La rivoluzione liberale? Speriamo che la faccia il prossimo governo

– La rivoluzione liberale, l’aborto più infelice di una leadership in declino, è la missione a cui sarà chiamato il prossimo governo, sia esso tecnico o di larghe intese.
Negli emendamenti presentati ieri dal Governo ci sono alcune norme per la riforma degli ordini professionali. Solo un timido passo nella direzione della liberalizzazione dei servizi promessa all’Europa.

Su un piano concreto, l’unico spiraglio, ma sarebbe il caso di chiamarlo abbaglio, di apertura al mercato delle professioni è dato dalla possibilità ora riconosciuta di costituire una società tra professionisti. Più fumo che altro: lo statuto di queste società dovrà prevedere l’esercizio in via esclusiva dell’attività professionale da parte dei soci e potranno essere ammessi in qualità di soci solo professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi.

Il resto della riforma è rinviato. Con il decreto legge 138/11 (la manovra estiva) era stata prevista la riforma degli ordini entro un anno dall’entrata in vigore del decreto. Da allora non era stato compiuto alcuni passo in avanti. Anzi, la controriforma forense faceva il suo corso in Parlamento portando con sé nuove spinte corporativistiche (su tutte, la preclusione dell’attività di consulenza legale per chi non fosse iscritto all’ordine degli avvocati).

Gli emendamenti presentati in parlamento consegnano nelle mani del prossimo governo l’onere di varare una riforma mai voluta dalla maggioranza attuale. Si prevede, infatti, che nei prossimi mesi, con semplice regolamento governativo, potranno essere modificate le disposizioni che oggi chiudono i ranghi delle corporazioni. Il grande tema, che il governo in carica non ha avuto il coraggio di affrontare neanche quando prossimo al tramonto, è quello dell’accesso alle professioni. Lì si tratta di aprire le corporazioni per dare opportunità di lavoro ai giovani e per creare un mercato concorrenziale dei servizi.

È sempre più urgente quindi la costituzione di un nuovo governo, sia esso di larghe intese o tecnico, che abbia la capacità di tener fede agli impegni assunti con l’Europa e il coraggio di riformare il paese, sganciandosi dalle lobby che hanno tenuto in ostaggio, anzi pilotato, l’attuale maggioranza.

Non è solo una questione di credibilità internazionale. Le riforme tese ad aprire alla concorrenza le professioni servono ai giovani in cerca di occupazione, ai professionisti che vogliono fare impresa, alle imprese che devono poter approvvigionarsi in un mercato dei servizi concorrenziale per essere a loro volta competitive a livello internazionale, ai consumatori che non possono veder sfumare prima del 27 del mese il proprio potere d’acquisto per un atto notarile.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

One Response to “La rivoluzione liberale? Speriamo che la faccia il prossimo governo”

  1. Caro Diego,
    provo a suggerire un semplice spunto di riflessione. Si tratta di una semplice proposta sulle poche essenziali riforme che sembrano più urgenti. Sono solo alcune delle mille cose necessarie per portare l’Italia nel XXI secolo. Credo che comunque possano essere una base di discussione, seppur incompleta:

    – ricostruzione del patto sociale su cui si fonda lo stato;
    – riconoscimento della libertà di pensiero, parola e religione come fondamento dello stato laico e soppressione di tutti gli incentivi fiscali per le proprietà di istituzioni religiose che non siano espressamente dedicate al culto e alle attività sociali, parificando tutte le fedi religiose nelle agevolazioni economiche;
    – ricostruzione di un sistema scoalastico efficiente i cui oneri siano corrisposti in ambito di una economia di mercato dai fruitori del servizio in maniera commisurata al reddito familare, imponendo tuttavia criteri certi di nomina dei docenti, che non tengano conto di opinioni personali in ambiti che riguardino la libertà di opinione personale, ad eccezione delle idee disgragative dello stato;
    – meritocrazia in tutte le retribuzioni ovvero una quota fissa e una quota variabile dipendente dalla produttività personale;- responsabilità penale e civile dei governi di ogni livello per gli errori e lle omissioni, con obbligo di risarcire in solido le conseguenze degli errori;
    – funzione di controllo dei partiti in cui gli eletti non possano avere ruoli politici all’interno degli organi di partito, in modo che gli stessi organi di partito possano avere funzioni di controllo sul comportamento dei rappresentanti;
    – revisione al ribasso del trattamento economico dirigenziale nella PA, e dei compensi politici e abolizione anche retroattiva dei vitalizzi agli ex-parlamentari e consiglieri regionali;
    – liberalizzazione dei referendum popolari (alzando le firme necessarie e soppressione del quorum sulla base del principio che chi non si esprime, in democrazia ha sempre torto);
    – incarichi a ministri, assessori e controllate dati per curriculum e non per nomina, stabilire il principio della documentata e comprovata competenza e impossibilità di comulare incarichi politici elettivi e partitici con incarichi in controllate;
    – commisurazione della retribuzione degli amministratori di società partecipate dalla mano pubblica alla performance societaria e sospensione della retribuzione nel caso che le performance economiche non siano adeguate;
    – ripristino di un sistema elettorale uninominale e istituzione di una repubblica presidenziale all’americana, fondata su un forte potere centrale, mitigato da una serie di equilibri costituzionale che massimizzino le possibilità di controllo;
    – sistema fiscale all’americana con aliquote fiscali nominali maggiori, ma deducibilità totale o quasi delle spese effettuate in modo da uccidere il nero e avere aliquote effettive minori;
    – pene certe per gli evasori che violano il patto sociale su cui si fonda uno stato liberale;
    – abolizione delle corporazioni che tanto male stanno facendo all’Italia, dai tassisti ai bagnini, dagli ordini professionali al notariato;
    – riforma in senso anglosassone degli ordini professionali e abolizione dei minimi tariffari, che sono un residuato medioevale;
    – rimozione a qualsiasi vincolo al libero mercato, eliminando lacci e laccioli che oggi rallentano lo sviluppo;
    – riduzione dei costi burocratici che assillano le imprese e i cittadini, soprattutto riduzione dei costi necessari per costituire una società, portandoli a livello di quelli USA e Inglesi;
    – cessione delle funzioni della casta notarile ai comuni in modo che tali introiti diretti possano servire a ridare slancio all’economia pubblica locale;
    – riforma dei codici, in modo da mettere imputati e accusa nelle stesse condizioni, istituendo un codice che funzioni fortemente semplificato meno cavilloso e meno opinabile, ripristinando la certezza del diritto;
    – stabilire criteri di retribuzione della professione avvocatizia sulla base dei risultati delle singole cause e non preliminare, in modo da permettere una sostanziale riduzione della litigiosità che sta distruggendo come un cancro il sistema giudiziario italiano.

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