Categorized | Partiti e Stato

Perso un anno, così accelereremo il cammino delle riforme

– “Finalmente, il giorno della verità. Forse. L’apparente contraddizione è in realtà lo specchio dello stato di confusione che finora ha dominato la discussione pubblica.
Già in occasione del voto di fiducia sui cinque punti, lo scorso settembre, c’era stata la stucchevole partita dell’autosufficienza, con le conseguenti e abituali fibrillazioni e crisi di coscienza. Poi si sa come è finita. Chissà che anche oggi non sia lo stesso, con il Presidente del Consiglio che ha i numeri per non cadere ma non la forza per governare.

Resta comunque il fatto che anche nel caso di voto favorevole, questo Governo versa in stato di agonia. È pertanto ragionevole pensare che, se anche non oggi, di sicuro in tempi brevi torneremo a fare i conti con la crisi e ad interrogarci sulle possibili soluzioni.
Più volte si è avuto modo di sostenere che la soluzione preferibile, se praticabile, sarebbe un governo che, con il sostegno più ampio possibile, si preoccupi, tra l’altro, di varare una legge elettorale civile, oltre che efficace
.”

Così scrivevamo il 14 dicembre 2010, prima dell’esito del famoso voto di fiducia.

Qualcuno potrà scorgere nelle poche righe un tono profetico, ma sarebbe in errore. Esse erano il frutto del più banale spirito di osservazione che, a prescindere dai giudizi di merito politico sull’attuale compagine governativa, costatava l’assoluta impossibilità di attuare qualsiasi orientamento politico che non fosse dettato dall’improcrastinabile esigenza di salvaguardare le posizioni, processuali e non, del suo Capo.

Ecco perché l’annuncio delle imminenti dimissioni non ci ha scaldato il cuore. Si è, infatti, perso circa un anno per l’irresponsabilità politica e istituzionale del presidente del Consiglio e della sua corte parlamentare, in primo luogo i c.d. responsabili. Un anno che ha un costo altissimo e non solo in termini politici. Infatti, lo scorso 14 dicembre, prima del voto di fiducia, l’ormai celebre spread  era intorno ai 164 punti base contro gli attuali 500 circa, ossia più di 300 punti base che equivalgono a diverse decine di miliardi di euro in più per le esigue casse statali: questo è il conto di un fallimento politico annunciato!

Ma è inutile piangere sul latte versato, anche sulla luce dei recentissimi sviluppi che almeno sembrano evitare  il ripetersi dei passati errori, contrastando le consuete tattiche dilatorie del Premier seppur in forma diversa. D’altronde oggi viviamo condizioni assolutamente eccezionali che pertanto richiedono soluzioni di emergenza, come sottolineano già alcuni report di istituti prestigiosi per i quali lo scenario peggiore per l’Italia sarebbero delle elezioni anticipate.

È anche infondata l’obiezione c.d. democratica, che paradossalmente matura in ambienti giornalistici e politico che a dispetto del nome pare abbiano poco a che fare con la democrazia e la libertà, avendo avuto spesso il triste ruolo di manganello mediatico e/o politico.  Infatti, si sostiene la tesi che l’attacco dei mercati e le pressioni delle organizzazioni internazionali e comunitarie costituiscano una minaccia alla sovranità statale. Ma a ben vedere non è così. Nessuno impone nulla: possiamo liberamente decidere di andare a fondo!

Ciò che non possiamo pretendere è che altri ci diano la loro fiducia e, soprattutto (perché di questo si tratta) i loro capitali, malgrado tutto.

D’altronde, con una semplicistica esemplificazione, chi di voi lettori presterebbe il proprio denaro ad una società con i conti spaventosamente in rosso, priva di una guida seria e affidabile e senza, un piano di risanamento e/o rilancio credibile, affidato a persone autorevoli e competenti?

Io personalmente di certo no. E il fatto che questa società sia uno Stato sovrano non muterebbe il mio giudizio. Ad esempio, non metto mica in dubbio il diritto della Grecia di decidere il trattamento previdenziale dei propri cittadini o le tutele del suo welfare o le dimensione dei suoi apparati amministrativi, ma semplicemente non comprerei suoi titoli di stato, senza affidabili garanzie di riavere indietro perlomeno il mio denaro, ossia che il sistema sociale e statale che sovranamente adotti sia economicamente sostenibile.

Ecco perché, oggi l’unica opzione concretamente perseguibile, se si vuole invertire il pericoloso trend, è quella, che ormai pare profilarsi all’orizzonte, di un governo guidato da un autorevole economista di fama internazionale che abbia il più largo, e auspicabilmente trasversale, consenso parlamentare.

Ciò perché un qualsiasi altro esecutivo, verosimilmente anche dopo lo svolgimento di elezioni anticipate, di coalizione avrebbe difficoltà a porre in essere il tipo di misure che occorrono, per la banale ragione che i leader politici sono tali perché non hanno una naturale vocazione al suicidio.

Ed è evidente che l’adozione di misure draconiane richieste (l’abolizione delle pensioni di anzianità, la riforma della disciplina dei licenziamenti, l’abolizione delle province, le misure fiscali – compresa verosimilmente la tanto odiata patrimoniale, che forse oggi è però necessaria perlomeno per garantire un minimo di equità sociale e fare digerire a chi ha sempre pagato le tasse le misure di austerità – la mobilità obbligatoria nel pubblico impiego) comporterà uno dei più alti tassi di impopolarità elettorale. E questo è un conto che un tecnico può permettersi di pagare, un leader politico no. D’altronde, non è un caso che a molti la sola evocazione di Giuliano Amato faccia venire l’orticaria. Ma oggi serve un altro che faccia lo stesso lavoro, a prescindere dal grado di condivisione delle misure che adotterebbe, ossia prendere misure eccezionali, che lo renderebbero elettoralmente impresentabile. Solo un uomo dall’alto profilo tecnico e di sicura fama può pagare questo elevatissimo prezzo (meglio se già senatore a vita).

Ma ciò che sfugge agli “obiettori democratici” è che paradossalmente questa è la migliore, e ormai forse unica, strategia di salvaguardia del traballante edificio repubblicano, in quanto il prolungamento dell’instabilità decisoria di una democrazia balbettante storicamente non viene tollerato per troppo tempo in momenti di crisi epocali, come quella che stiamo vivendo:  “le dittature sorgono non dai governi che governano e che durano, ma dalla impossibilità di governare dei governi democratici” (Calamandrei).

E proprio queste parole pronunciate in assemblea costituente il 5 settembre 1946 per sostenere la tesi della repubblica presidenziale contro quella parlamentare proposta dal Mortati, e infine prevalsa, serve per ricordare che, superato il momento di drammatica crisi mediante le riforme strutturali in campo sociale ed economico ad opera di un governo “tecnico”, le forze politiche tutte avranno nella prossima legislatura (ma anche in quella corrente, ove possibile) l’onere, ormai ineludibile, di revisionare e razionalizzare la forma di stato e di governo allo scopo, a prescindere dal modello tipologico intorno al quale si coagulerà il loro consenso, di migliorarne l’efficienza decisionale, senza comprimere eccessivamente la rappresentanza – come la vigente legge elettorale ha fatto –  e preferibilmente riducendone i costi.

 


Autore: Giacomo Canale

Consigliere della Corte costituzionale e dottorando in diritto pubblico presso l'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, dove collabora con la cattedra di diritto costituzionale. Ha frequentato il 173° corso varie Armi dell'Accademia Militare di Modena e prestato servizio in qualità di addetto di sezione presso il Reparto Affari Giuridici ed Economici del personale dello Stato Maggiore dell'Esercito. Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza

Comments are closed.