I traditori e il nemico interno

– Il primo novembre, sulla home page di un sito che indicizza le notizie e gli articoli che le agenzie e le testate giornalistiche pubblicano on line durante la giornata, ad una certa ora compare questo elenco.

Napolitano: “subito le riforme, lo chiede l’Europa all’Italia”
AGI

Crolla Piazza Affari -6,8%, spread alle stelle. Pressing del Colle…
ANSA.it

Opposizioni: “Governo lasci o catastrofe” …
La Repubblica

MF Global non ha separato conti clienti da fondi propri – authority
Reuters Italia

Steve Jobs, le ultime parole raccontate dalla sorella
La Repubblica

Grande Fratello, ascolti a picco
Corriere della Sera

Se analizziamo questa scaletta, mettendo in relazione tutti i titoli, ci troviamo innanzi ad un puntuale e preciso diagramma della situazione del paese, sia da un punto di vista della “condizione” nella quale versiamo, sia da quel punto di vista che possiamo definire “ideologico”. Insicurezza economica, incapacità previsionale, scarsa consapevolezza o, ancor più grave, incoscienza politica.

Il nome di Steve Jobs fa da contrappunto testuale e rafforza la rappresentazione delle nostre incapacità, o non volontà. “Jobs” in quanto ideale culturale ed economico è l’inverso della nostra contingenza. La capacità di un sistema che riesce ad produrre un “Jobs” è la dimostrazione della nostra attuale incapacità. Jobbismo versus Berlusconismo. Eppure l’Italia, potenzialmente, può aspirare ai suoi Jobs, basterebbe renderli possibili.

Poi c’è un altro titolo – è quello che da un punto di vista profondo compie la fine dell’ideologia berlusconiana. È “Grande Fratello, ascolti a picco”. La televisione del Grande Fratello italiano, ben diverso dalle edizioni di altri paesi europei, è la televisione che ha veicolato, subconsciamente, i valori di consumo sociale e politico dell’era Berlusconi. Chi vorrà interpretare il manifesto di quest’epoca dovrà analizzare i format identitari di questo programma, che ha veicolato e costruito i canoni ideologici, i pattern, della generazione Berlusconi. Una sorta di narrazione identitaria generalizzata. Oggi, il Grande Fratello, questo grande manuale della codifica della generazione Silvio, va in crisi … come tutto il resto.

È la fine di un’era? Certo, o quantomeno, speriamo. Una grande parentesi storica che, possibilmente, termina inscenando la più canonica delle fasi di crisi dei regimi, ossia, la ricerca e l’identificazione del cosiddetto “nemico interno”. Nella comunicazione di propaganda sono attive due formule retoriche: il “nemico esterno” sempre pronto a colpire e ad opprimere la libertà del proprio popolo o del proprio elettorato (nel caso di Berlusconi i comunisti, l’Europa, il complotto) ed il “nemico interno” più o meno alle dipendenze, o in relazione ideologica, col primo e sempre attivo a tramare ogni nefandezza alle spalle dei propri connazionali “buoni” – e che agisce “dal di dentro”, nella pancia del regime.

È inutile star qui a fare la storia delle tante categorie di nemici interni sviluppati narrativamente dai regimi della nostra storia. Da i “disfattisti” della prima guerra mondiale all’oggi… la storia è lunga.

Additare il nemico interno, sovente, è l’ultima spiaggia retorica di cerca di respingere uno stato d’assedio politico e storico. Se si corre il rischio di scomparire, la colpa non è mai da rintracciare nei propri errori strategici o tattici, ma sempre da addossare ad un nemico, prima esterno… poi interno.

In questi giorni sentiamo parlare di “traditori”, di “ribelli”, di “sabotatori”, di “topi che lasciano la nave”. Berlusconi afferma: “voglio guardare in faccia i traditori”.
In un famoso manifesto di propaganda fascista (nella Repubblica Sociale) disegnato nel 1944 da Gino Boccasile, in alto si legge la frase “Ad ogni traditore” poi si vede il disegno di una fucilazione… quindi, in basso, un’altra frase: “ad ogni sabotatore”.

Il clima, fatte le dovute differenze, da un punto di vista morale è lo stesso. Chi si rende conto della insostenibilità della situazione e dell’attuale assenza di governo, chi vuole (con bella incoerenza, non c’è che dire, ma tant’è) ripristinare una logica di salute pubblica, non viene descritto come una individuo in crisi di coscienza, ma come un traditore. Durante la Repubblica Sociale di Salò il valore era la Patria (nella sua accezione più strumentale), oggi è il presidente del consiglio.

Il berlusconismo, per i berlusconiani, non vacilla a causa di sé stesso, della propria inammissibilità, ma a causa di uno sparuto gruppo di nemici interni.
Maestro di questa logica è Luca Barbareschi (deputato del Gruppo Misto e vicepresidente della Commissione Trasporti e Telecomunicazioni. Ex PDL, ex FLI. Tornato da Berlusconi perché Fini non gli ha dato ciò che ha chiesto), che il 7 novembre dichiara:

“Mancano pochi mesi al ventennale della fine politica di Bettino Craxi, e come allora una persona sola è condannata a essere ritenuta unica responsabile e capro espiatorio del solito disastro italiano. Berlusconi avrà forse fatto i suoi errori, ma la colpa di quanto sta accadendo non è certamente ascrivibile alla sua sola responsabilità. Troppe sono le forze che resistono alla innovazione nel nostro Paese, e i conservatori ”affinchè nulla cambì’ ci sono sia all’interno del centrodestra che nel centrosinistra”.

Con queste parole Barbareschi individua le due categorie di nemici, esterni ed interni, sono loro che hanno reso impossibili le tesi berlusconiane, sono loro, e non Berlusconi, la causa di tutto, il carburante della fine. E aggiunge:

“In questo momento nel quale tutti fuggono voglio esprimere la mia solidarietà al Presidente del Consiglio, sono stato tra i primi in passato a denunciarne lo stallo nella politica di governo, ma oggi intendo condannare il fuggi fuggi generale alla ricerca di una verginità politica perduta, per questo domani voterò sì al rendiconto. Craxi e Berlusconi sono dunque entrambi vittime del più popolare sport nostrano, attaccare le briglie al vincitore e fuggire dalla coerenza del comportamento: tutti e due scontano l’essere stati dei fuoriclasse e in quanto tali incompresi da una classe politica dove la mediocrità la fa da padrone. Così come per Craxi, la storia renderà giustizia a Berlusconi e darà una diversa lettura di questa triste pagina del Paese”.

Ha senso commentare queste parole? Queste sono una teoria. Una teoria, che come tutte le logiche propagandistiche, usa verità (tangibili) culturali e storiche per piegarle alle logiche della delegittimazione di qualsivoglia forma di dissenso. È superfluo, qui, stare a fare la storia di Barbareschi. Un geco della politica. Si è attaccato ovunque ha trovato cibo per poi lasciare, e passare ad altra parete, con carattere ed eleganza.

Barbareschi dice che i transfughi sono il simbolo dello sport più popolare del nostro paese, ed ha perfettamente ragione. Ma anche Barbareschi è simbolo di un altro sport da noi molto popolare, l’incapacità di interpretare il Paese.
Quando si arriva a tale sport, i nemici interni sono ovunque, sono i tuoi demoni, paiono veri, si muovono come zombie, pronti a sbranarti.
Ottimo.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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