Il nostro patrimonio culturale sta andando in pezzi: recuperiamolo

– La storia d’Italia si intreccia con quella di numerose civiltà di cui è diventata culla e che nel corso dei secoli hanno lasciato tracce indelebili. Dai Greci agli Etruschi ai Romani. Dagli Arabi, ai Normanni agli Svevi. Dagli Angioini fino agli Aragonesi e ai Borboni. E’ il Paese che divenne tra l’VIII e il V sec. a.C. il luogo prescelto dai Greci per fondare le loro colonie.

E tantissimi sono i siti archeologici che lo acclarano. Splendidi templi e acropoli sono la testimonianza di secoli di storia passata e di una civiltà che molto ha lasciato al nostro Paese. I Romani hanno fatto la storia antica dell’Italia nel mondo e i milioni di resti testimoniano il loro dominio. Famigerate casate straniere hanno dominato il nostro Paese e lasciato le loro tracce.

Molte dinastie italiane hanno fatto la storia dei nostri territori a partire dal Medioevo. Gli Este e i Gonzaga tra queste. Castelli e fortezze lo attestano. L’Italia è costellata di resti che dimostrano il passaggio di popoli diversi tra loro. In ogni suo angolo nasconde come in uno scrigno memorabili pezzi di storia che ci hanno resi celebri a livello internazionale come un Paese unico per il suo patrimonio culturale.

Dalla vastità del patrimonio di reperti che l’Italia custodisce si può comprendere quali possano essere le numerose complessità e difficoltà legate alla sua gestione e soprattutto alla sua tutela, specie in un Paese difficile come il nostro e nel periodo di crisi che stiamo attraversando. Per di più negli ultimi tempi le notizie che riguardano il nostro invidiato patrimonio culturale sembrano essere alquanto scoraggianti.

Nel novembre dello scorso anno il crollo della Domus dei gladiatori a Pompei costrinse alle dimissioni l’allora in carica ministro dei beni culturali Bondi. A settembre abbiamo appreso da tutti i giornali la notizia del danneggiamento della Fontana del Bernini di Piazza Navona ad opera di un folle e solo il giorno dopo della Fontana del Moro. Ancora prima tutti i giornali avevano parlato dell’inquinamento della Fontana di Trevi con un pigmento rosso.

Negli ultimi giorni stanno accadendo episodi ancora più gravi e nuovamente nell’antica città di Pompei, dove uno dei crolli recenti è quello di un altro pezzo dell’antica Roma, il muro romano nei pressi della cinta muraria della città, uno degli esemplari della tecnica dell’Opus incertum. L’ultimo crollo avrebbe dovuto riguardare la Domus Diomede, fortunatamente solo un falso allarme smentito dai giornali stessi.

Ma ancor più scoraggianti sono le valutazioni degli esperti i quali ci informano che l’80% di questo sito archeologico è a rischio. Le piogge degli ultimi giorni che hanno causato l’allagamento del Decumano maggiore sono infatti la riprova dello stato in cui versa il parco archeologico più importante del mondo. Per gli eventi atmosferici eccezionali ieri si è recato nel sito il commissario europeo Johannes Hahn insieme al ministro dei Beni Culturali Galan per fare il punto di una situazione assai preoccupante.

Forse è il caso di interrogarsi su cosa sta accadendo e qual è la situazione attuale del nostro patrimonio culturale; su ciò che viene sempre definito uno dei volani di sviluppo dell’economia italiana e su cui bisognerebbe puntare per la futura crescita del nostro Paese. Negli ultimi tempi di crisi economica spesso ci si chiede quale potrebbe essere la soluzione ai problemi della stagnazione, della mancata crescita di alcuni settori e della ricerca di nuovi settori su cui investire. Si parla di sviluppo del Mezzogiorno, che rimane purtroppo sempre in una situazione arretrata rispetto al Nord, e ci si chiede quali potrebbero essere i settori a cui indirizzare nuove forme di investimento.

Il sud d’Italia, dove non c’è una vera e propria cultura imprenditoriale, seppure tanti sono i passi avanti che si sono fatti negli ultimi decenni, è emblematico. Terra della Magna Grecia, e non solo, è disseminato di siti archeologici e monumenti come i Castelli federiciani del Melfese, oltre ad avere un paesaggio meraviglioso su cui si potrebbe puntare per lo sviluppo di un turismo sostenibile abbinato alla visita dei siti culturali (se inseriti nel circuito della filiera turistica).

Una delle possibilità di crescita del Mezzogiorno è proprio la valorizzazione delle sue risorse a cui si potrebbe indirizzare capitale umano e finanziario. Lo si sente ripetutamente, e soprattutto durante le campagne elettorali, ma come al solito non se ne fa niente o si lascia tutto al caso e all’improvvisazione (facendo le dovute eccezioni che riguardano alcune perle sparse qua e là).

Tutto questo si ripete a diversi livelli. A livello nazionale si dice spesso che lo Stato nella situazione attuale non può investire perché le sue casse sono vuote. Ma la storia ci insegna che è proprio nei periodi di crisi che si deve trovare il modo per ripartire anche a costo di sforzi enormi.

E, aldilà dei problemi oggettivi legati alla gestione della cosa pubblica, anche per ciò che concerne il settore dei beni culturali, come spesso accade in Italia, ci si blocca sulle inutili prese di posizione e si va avanti a suon di scontri mentre le soluzioni ai problemi sembrano essere sempre più un miraggio. La mancanza di investimenti nel settore infatti si va ad aggiungere ai contrasti, che si stanno protraendo ormai da anni, tra i sostenitori della tutela, naturalmente più conservatori (tra questi le Soprintendenze) che puntano tutto sulla conservazione dei nostri beni e coloro che invece vorrebbero inserire tali beni in un circuito produttivo, affidando a soggetti privati la loro valorizzazione e la conseguente fruizione.

Ma i timori sono tanti, e a ragione. Si garantirebbe davvero, in tal modo, la tutela del nostro patrimonio culturale o si correrebbe il rischio di sfruttarlo ai fini di un risultato economico sempre più efficiente mettendo a repentaglio la sua preservazione? E’ chiaro che qualsiasi bene sfruttato è soggetto al deterioramento nel corso del tempo (ancor più nel caso di un bene culturale maggiormente a rischio a causa del trascorrere dei secoli) ed è chiaro che è prioritario ed indispensabile tutelare il bene per consegnarlo alla storia e a coloro che verranno. Allo stesso tempo è gravoso per lo Stato sostenere tutti i costi legati alla sola manutenzione.

Ci si interroga a questo punto della nostra storia, e in un momento in cui anche l’Ue ce lo chiede, se non sarebbe più giusto sforzarsi di privatizzare maggiormente il settore attraverso leggi ad hoc che lascino alle massime cariche la possibilità di controllare l’intero funzionamento a partire dalla selezione dei privati a cui affidarne la gestione e dei progetti di valorizzazione legati al bene. Tutto questo al fini di avere garanzie rigorose di uno sfruttamento sostenibile e di una tutela attenta e severa del bene medesimo. E ci si chiede inoltre: non sarebbe meglio puntare su una maggiore privatizzazione prima di vedere completamente degradato e depauperato il nostro patrimonio, se, come sembra, lo Stato è ormai incapace di assicurarne la tutela?

Ci si muove a piccoli passi in questa direzione attraverso campagne pubblicitarie che vanno a coprire i costi dei restauri o delle ristrutturazioni; si affidano i servizi accessori ai privati; si utilizzano i siti come location cinematografiche. Ma evidentemente non basta.

Gli ultimi provvedimenti in materia di beni culturali del neo ministro Galan, che prevedono il carcere per chi danneggia opere d’arte, sembravano aver dato una boccata d’aria soprattutto ai ferventi sostenitori della tutela del nostro patrimonio culturale. Ma anche a quella parte di opinione pubblica più sensibile a queste tematiche. L’ultimo crollo del muro pompeiano però, inevitabilmente ci fa capire che se da un lato è fondamentale legiferare tout court contro ogni comportamento che possa mettere a repentaglio il nostro patrimonio, compresi gli atti vandalici, e applicare provvedimenti anche molto severi, dall’altro è necessario investire e trovare soluzioni più efficienti perchè esso venga preservato ma anche valorizzato e reso fruibile nel modo più sostenibile possibile.

In primis, servirebbe una maggiore sensibilizzazione a tutti i livelli. A livello della classe dirigente che deve fare di più e meglio per trovare strategie utili a destinare maggiori risorse ad esso e a livello dell’opinione pubblica affinchè si diffonda maggiormente la coscienza che i beni che arricchiscono le nostre città e le nostre regioni sono parte integrante della nostra storia, del nostro passato e quindi della nostra identità. E che già adesso essi sono un asset di sviluppo economico, perchè costituiscono l’attrattore principale dei turisti che si recano in Italia garantendo presenze annuali consistenti.

Basti pensare che solo il sito archeologico di Pompei, il secondo più visitato nel nostro Paese dopo il Colosseo, attira circa 3 milioni di visitatori l’anno.


Autore: Maria Teresa Merlino

Laureata presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Firenze. Master in Economia, gestione e marketing dei turismi e dei beni culturali presso la Luiss Guido Carli di Roma. Collaboratrice freelance per il magazine online "Il reporter-raccontare oltre il confine" e per FareItaliamag. Addetto Stampa Pari Opportunità Futuro e Libertà per l'Italia. Consulente Marketing Territoriale.

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