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Sintesi dei guai dell’Italia, dagli anni ’60 ad oggi

– Negli anni ’60 l’Italia era un Paese ricco, dopo oltre un decennio di miracolo economico. La guerra mondiale aveva distrutto le strutture politiche e alcuni uomini come De Gasperi ed Einaudi erano riusciti a costruire qualcosa di normale. Diceva l’economista Mancur Olson che i forti shock, scombinando gli equilibri di potere, possono creare miracoli economici, ma che la stabilità politica, creando nuovi equilibri, ha invece nel lungo termine effetti paludanti.

Ad occhio e croce, ciò è avvenuto negli anni ’60. Erano anni difficili: l’Unione Sovietica sembrava ancora una cosa seria, e l’idea dei partiti di maggioranza fu adottare politiche insostenibili per impedire la sovietizzazione del Paese. Oggi si continua mantenere i consensi degli elettori in maniera insostenibile anche senza l’Armata Rossa. Almeno loro avevano una scusa.

Nel 1965 arrivò la riforma della previdenza. Brodolini ebbe un colpo di genio: comprare i voti degli italiani promettendo loro di andare in pensione con i soldi delle future generazioni. Tempo venti anni e, anche grazie ai demoni liberati da questa opportunità di comprare voti, il sistema si rivelò in bancarotta, e fu riformato negli anni ’90 da Dini. La riforma fu semplice: i giovani pagheranno tanto per sostenere il sistema, ma otterranno poco per tenere i conti in ordine. Non si poteva certo riformare in maniera equa le pensioni: i rapporti di forza politici non lo permettevano.

Nel 1970 arrivò la riforma del mercato del lavoro, che finché l’economia tirò non ebbe grossi effetti, salvo poi mostrare una certa propensione a creare disoccupazione durante le recessioni che non veniva riassorbita durante le riprese. Arrivati al 12% di disoccupazione (chissà se gli indignati lo ricordano) negli anni ’90 ci furono le riforme Treu e Biagi. Si disse ai giovani che dovevano assorbire tutto il peso della flessibilità economica in caso di crisi.

Il debito pubblico fu inizialmente tenuto a bada grazie all’inflazione: la moneta più ridicola dell’Occidente continuava a sobbarcarsi il peso di due odiose pseudo-necessità, ridurre i salari reali quando i sindacati danneggiavano la competitività e impoverire i creditori per avvantaggiare lo Stato debitore. Gli italiani continuarono però a risparmiare. Problema finalmente risolto, a distanza di venti anni: ormai i risparmi sono sempre di meno, il debito è sempre più estero, ed eventuali frutti dei risparmi passati verranno probabilmente depredati con future patrimoniali. Invece di buttare i risparmi in opere inutili, dunque, ci indebiteremo sempre di più con l’estero fino a fare la fine delle tigri asiatiche, ma senza crescita.

Praticamente l’unica cosa intelligente fatta in questo Paese in mezzo secolo è stata il divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, che pose fine all’inflazione, unita alla limitazione della scala mobile. Ci furono anche alcune cose minori, come parziali liberalizzazioni di cui i consumatori hanno beneficiato, come nel caso della telefonia. Avrei un buon giudizio per le riforme del lavoro e delle pensioni se fossero servite a porre fine ai disastri precedenti senza accollare tutti i costi sulle nuove generazioni, ma così non è stato.

Le riforme hanno un prezzo, e purtroppo chi ha il potere di ottenere privilegi ha anche quello di difenderli. In una democrazia senza principi come quella italiana vale il motto di Tucidide: i forti fanno ciò che vogliono, i deboli soffrono ciò che devono. Eppure c’è un problema: i politicamente deboli sono ormai anche tali economicamente, e le riforme saranno sempre più necessarie. Improbabile che il Paese cambi direzione: non abbiamo politici all’altezza, abbiamo pochi economisti e tecnici di qualità (e uno si è appena trasferito all’estero), il livello del dibattito pubblico è patetico, e la popolazione è abituata a vendere il proprio voto in cambio di poche lenticchie. Il tempo scarseggia: speriamo nel nuovo che avanza, prima che non avanzi più nulla.


Autore: Pietro Monsurrò

Nato a Roma nel 1979, ha un Dottorato in Ingegneria Elettronica e ha studiato economia alla London School of Economics. Ha scritto per l’Istituto Bruno Leoni, per Liberal, per Chicago-Blog e per Liber@mente.

One Response to “Sintesi dei guai dell’Italia, dagli anni ’60 ad oggi”

  1. MauroLIB scrive:

    Bellissimo pezzo! Ma non aspettarti alcuna chiamata dal Colle per consulenza :))

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