ha prevalso di misura su Rubalcaba. Secondo noi, in realtà, nel dibattito un vincitore chiaro non c’è stato: lo scontro tra i due è stato in realtà la somma di due debolezze. Rubalcaba non poteva difendere gli ultimi 3 anni di governo socialista, durante i quali i disoccupati hanno quasi toccato la cifra record di 5 milioni (21,5% dell’intera forza-lavoro); dal canto suo Rajoy non può dire con chiarezza che cosa intende fare nei prossimi 4 anni alla Moncloa, pena la perdita di molti consensi ormai acquisiti in questi anni con una tattica attendista e di rimessa, basata quasi unicamente sulla richiesta di dimissioni di Zapatero.

Durante il dibattito i due non sono andati molto oltre le schermaglie generiche e non hanno esposto con grande chiarezza i due programmi. Rubalcaba ha cercato di lanciare un segnale all’elettorato deluso di sinistra, difendendo le conquiste sociali dello zapaterismo e proponendo una tassazione sui patrimoni più alti; Rajoy si è tenuto, come suo solito, molto vago sulle misure da apportare, sostenendo però che questo è il momento di portare avanti politiche per la crescita e l’occupazione, non di imporre nuove tasse. Quali siano le politiche per la crescita e l’occupazione che Rajoy ha in mente non è in realtà del tutto chiaro. Il buio è quasi totale.

La sensazione è che una volta alla Moncloa non si potrà discostare di molto dalla politica “lacrime e sangue” che ha caratterizzato il crepuscolo di Zapatero. Per la Spagna si preannunciano altri mesi, se non anni, complicati, se è vero che la discesa di questi ultimi tempi, in ogni settore tranne che in quello del turismo, è stata verticale. Qualche cosa, però, Rajoy l’ha detta: non durante il dibattito, non nei comizi che lo stanno portando in tutto il Paese ma nell’intervista rilasciata al programma “Salvados” su La Sexta.

Alla domanda se pensi di tenere in vita i matrimoni gay, Rajoy ha detto: “Credo che le unioni tra persone dello stesso sesso siano ormai state metabolizzate in Spagna. Mi disturba, però, che siano chiamate matrimoni. Quando sarò al governo farò in modo di tenere in piedi queste unioni ma di cambiarne il nome”. In realtà, sul matrimonio gay pende un ricorso, fatto dai popolari, al Tribunale Costituzionale: ricorso dal quale, in gran parte, dipende il futuro delle unioni tra persone dello stesso sesso in Spagna.
Ancora, alla domanda sull’aborto, la cui legislazione Zapatero aveva modificato in modo estensivo, Rajoy ha affermato che reintrodurrà per le minori tra 16 e i 18 anni l’obbligo di consultarsi con i propri genitori prima di un’interruzione di gravidanza. Su questo è stato molto netto e chiaro.

Per noi abituati alla politica italiana, votata al parossismo e condensabile nei due famosi aforismi che dicono che “la situazione è grave ma non seria” e che “la storia avviene la prima volta in forma di tragedia, la seconda in forma di farsa”, questa campagna elettorale, e un po’ tutta la politica spagnola, è noiosa e poco avvincente. Le polemiche sono ridotte all’osso, gli insulti personali anche, la pubblicità elettorale si trova solo negli spazi consentiti. A Barcellona la vita scorre come sempre: a un italiano abituato agli scontri tra bene e male che caratterizzano il voto nel nostro Paese, ad attendere sempre spasmodicamente il “giorno del giudizio” che arriva e passa senza che nulla cambi in una società immobile da sempre, niente farebbe presagire che tra meno di due settimane i cittadini sceglieranno chi li governerà nei prossimi quattro anni.

Mariano Rajoy non spicca per carisma né per eccezionali competenze; non è un uomo particolarmente brillante né viene dalla “società civile” (che definizione, poi: come se ne esistesse una incivile, NdA). Ha due sconfitte elettorali alle spalle ed è un centrista anche all’interno del partito: non sta organicamente, per intenderci, né con la “sinistra” popolare impersonata dall’amatissimo sindaco di Madrid Gallardón né con la destra cattolica dell’ex-presidente Aznar e di Esperanza Aguirre, la Sarah Palin spagnola, presidente della Comunità di Madrid. Rispetto al suo avversario Rubalcaba non può vantare neanche di essere stato il Ministro degli Interni che ha portato l’Eta a rinunciare alla lotta armata. E quando parla in pubblico ha la s sibilante e risulta legnoso e poco attraente.

Tuttavia, probabilmente, in una situazione di emergenza come questa, la Spagna si rifugerà in lui non solo per gli errori del governo socialista ma anche perché in questo momento ha bisogno di sentirsi rassicurata da un uomo normale, un uomo in cui tutti possano riconoscersi. Un uomo che rifugge da ogni eccellenza ma anche da ogni estremismo, un uomo che sappia far ripartire con l’applicazione del mediano più che con il genio del fantasista l’inquieta società spagnola.

Non è detto che il mediano Rajoy basti, in una partita dove oltre ai muscoli e al cervello bisognerà metterci il cuore e avere il coraggio di scelte impopolari che fanno tremare i polsi. Quelle stesse scelte impopolari per le quali ora il reietto Zapatero, dopo aver colpevolmente sottovalutato la crisi, ha deciso di immolarsi consegnandosi alla storia, più che alla cronaca.
Ma preferiamo annoiarci con il mediano Rajoy rimpiangendo il primo Zapatero, piuttosto che farci irretire da tribuni in cerca d’autore dopo la prossima dipartita del loro nemico storico, senza il quale probabilmente non esisterebbero, o rimanere appesi con il cuore in gola alla volontà di sovrani sfibrati dalle loro stesse ossessioni, da un’ostinazione sterile e autodistruttiva, dai loro stessi demoni che invano da diciassette anni cercano di combattere.


Autore: Simone Callisto Manca

Nato a Sassari nel 1982, è giornalista professionista. Ha avuto esperienze professionali all'Ansa (tra Madrid e Roma) e al Public Affairs dell'Ambasciata Usa in Italia. Attualmente vive a Barcellona, dove è Responsabile Comunicazione e Relazioni Pubbliche di un'importante associazione benefico-culturale di italiani all'estero.

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  1. […] – «Non alzerò le tasse», aveva dichiarato più volte Mariano Rajoy durante la campagna elettorale che lo scorso autunno lo portò alla Moncloa, per la verità senza  troppo sforzo. Lo aveva ripetuto al Congreso qualche giorno prima di Natale, nel discorso d’investitura da Presidente del Governo in cui molto aveva spiegato, del suo programma per la Spagna dei prossimi 4 anni, senza in realtà spiegare quasi niente, come suo solito. […]