Un Governo per le ‘belle riforme’, che ci salvi da Vendola e Grillo

di LUCIO SCUDIERO – Che la vicenda politica di Silvio Berlusconi stavolta sia davvero finita è dimostrato dal fatto che ieri mattina, per decidere se dimettersi dalla carica di presidente del Consiglio del Governo della Repubblica Italiana, egli abbia pranzato con i suoi figli e il suo alter ego nelle aziende di famiglie. Il Cavaliere, insomma, come fosse Mastro don Gesualdo, si preoccupa di  salvare la “roba” dalla sua fine politica, ormai certa.

Le raccomandava la sua roba, di proteggerla, di difenderla: – Piuttosto farti tagliare la mano, vedi!… quando tuo marito torna a proporti di firmare delle carte!… Lui non sa cosa vuol dire! – Spiegava quel che gli erano costati, quei poderi, l’Alìa, la Canziria, li passava tutti in rassegna amorosamente; rammentava come erano venuti a lui, uno dopo l’altro, a poco a poco, le terre seminative, i pascoli, le vigne; li descriveva minutamente, zolla per zolla, colle qualità buone o cattive. Gli tremava la voce, gli tremavano le mani, gli si accendeva tuttora il sangue in viso, gli spuntavano le lagrime agli occhi: – Mangalavite, sai… la conosci anche tu… ci sei stata con tua madre… Quaranta salme di terreni, tutti alberati!… ti rammenti… i belli aranci?… anche tua madre, poveretta, ci si rinfrescava la bocca, negli ultimi giorni!… 300 migliaia l’anno, ne davano! Circa 300 onze! E la Salonia… dei seminati d’oro… della terra che fa miracoli… benedetto sia tuo nonno che vi lasciò le ossa!…

Da quel pranzo, il premier è uscito con la risoluzione di chieder la fiducia al Parlamento, l’ennesima, probabilmente l’ultima, per «guardare in faccia i suoi traditori». Il che è indice di due fatalità cui non potrà più opporsi, per quanto possa provarci.

Da un lato, che la sua “roba” è irrimediabilmente compromessa, e che tanto i suoi figli ne sono consapevoli da avergli imposto di non lasciare Palazzo Chigi per difenderla ancora un po’. Le possibilità di sopravvivenza  di Mediaset, è evidente, dipendono direttamente dalla protezione del Governo e dal mantenimento della concorrenza , la Rai soprattutto, in uno stato coartato di subordinazione commerciale per via normativa. Anche senza privatizzare l’azienda televisiva di Stato, la sola rimozione del tetto alla raccolta pubblicitaria dimezzerebbe gli introiti di Mediaset, che oggi con lo stesso share della Rai ha una quota del mercato pubblicitario più che doppia di quella di viale Mazzini.

Dall’altro, la sfida di fiducia che il premier ormai logoro ha lanciato a quelli che definisce suoi traditori, soffre di un malinteso senso di dignità politica, ciò che produrrà per lui la peggiore delle fini, quella di venir cacciato, con indifferenza, dai suoi domestici, per continuare con la similitudine verghiana.  E’ triste, ma è questo l’epilogo banale cui si condanna chi preferisce l’adulazione alla dialettica, di chi scambia la critica schietta per tradimento e le ragioni di tutti con le proprie.

Il merito delle misure sui cui il Parlamento verrà chiamato ad esprimere la fiducia sono un’esca insufficiente per le opposizioni, perché per salvare il Paese non basterebbe eseguire la famigerata lettera della BCE, se la condizione fosse tenersi come esecutore uno che di giorno fa e di notte lascia disfare, senza più il controllo della sua maggioranza e con la spiccata propensione a sgovernare per deroghe tanto numerose e tanto eccessive da annientare le regole.  A Berlusconi non può né deve credere alcuno.

Il nostro problema politico, oramai, è un altro, e cioè evitare che l’inettitudine del berlusconismo, in cauda venenum, ci consegni nelle mani di Grillo e di Vendola. Ecco perché serve un governo repubblicano, che usi l’ultimo anno della legislatura per raccontare al Paese la verità sul suo stato e la necessità delle riforme di cui ha bisogno, approvandole. Senza indulgere troppo al catastrofismo, ché ridurre lo Stato e aprire la nostra economia potrebbe essere più piacevole di quel che sembra.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

3 Responses to “Un Governo per le ‘belle riforme’, che ci salvi da Vendola e Grillo”

  1. Andre scrive:

    Tutto bene fino alla quartultima riga. Siamo certi che le elezioni premieranno chi farà la parte del “cattivo” in un governo repubblicano (queste terminologie sempre molto auliche..) e non invece proprio quei Vendola e Grillo dai quali ben ci guardiamo? Siamo certi che tutti coloro che oggi auspicano, peraltro piuttosto giustamente, la caduta del governo, non muterà toni e progetti appena raggiunto il potere? In sostanza, esisterà mai davvero un governo come tu auspichi?

  2. enzo51 scrive:

    “Un Governo di “belle riforme” che ci salvi da Vendola e Grillo”

    Non solo!!

    Si profila il buio oltre la siepe con un arrancante “Carro di Tespi” che si appresta .con musici e teatranti,nel surreale scenario italico,ad allietare forzosamente un mondo di morti viventi che da tempo immemore hanno perso il senso della realtà.

    Non era solo il Berlusca lo scenografo di questo sfascio ma anche buona parte di italioti che hanno fatto di tutto ,pur di non essere intaccati dalle umane sofferenze ,ad illudersi ed illudere un intero Paese.

    “Dio perdona,la speculazione no!”

  3. Matteo scrive:

    Ma non era il Dott. Della Vedova che era disposto a fare un governo con tutta la sinistra contro Lega e PDL? Forse a Radio Radicale hanno manipolato la sua intervista.

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